martedì 1 luglio 2014

Parole greche nei dialetti della Marsica. La fantastica espressione aiellese "ddu' i ddonna". Il romanesco "paraculo"



                                  
Seguendo la  scia del precedente articolo sulla presenza dei Greci nella nostra terra marsicana e altrove in tempi antichissimi, mi sono messo a ricercare altri eventuali termini che ne consolidassero la verità.  E così mi sono ricordato della espressione del titolo che mio padre usava riferendosi a qualcuno che avesse un comportamento ambiguo, instabile, fasullo e di cui, quindi, non ci si poteva fidare.  «E’ unë chë fa ddu’ i donna! (E’ uno che fa due e donna!)» era solito sentenziare con una scrollatina di capo. Grande è stata la mia sorpresa quando ho ritrovato l’espressione nel dialetto di Avezzano  con l’identico valore e nella forma univerbata dùeddònna ‘atteggiamento ambiguo, tenere il piede in due staffe’[1].  A quanto sembra l’espressione ha valore di sostantivo, probabilmente derivato dal neutro dell’aggettivo che subito indicherò. Debbo dire che è stato il due- iniziale a mettermi sulla strada giusta nella ricerca dell’etimo. Infatti il suo significato è alla base di aggettivi come doppio, duplice i quali assumono anche il valore di ‘falso, ambiguo’ come nel gr. doi ‘dubbio, incertezza’, da gr. doi-ós ‘doppio, duplice’.  Il problema a questo punto era quello di capire che cosa ci fosse sotto –donna, l’altra metà del termine, che non poteva essere  accettata nel suo squillante significato di superficie, cioè ‘donna’, benchè il pregiudizio, in passato imperante nei confronti del gentil sesso, avesse sviluppato, per questo termine, anche il significato collaterale di ‘inaffidabile, mentitrice’.  Ma il fiuto che ormai posseggo per queste cose, dopo anni di ricerche, mi spingeva a supporre che dietro –donna si dovesse nascondere una radice tautologica rispetto al due- iniziale, radice che fin dalle origini doveva contenere questo valore, che non poteva quindi essere, per così dire, di risulta, come quello derivante dal pregiudizio nei confronti della donna

In un primo momento ho pensato al gr. dí-dym-os ‘gemello, doppio’, termine costituito dal raddoppiamento della radice di gr. dý-o ‘due’, lat. du-o ’due’, ecc. col secondo membro –dym- ampliato in /m/. Ma questa soluzione, benchè perfetta relativamente al significato di ‘doppio’, mi lasciava un po’ insoddisfatto perché mi sembrava improbabile che la forma -dym- potesse equivalere al lat. domin-a(m) ‘signora’ da cui deriva l’it. donna, attraverso la sequenza domina(m)>domina> domna> donna. E non tanto per il diverso vocalismo dei due termini latino e greco, quanto per la difficoltà di una derivazione dell’it. donna dalla  radice con la sola /m/ di gr. -dym-, senza il nesso /mn/ di lat. dom(i)na(m).  Il mio tentennamento, che aveva ben ragione di esistere, si è risolto felicemente quando ho scoperto che in greco c’era, effettivamente, anche la variante dí-dymn-os[2].  Questo fatto è molto istruttivo: esso ci ricorda anche, in verità, che moltissime saranno state, nel corso dei millenni, le varianti andate perdute per sempre, come foglie invecchiate che si staccano melanconicamente dagli alberi in autunno, ad ogni folata di vento, giacchè le lingue storiche proprio per questo non possono registrarle tutte, soprattutto quelle scomparse già in fase preistorica quando la scrittura era ancora di là da venire.  E ci conferma che le supposizioni, se fatte con sagacia e dottrina, sono in genere discretamente attendibili. 

Vedremo subito che il lat. domin-u(m) ‘signore, padrone’ è legato a filo doppio con questo secondo membro di gr. dí-dymn-os ‘doppio, gemello’ il cui primo membro dí- deriva da una forma identica a quella del prefisso inglese twi- ‘due, doppio’.   In effetti il neutro dello stesso aggettivo, cioè gr. dí-dym-on, significa anche ‘consorte, moglie’, come risulta da iscrizione[3].  Allora diventa sostenibile che il lat. domin-u(m) dovesse significare inizialmente solo ‘coniuge, consorte, marito’ in quanto doppio, cioè uno dei due della coppia coniugale.  Siccome il significato di ‘doppio’  in quanto risultato di una compagine può sviluppare a mio avviso anche il connesso significato di ‘forte, grosso, grande, potente, ricco, ecc.’, si è avuto poi il significato di ‘padrone, signore (della casa)’ con la precisazione della casa  per effetto dell’influsso di lat. dom-u(m) ‘casa’ presente anche nel gr. dóm-os ‘casa’.  Ora, come abbiamo visto nei due articoli precedenti Il municipio [] e Il termine “armento”[…], il concetto di “muro, casa” generalmente rimanda a quello di “insieme di pietre[4] o tavole, struttura, legame, ecc.” e quindi è lo stesso che dà vita a quello di ”coppia” che  è sempre un insieme, anche se di soli due elementi.  Allora un termine come il gr. des-pót-es ‘padrone della casa, signore, ecc.’ fatto derivare da *dems-pot-es sarà anch’esso partito col semplice significato di ‘coniuge, marito’ in ambo i membri (cfr. gr. dám-ar ‘moglie’,lat. pot-is ‘potente, capace’, gr. pos-is ‘sposo,marito’). 

Dumno-rix, che in celtico pare fosse Dubno-rix, era il nome di un importante capo gallico, ostile  a Cesare. Il primo membro di esso mi pare che tautologicamente contenga il significato del secondo, cioè di –rix, corrispondente al lat. rex ‘re’ e al tedesco reich ‘potente, ricco’.  Il mio parere resterà tale anche se si dovesse accertare altro etimo per dumno/dubno[5] diverso dal lat. domin-u(m) ‘signore’. Non credo al significato di ‘Signore del mondo’ (cfr. celtico dumno/dubno ‘mondo, universo’).  Inoltre in celtico donn-os significa ‘nobile’, don-a vale ‘moglie’ e doni-os ‘marito’. A me sembra che tutti questi termini rimandino, in ultima istanza, alla radice di celtico dui ‘due’  con significati via via piegati ad indicare la coppia, la forza, la potenza, la nobiltà, la moltepicità, ecc.  L’ampliamento in labiale /b/ si ritrova anche nel lat. du-bi-u(m) ’dubbio, incerto’ (nozione derivante da quella di “due”). 

Tra gli altri termini di origine greca può annoverarsi la voce abruzzese fëllacciànë ‘fico primaticcio’ con diverse varianti come fillacciànë (a Trasacco), follacciànë o fullacciànë (ad Avezzano).  Ma s’incontra anche la forma fullàcchië (ad Aielli, Cerchio, Celano), follàcchië (a Luco).  Queste voci vanno confrontate con il gr. phélēk-s ‘fico acerbo’.   Inizialmente il termine doveva indicare genericamente il ‘frutto’, ma, come spesso avviene, esso si specializzò in vario modo per l’incrocio con altre parole, considerato anche il fatto che il sostantivo più usato per indicare il fico in generale era, in greco, sŷk-on e in latino  fic-u(m).   Il gr. phélēk-s è tradotto da L. Rocci, nel suo vocabolario greco - italiano, come ‘fico agresto’ con l’aggiunta della chiarificazione ‘cioè, che sembra maturo ma non lo è’ evidentemente perché il termine aveva dovuto venire a patti con gr. phēl-os ‘ingannevole’. In alcune zone dell’Abruzzo la voce fellacciànë indica un fico primaticcio di colore nero[6], forse perché essa ha risentito del termine assonante fellìnië ‘fuliggine’, dal lat. fuligin-e(m). Ad Avezzano follacciànë indica anche un uomo ‘floscio, cadente’[7].  Ingenuamente[8] siamo spinti a pensare che questo significato si sia sviluppato  a causa della morbidezza dei fichi maturi, ma a mio avviso è stato l’incrocio col lat. flacc-u(m) ‘floscio, cadente’, molto vicino alla variante f(u)llàcchië < lat. parlato *f(u)lacc-ulu(m) che ha propiziato il fatto, col concorso certamente della morbidezza dei fichi.  Anche il significato di ‘fico primaticio’ di queste forme dialettali  conserva in effetti alcunchè dell’antico significato greco di ‘ fico acerbo’. Se non altro perché i due significati contengono la nozione collaterale ‘di tempo anteriore a quello fissato’.

La voce aiellese ri-àccë ‘acqua versata sbadatamente e inopportunamente sul pavimento o altrove’ credo possa confrontarsi proficuamente, più che con l’italiano rio (lat. riv-um), direttamente col gr. rhýak-s ‘torrente’. 

A mezza rèsta ‘a metà, al centro’ è espressione ancora in uso ad Aielli tra chi è dialettofono, come pure a Celano (A mezza rèstë).  A Cerchio essa suona A mesa resta perché lì resiste tuttora l’aggettivo mésë, femm. mèsa, il quale non moltissimi decenni fa doveva essere ancora prevalente nella Marsica, al posto dell’italianizzante  mézzë (lat. medium). Ad Aielli, dove la variante italianizzante è ormai l’unica a tenere il campo, resta comunque qualche indizio della diversa situazione del passato: il verbo smësà ‘dimezzare’, ad esempio.  Io ritengo che l’aggettivo sia di diretta origine greca (gr. més-os ‘mezzo’), e non da ora[9].  Non credo che esso sia il riflesso del tardo lat. mesu(m), attestato dal medico greco Oribasio come adattamento della forma greca[10].  Questa espressione A mesa resta, se è di origine greca, come tra breve spiegherò, dovrebbe inevitabilmente tagliare la testa al toro a favore di chi sostiene (non so se ce ne sia qualcuno) l’ascendenza diretta greca per l’aggettivo mésë/mésu, riscontrabile in varie parti del meridione d’Italia. Le arcigne roccaforti dei glottologi sono costrette così a capitolare una dietro l’altra sotto gli attacchi  imprevedibili e micidiali della mia linguistica, per dirla con tutta franchezza ma senza prosopopea  alcuna. In effetti a me sembra che non esista soluzione più calzante di  quella  che mi si è parata dinanzi con molta naturalezza.  Anche in questo caso, per poter essere illuminati dalla giusta vis interpretativa, è indispensabile cominciare a leggere la locuzione suddetta in forma univerbata: mesaresta.  Allora sì che chi ha fiuto per le parole può cominciare a vedervi in trasparenza il superlativo dell’aggettivo greco mes-ér-ēs ‘che sta nel mezzo, centrale’, meno usato del semplice e più noto més-os.  Il superlativo dovrebbe essere meserés-tatos (perché in greco si impiega talora per il superlativo un altro suffisso, cioè -istos, da aggiungere alla radice) e dovrebbe avere, ragionevolmente, lo stesso valore del superlativo messó-tatos ‘nel punto più centrale, nel bel mezzo’ della corrispondente forma semplice més-os. Si tratta, insomma, di normali aggettivi superlativi usati in funzione predicativa.  Quando le regole del gioco grammaticale cambiarono e il greco non era ormai più nemmeno un pallido ricordo, il parlante non ha più avuto la consapevolezza di stare usando un superlativo con quella parola (che come tale, anzi, risultava come un corpo estraneo in seno alla frase)   e pertanto ha più o meno inavvertitamente, e con pochi ritocchi, trasformato meseréstatos in una locuzione avverbiale dello stesso significano, cioè A mesa resta, perfettamente adeguata alla nuova realtà grammaticale, con l’aggettivo accordato col rispettivo sostantivo femminile resta spuntato miracolosamente dalle rovine della precedente struttura, e con la caduta dell’ultima sillaba –tos  che presumibilmente si era già ridotta alla forma –të.  Il sostantivo resta, venuto fuori da questa reinterpretazione popolare, non ha ora per la verità un significato ben definito in seno all’espressione, ma poteva caricarsi, ad esempio, di quello di ‘fune’ o di ‘sfilza’, correnti nei dialetti per la voce resta[11], i cui referenti danno comunque l’idea di qualcosa che può dividersi a metà.  D’altronde non è così neccessario per il parlante che tutte le parti delle espressioni che usa siano chiare alla sua comprensione: chi saprebbe dire, infatti, tra gli italiani medi, qual è l’esatta origine dei numerosissimi avverbi in –mente? Pochi saprebbero rispondere che con questi avverbi noi continuiamo ad usare, senza accorgercene, dei veri e propri ablativi di modo latini. Quando diciamo, ad esempio, ottusa-mente è come se usassimo il sintagma latino obtusa mente ‘con animo, con mente ottusa’ (abl. di mens, -ntis ‘mente, animo’  a cui si accorda l’agg. obtusus,a,um ’ottuso’), divenuto poi l’it. ottusamente ‘in modo ottuso’ con leggera mutazione semantica.

«Cu tè i sërrëngiùnë? (hai forse i sërrëngiùnë?)»  si rispondeva, ad Aielli, un po’ infastiditi al familiare (o altri) che con una certa insistenza ci chiamava da un’altra stanza della casa o altrove.  Parola stranissima anche questa, usata solo in questo contesto.  Provo ad addomesticarla avvicinandola al gr. syringí-as ‘siringe’ derivante dal gr. sŷrink-s ‘siringa, zampogna, condotto, canale, fistola (anche in senso medico)’.  E’ dunque questo significato di ‘fistola’ (prodottasi da un ascesso esterno ma spesso anche in organo interno con contemporaneo sordo e insopportabile dolore come in un ascesso dentale) che starà sotto i nostri sërrëngi-ùnë, con suffisso accrescitivo, e l’intera frase voleva forse dire ironicamente «Ti senti male, hai dolori lancinanti?». 



  Sfortunate le antiche età, in questi casi, quando i rimedi odierni per le malattie non esistevano e la morte vagava implacabile tra le casupole della povera e poverissima gente assediata da mille malanni!  Basti pensare alla terribile malattia del carbonchio, che portava spesso alla morte, contratta nelle campagne attraverso gli animali, e che produceva appunto fistole, pustole ed enfisemi; era generata dal bacillo dell’antrace ed era di tre tipi: cutanea, polmonare, gastrointestinale (la più rara e con dolori addominali)[12]. La polmonare causava prima uno stato di shock e poi perdita di coscienza.  Syringi-ak-ós[13], per concludere, era in greco un aggettivo riferito a un collirio usato per fistole o ulcere.

 Il colore greco della nostra parlata, e di altre, a questo punto diventa sempre più acceso. Ma non bisogna credere che questi fenomeni riguardino solo l’abruzzese.  Benchè io non conosca bene gli altri dialetti mi sento in grado di poter affermare (tra il dissenso sarcastico di tutti i linguisti, immagino) che  la parola romanesca paracùlo ‘furbo, scaltro, smaliziato, opportunista, abile nel curare i propri interessi’, ad esempio, oggi nota un po’ dappertutto in Italia, sia anch’essa di origine greca.  Me lo suggerisce l’aggettivo gr. par-akoluthet-ik-ós[14] ‘intelligente, intellettivo’ dal verbo gr. par-akoluth-eîn ‘seguire da presso, seguire col pensiero, comprendere, ecc.’. Il prefisso par- corrisponde alla preposizione pará ‘presso, vicino, ecc.’.  L’etimologia popolare, che ha investito l’aggettivo citato, ha lasciato cadere la parte finale –thetik-ós ritenendola erroneamente un suffisso[15] aggiunto al presunto sostantivo  par-akolu- il quale veniva a sua volta interpretato, naturalmente, come para-culo. Con l’apparire di questo inatteso significato il valore originario di ‘intelligente’ non poteva non risentirne, almeno parzialmente, in senso negativo trasformandosi in quello di ‘scaltro, malizioso, che è abile per il proprio tornaconto’, significato meno luminoso di quello di ‘intelligente’ perché  oscurato dalla presenza in esso della macchia del tornaconto personale.  Il termine ha assunto anche il valore totalmente negativo, per la mentalità sessista di un tempo, di ‘omosessuale passivo (che offre il culo)’ incrociandosi col verbo it. parare, che ha anche il significato di ‘offrire’ oltre  a quello di ‘difendere, riparare’. 

Nel sito web Una parola al giorno.it del 28 genn. 2014 c’è una bella spiegazione della parola paraculo, bella anche perché lì dove si afferma che “Il paraculo è levantino, sa navigare nello scorrere degli eventi […]” mi pare quasi di rintracciare  il significato letterale del verbo gr. par-akoluth-eîn ‘seguire passo passo’ da cui faccio derivare il termine.  L’autore della scheda, che non è un linguista,  non mette in discussione, come del resto tutti i linguisti, l’origine della parola ritenedola nata dal disprezzo nei confronti  di chi ha un orientamento sessuale diverso da quello comune.  Essa, poi, si sarebbe “emancipata” dal valore genericamente offensivo, “acquisendone uno specifico difficilmente collegabile con l’originario”.  Come si può capire da queste osservazioni l’autore nota un salto logico incolmabile tra i due significati, senza saperne dare una spiegazione. E fa benissimo! perché inconsapevolmente evidenzia il punto debole della posizione dei linguisti. La questione, infatti , è che bisogna seguire, come abbiamo visto, un movimento inverso rispetto a quello supposto per la spiegazione del termine, partendo dalla positività del significato iniziale(intelligente), che però è ignoto a tutti, per scendere gradualmente prima a quello meno positivo dell’opportunista e dopo a quello francamente negativo del paraculo nel senso di ‘omosessuale’, sottoprodotto casuale dell’etimologia popolare cui naturalmente l’autore non può pensare anche perché sicuramente nemmeno può supporre che il termine possa essere di origine così antica.

                                Viva il dialetto che nasconde simili tesori!





[1] Cfr. U. Buzzelli - G. Pitoni, Vocabolario del dialetto avezzanese, Avezzano-Aq 2002.  L’espressione dù e donna ‘doppio gioco’ compare anche nel dialetto di Borgorose-Ri: cfr. sito web www.prolocoborgorose.it/Tutto Paesi/Tutto Torano/home page torano.htm .
[2] Cfr. G. Gemoll, Vocabolario Greco-Italiano, Ediz.Sandron, Firenze, 1951.

[3] Cfr. L. Rocci, Vocabolario Greco Italiano, Soc.Editr. Dante Alighieri, 1990.

[4]  In greco dómos significa infatti anche ‘strato di pietre, parete’.

[7] Cfr. U.Buzzelli – G. Pitoni, Vocabolario del dialetto avezzanese, Avezzano-Aq, 2002.

[8]  Dico “ingenuamente” ma dovrei aggiungere “non tanto”, perché anche illustri linguisti solitamente fanno di simili ragionamenti.

[9]  Lo sostenevo già nell’opuscolo Omero sotto il velame,p.47, de I Quaderni del Laboratorio, Centro Studi Marsicani,  Tipogr. Di Censo, Celano, 1994.

[10]  Cfr. M. Cortelazzo –C. Marcato, I Dialetti Italiani, UTET, Torino, 1998 s. v. mesu.
[11]  Il lat. rest-e(m)  è all’origine dei due significati di ‘fune, corda’ e ‘sfilza(di cipolle, fichi, o altro)’

[12]  E’ il caso di ricordare i versi di Jacopone da Todi (1230 circa- 1306): A me vegna le fistelle/con migliaia di carvoncigli/ (dalla ballata O Segnor per cortesia).

[13]  Questi termini greci si trovano nel vocabolario di L.Rocci, mancano in quello di G.Gemoll, tranne sŷrink-s.

[14]  Il suffisso è –ik-os , aggiunto al tema akoluthēt- dell’aggettivo verbale di  akoluth-eîn ‘seguire’.

[15]  Il presunto suffisso si ritrova anche in altri aggettivi di origine greca, come sin-tetico, anti-tetico, pro-tetico.  Esso in realtà rimanda in ultima analisi al gr. thet-ós ‘posto,collocato’ aggett. verb. di  ti-thé-nai ‘porre, collocare’.