domenica 1 giugno 2014

Nella Marsica, ma anche altrove in Abruzzo ed oltre, parole del più trito lessico quotidiano sono la prova, a mio avviso, della presenza in carne ed ossa nella nostra terra di popolazioni di stirpe greca in un periodo che deve risalire perlomeno al II millennio a.C.




   Nei dialetti marsicani spuntano qua e là delle parole di ascendenza chiaramente greca.  Siccome non si tratta in genere di termini culturali nel senso che non attengono a miti, riti, manufatti tecnologici e quant’altro di questa natura, veicolato attraverso la transumanza alcuni pensano così dal meridione d’Italia ove fiorì la civiltà della Magna Grecia (VIII-VII sec. a.C.) si deve dedurre, anche in base alla nota ricerca genetica di Luca Cavalli Sforza[1], che dalle nostre parti, e almeno nel resto dell’Italia centro-meridionale, si fossero insediate stabilmente popolazioni di stirpe greca a partire grosso modo dalla seconda metà del secondo millennio a. C.   Quindi non si tratterebbe, a mio avviso, di sporadici fenomeni linguistici di contatto con l’area grecizzata della Magna Grecia ma di veri e propri stanziamenti di Greci micenei in questo territorio, in un periodo antecedente a quello magnogreco.  Lo attestano anche alcuni toponimi come quello di Fiume Natolia (< Anatolia), un’abbondante  sorgente del tenimento d’Aielli nei pressi dell’antico alveo del Fucino e quello di Sant’Anatolia, un paese in provincia di Rieti al confine con la Marsica, dove esistono abbondantissime sorgenti.  Questo idronimo è di puro stampo greco, perché esso combacia col gr. anatolé ‘il sorgere del sole, sorgente di fiume, ecc.’.  Anatella è il nome di altra sorgente del territorio di Rovere-Aq, il quale richiama anch’esso il puro gr. anatéll-ein ‘sorgere, elevarsi, sgorgare’.  Di Fonte Ranë a Celano, italianizzata in Fonte Grande, supposi la derivazione dal gr. kréne, dorico krána ‘fonte’, già nell’articolo I Santi Martiri di Celano [] presente nel mio blog (giugno 2009).  Sarà avvenuto l’incrocio col lat. granu(m), dialettale ranë ‘grano’ che ha causato la normale caduta della velare /g/.  La cosa è tanto più credibile giacchè nel dialetto celanese anche la vocale /a/ finale si riduce nella vocale evanescente /ë/. La presenza della liquida scempia e non doppia  nel nome dialettale della fonte impedisce inoltre, a mio avviso, di connetterlo col dialettale rannë  ‘grande’, presente in qualche parlata della Marsica ma non a Celano né ad Aielli. L’aggettivo usuale per "grande" in tutta la Marsica è gróssë o róssë. I toponimi in genere, che solitamente sono radicati stabilmente nel terreno, non potevano essere veicolati  da pastori transumanti che portavano qualche novità linguistica dai paesi dove avevano trascorso il periodo invernale.  Perché mai, infatti, la gente rimasta a casa avrebbe dovuto cambiare denominazione a fonti, fiumi, monti che avevano già i loro bei nomi fissati da tempo immemorabile?

  Ora, esaminiamo alcuni termini del lessico marsicano.  Cominciamo col cerchiese ‘mbambanì ‘intontire, istupidire, frastornare’[2] (cfr. trasaccano ‘mbambalì[3], aiellese ‘mbambalunì col medesimo significato, luchese ‘mpampanìtë ‘tonto, trasognato’[4]).  A Trasacco il verbo ha anche il valore rivelatore di ‘abbagliare, accecare’ che impedisce di collegare queste voci all’it. rimbambire  col signif. etimologico di ‘tornare o far tornare bambo, bambino’.  Ugualmente l’it. imbambolarsi, che ha il significato di ‘rimanere attonito, perdersi con lo sguardo nel vuoto’, credo rimandi ai verbi dialettali precedenti piuttosto che all’it. bambolo, con cui certamente si sarà incrociato. In effetti si incontra in greco il verbo pamphain-ein ‘risplendere oltremodo, brillare’, significato che provoca quello di ‘abbaglio, accecamento, intontimento’ che fa al nostro caso. Ora, il precedente gr. pam-phain-ein viene inteso normalmente come composto di gr. pan ‘tutto’ e gr. phain-ein ‘apparire, splendere, ecc.’, ma per me si tratta solo di raddoppiamento della radice phan-  che poteva avere una variante pan- come in gr. pan-ós ‘torcia, face’[5].  Esiste anche il verbo simile gr. pam-phal-ân ‘guardare attonito, estatico, spaventato’ che concorre con l’altro a stabilire l’etimo esatto delle rispettive voci di Trasacco e Aielli.  Va da sé che il prefisso illativo in-,  divenuto im- (‘m-) dinanzi a labiale, ha comtribuito a sonorizzare la sorda originaria /p/ di queste voci come avviene normalmente nei nostri dialetti.  Il verbo napoletano ‘mbambanì (part.pass. ‘mbambanùtu)[6] ‘confondersi, trasognare’ allude ad un abbagliamento piuttosto che a un rimbambimento.

   Altro termine interessantissimo è l’aggettivo ciaffë (Trasacco) ‘prognato, col mento sporgente in avanti’ oppure ‘con i denti  incisivi inferiori sporgenti’[7].  Ad Avezzano il medesimo aggettivo viene riferito al cavallo ‘dai denti larghi’, qualità che determinava un deprezzamento della bestia che così aveva difficoltà di masticazione[8].  Sembra impossibile, eppure vi è un participio aoristo atematico di verbo greco che fa proprio al caso: dia-phý-s  composto dalla prep. diá ‘attraverso’ e dal verbo phý-ein che ha vari significati come ‘generare, essere generato, crescere, divenire’ e che corrisponde al lat. fi-eri ‘essere fatto, divenire, succedere’, oltre che alla radice fu-  del perf. lat. fu-i (it. fui), come ogni bravo studente di ginnasio già sa. Il verbo assume anche il signif. di ‘separarsi’, per via del diá che esprime spesso questo concetto di ‘distacco, separazione’.  Ma c’è di più: il relativo sostantivo dia-phyha proprio il valore di ‘distinzione, separazione, interstizio’ riferito anche all’interstizio tra i denti in Plutarco.  La differenza è solo data dal fatto che in ciaffē  questa separazione è piuttosta larga e anormale, ma sempre di separazione si tratta.  La Lingua nei suoi concetti fondamentali non fa di simili distinzioni: è solo l’uso che comporta poi le varie specializzazioni.   A questo punto immagino che i più continueranno a restare perplessi per quel diȧ-  iniziale che si sarebbe trasformato nel cia-  di cia-ffë. Nessuna paura! Inizialmente si avrà avuto in dialetto una forma *ja-phë ( dal participio dia-ph-ýs) come è avvenuto nel lat. diurnu(m) , ad esempio, passato al dialettale jurnë e all’it. giorno, con la palatalizzazione della semivocale /j/.  L’esito finale sarebbe dunque stato *giàffë  con la normale riduzione, nei nostri dialetti, della parte terminale –ýs alla vocale evanescente /ë/ e con l’accento ritratto sulla prima sillaba perché nel sistema di accentazione latino, subentrato a quello greco, non esistono sillabe finali accentate. Si è verificato poi probabilmente l’assordimento dell’iniziale /g/ per assimilazione alla fricativa sorda /f/ della seconda sillaba.  Questo tipo di trasformazione fonetica si è avuto anche per il nome del paese di Gioia dei Marsi che secondo me deriva da un originario Diavolo, denominazione rimasta intatta al vicino passo montano.  Tutta la questione l’ho trattata nell’articolo Il diavolo non vuole lasciarmi […] del mio blog (agosto 2012). C’è inoltre da sottolineare che nel dialetto trasaccano frequentissime sono le varianti sorde come si può vedere, ad esempio, proprio nel termine diàvëlë ‘diavolo’ che presenta anche il suo bravo allotropo tiàvëlë. Quindi è da presumere che da un probabile *tjavëlë non potesse che svilupparsi una forma ciaulë > ciolë > cioia.  L’ultimo passaggio si è avuto per la diffusa palatizzazione della /l/ nei nostri dialetti come nel trasaccano ciavie ‘ghiandaia’, derivante dall’altra forma, più diffusa, ma anche trasaccana, ciàvela ‘ghiandaia’.  Purtroppo bastano un paio di passaggi fonetici a distorcere completamente una parola. Ma il linguista non deve farsi ingannare. Anche il toponimo di Gioia dei Marsi è quindi secondo me il termine greco dí-aulos ‘passaggio angusto, stretto di mare’ incrociatosi con l’altro gr. diá-bolos che ha vari significati oltre a quello più fortunato, per via del Cristianesimo, di ‘diavolo’.  Comunque, ripeto,  una trattazione più esauriente del termine la si trova nell’articolo poco sopra citato.

     Forti delle precedenti acquisizioni possiamo passare ad analizzare la voce dialettale ciàlëfë ‘fango, melma’ (Trasacco, Avezzano, ecc.)[9].  Se solo pensiamo alla possibilità che l’iniziale cià- derivi da un precedente dia- ecco pararsi dinanzi a noi il gr. di-aleíph-ein ‘ungere, spalmare, cancellare’ (la /a/ di diá naturalmente si elide dinanzi all’altra /a/).  La radice aleiph-  richiama i gr. áleipha, áleiphar ‘unguento, unto, pece’ come pure gr. aloiphé ‘grasso, olio, vernice, pece’.  A questo punto non è difficile dedurre che evidentemente il significato ancora più generico del termine dovesse riferirsi a qualsiasi cosa untuosa o appiccicosa, una poltiglia di sostanze attaccaticce come è in effetti la melma ma anche, ad es., il muco o moccio: infatti a Luco dei Marsi si ha il composto tautologico moc-ciàlëfëmoccio’[10] con semplificazione (aplologia) delle due sillabe simili di moc-cio e cia-lëfë  la cui conservazione avrebbe generato una cacofonia.  E così il grande mistero della strana parola rivela la sua vera fisionomia. Cialëf-ónë, a Trasacco e altrove, è una persona sporca di fango o che sa solo pasticciare le cose che fa[11].  Lo stesso valore ha , in quel dialetto, la parola ciaff-ónë la quale possiede anche il significato del precedente cialëf-ónë, per caduta della vocale evanescente /ë/ ed assimilazione regressiva di /l/ ad /f/.  Ciaffo si incontra anche fuori d’Abruzzo (Napoli, ad es.) col significato dispregiativo di ‘uomo rozzo, tamarro’ e simili, ricollegabili facilmente a quelli del dialetto trasaccano. 

    Ad Aielli, il mio paese, ‘m-bal-àsse significava ‘sporcarsi (le scarpe) di fango’ e ‘m-bala-tùrë (forse da segmentare meglio in ‘m-balat-ùre, se si considera la voce dialettale palta ‘fango’[12]) era un luogo pieno di fango. Ne è chiara la radice gr. pel-ós, dorico pal-ós ‘fango, melma, argilla molle, ecc.’ che si ritrova in forma ampliata anche nel lat. pal-ud-e(m) ‘palude’ , il quale sembra variante, appunto, di ‘m-balat-ùrë o di palta. Quest’ultimo avrà dato vita a it. pant-ano, con sostituzione di /n/ ad /l/ per assimilazione alla /n/ del suffisso -ano.  La certezza dell’origine e del significato dell’aiellese ‘m-bal-àssë mi viene dalla voce pell-in ‘d’argilla’ presente nel Vocabolario abruzzese del Bielli[13] e rispondente al gr. pél-in-os (dorico pál-in-os) ‘d’argilla’.

   E ora veniamo al termine abbafà(sse) che a Trasacco e altrove (non solo in Abruzzo, ma in tutto il meridione) ha il significato di ‘portare le pecore a riposare all’ombra durante le ore calde del giorno’ oppure quello di ‘spontaneo fermarsi e aggregarsi delle pecore all’ombra nelle ore calde del giorno’.  Ad Aielli esisteva solo la forma riflessiva del verbo che indicava appunto il fermarsi e aggregarsi di questi animali anche in luoghi non ombrosi, perché nei nostri monti non si trovavano in genere alberi.  Le pecore dopo aver brucato dal primo mattino, appena il sole cominciava a farsi sentire, anche addirittura verso le h. 9 o le h. 10[14], si fermavano, purchè sazie, serrandosi strettamente  tra loro, tanto che ciascuna di esse infilava la testa, tenendola bassa, sotto la pancia della vicina, in modo non solo da ripararsi dagli insetti che a quell’ora diventano insopportabili ma anche per formare con i loro dorsi una sorta di corazza contro i raggi solari che in questo modo non penetravano al disotto di essa. Veniva a costituirsi quindi, per tutta l’area occupata dal gregge, una sorta di riparo che manteneva, con l’ombra esistente sotto di esso, un microclima a temperatura di certo inferiore a quella che furoreggiava all’esterno.  Le pecore intanto ruminavano  placidamente producendo naturalmente anche un po’ di bava dalle loro bocche.  I più individuano appunto nella parola bava l’etimo del verbo.  Noi non lo accettiamo, non fosse altro che per il fatto che generalmente le parole, come ho ricordato diverse volte nei miei scritti, vanno dritte alla cosa da nominare, piuttosto che girarvi intorno sfruttando dei termini che indicano caratteristiche o significati secondari, marginali rispetto a quello principale che qui, secondo me, è rappresentato proprio dall’aggregarsi e fermarsi delle pecore, indipendentemente dalla presenza o meno di alberi ombrosi.  In genere i linguisti parlano solo del significato di ‘caldo opprimente’ che sarebbe espresso da questa parola, senza tener conto di altri significati che essa contiene, il che rende, a mio parere, la loro soluzione alquanto fragile perché esclude a priori che la radice abbia una polivalenza tale da poter riannodare insieme significati apparentemente molto discordanti. 

    Nel Vocabolario abruzzese di Domenico Bielli compaiono tre significati fondamentali della voce abbafà: 1-satollare; 2- condurre il gregge a meriggiare; 3- ammaliare, lusingare.  Qualcuno penserà che il primo sign. potrebbe essere scaturito dal fatto che quando le pecore si abbàfano generalmente hanno lo stomaco pieno per aver pascolato già da diverse ore, ma vedremo che così non è.  Il terzo sign. sembra essere completamente estraneo al campo semantico dei due precedenti, ma in verità non lo è.   La mia convinzione, tratta dallo stesso nucleo della radice, è che il nostro verbo abbia molto da spartire con i verbi greci aph-ápt-ein (ionico ap-ápt-ein) ’attaccare, annodare, appendere’, gr. aph-ân ’toccare, palpare’. La radice è ap, aph uguale a quella del lat. ap-isci ‘raggiungere, ottenere, comprendere’ e lat. apt-u(m) ‘attaccato, legato, adatto’. In greco esiste anche ap-aph-ísk-ein ‘ingannare, deludere’.  E’ chiaro che il sign. di fondo di questi verbi è quello di ‘legare, unire’ che si specializza anche in quello di ‘toccare, palpare’ da cui deriva l’altro di ‘ammaliare, lusingare’ della voce abruzzese. Infatti il sost. aphé,  che deriva dalla stessa radice del verbo, ha anche il raro valore di ‘suggestione’[15], concetto simile a quello di malia, che facilmente può tramutarsi in illusione e delusione.  A Scanno-Aq e nel Molise la voce abbe significa 'meraviglia'. Sembra strano ma, sempre a Scanno, il verbo abbafà significa anche ‘abbeverare’. Come è possibile? Si tratta dello stesso verbo? La mia risposta è: sì! La forma medio-passiva ápt-esthai, in effetti, significa anche ‘prendere, assumere (cibo o acqua), mangiare, bere’: così si spiega, anche per influsso del verbo it. abbuffarsi o abboffarsi, il significato  'satollare' di abbafà.  Allora è più che accettabile supporre che una probabilissima forma composta originaria *ap-aph-ân (da aph-ân citato), inserita nel sistema linguistico italico-latino, abbia dato come esito il nostro abbaf-are.  Il prefisso ap- corrisponde alla preposizione apó (lat. ab) con valore completivo, ma io sono propenso a credere che qui si tratti di radoppiamento tautologico della radice –ap. Dimenticavo l’osservazione più importante: il gr. ápt-ein vale anche ‘accendere, ardere, bruciare’ e aphé vale anche ‘accensione, ardore’.  E così si spiega il significato di ‘caldo opprimente’ dei dialettali abbafatura, abbafo che hanno anche il valore di ‘sonnolenza, appisolamento’, scaturito forse dal ciondolare della testa di chi si appisola, la quale resta come appesa: uno dei significati della radice.  Il verbo, però, sarà stato talora inteso, dall’inconsapevole e spigliata etimologia popolare, come uno dei numerosi composti preceduti dal prefisso ad- + bafare, il quale avrà dato, quindi, le varie forme di bafagna, bufagna ‘caldo umido opprimente’ ecc.  Va da sé, come ho affermato più sopra, che io considero primario il significato di ‘aggregarsi, attaccarsi tenacemente (presente nella radice)’ delle pecore tra loro, indipendentemente dal posto ombreggiato o meno in cui avviene il ‘meriggiare’.  Altre osservazioni si dovrebbero fare su questo abbafar(si) e forme collegate, ma mi fermo qui per non dilungarmi troppo. 

    Interessantissime sono poi le espressioni che vivono ancora oggi nei dialetti e che nascondono parole  di puro conio greco.  Ad Aielli ed altrove, ad esempio, usava rivolgersi o riferirsi ad un ragazzino impertinente con l’epiteto di mëcchëlùsë ‘moccioso’, dimin. mëcchëlusìjjë, per sottolinearne la ‘piccolezza’ nonostante la quale o a causa della quale egli aveva comportamenti piuttosto riprovevoli. Ma nel Molise l’epiteto ha valore di ‘bimbo frignante’ senza alcun riferimento al ‘muco’ del naso, probabilmente perché il termine si era incrociato con un altro simile, ad esempio, al trasaccano muculià ‘guaire, miagolare’[16].  La cosa è confermata da un abr. mmucculòsë ‘persona a cui scende spesso il muco dal naso, ma si chiamano così anche i ragazzi troppo capricciosi[17].  Straordinario è quindi constatare con somma meraviglia che dietro queste espressioni bisogna vedere un originario greco mikk-ós, mik-ýl-os ‘piccolino’, varianti del più noto mik-r-ós ‘piccolo’.  L’abr. mìculë significa ‘scarso (nel mangiare)’[18].  Anche a Rocca di Botte-Aq  miccu[19] significa ’piccolo’! In un certo senso si continua a parlare greco senza che ce ne accorgiamo!  Si può dire che nostri antichissimi antenati vivono ancora in queste parole che non sono scomparse nella trasmissione plurimillenaria di generazione in generazione!

     Curiosissima è l’espressione del dialetto avezzanese Lum’ alle récchië ‘Lume alle orecchie’ usata nei confronti di chi per fame arretrata e scarso nutrimento avrebbe le orecchie trasparenti[20].  Io non so se questo fenomeno accade veramente, ma so di certo che chi mangia poco da molti mesi e anni mostra la sua condizione a vista d’occhio, nel volto e nel corpo, senza nessun bisogno di un controllo sulla trasparenza delle sue orecchie! Sicchè mi è venuto in mente quasi subito il gr. lim-ós che significa sia ‘fame’ che ‘affamato’. Per il resto dell’espressione ho dovuto pensarci un po’ su per arrivare ad accogliere l’aggettivo verbale an-orekt-ós ‘elevato, teso in alto’. Nel vocabolario ho trovato in verità solo la forma semplice orekt-ós ‘teso, proteso’, ma è probabile che tra i vari dialetti parlati circolasse anche l’altra forma derivabile dal verbo an-orég-ein ‘tendere in alto, sollevare’, presente nel vocabolario del Rocci.  Il significato di tutta l’espressione doveva essere allora quello di una fame “elevata”, cioè ‘grande, cospicua, arretrata’. L’etimologia popolare, nel periodo del passaggio dallo stadio greco a quello latino, ha evidentemente storpiato la frase interpretandola come Lume alle orecchie.  Essa, come è noto[21], è capace di ben altre e incredibili trasformazioni! Ma, molto probabilmente, questa trasformazione sarà stata favorita da un’altra espressione che doveva circolare in quest’ambiente grecizzato che si avviava alla latinizzazione. Essa dovrebbe essere lým-e allë récchië ‘sporcizia alle orecchie’, con lým-e ‘sporcizia, sudiciume’ appena un po’ diverso da lim-ós ‘fame, affamato’. In italiano c’è anche il modo di dire Essere sudicio come un lume[22].  Si spiega dicendo che i lumi un tempo erano spesso imbrattati di unto o di cera, ma non è una spiegazione che mi soddisfi in pieno. Penso che le persone pulite lo mantenessero in ordine come ogni altro oggetto di casa e che la spiegazione potrebbe venire dal termine greco di cui parliamo: la frase doveva suonare, all’origine, come Essere lurido come la Sporcizia in persona.  D’altronde il termine aveva molti sosia anche fuori della Grecia, secondo me, come il lat. lam-a(m) ‘pantano, palude’, il lat. limu(m) ‘limo, fango’, ted. Lehm ‘argilla’, ingl. lime ‘calcina, pania, glutine’, ted. Leim ‘colla, vischio, pania’ e, con prefisso –s-, ted. Schleim ‘muco, catarro’, ted. Schlamm ‘fango’.

    Del grecismo rappresentato dal primo membro della voce dialettale crëst-ónda ‘bruschetta unta d’olio con una passatina d’aglio’, membro che corrisponde al gr. khrist-ós ‘unto’, abbiamo gia parlato nell’articolo La “panonda” […] presente nel mio blog (febbraio 2014).

    Conosco anche altri esempi di grecismi nei nostri dialetti, ed altri ancora ce ne saranno tra le loro pieghe a me ignoti.   Straordinario è a Scanno-Aq, paese che comunque non fa parte della Marsica, il caso della voce uiè ‘figlio’, che è pari pari il gr. hui-ós ‘figlio’, che presenta anche un tema  huiéu- [23].  A Carrito, nella Marsica, si incontra il  verbo sëckiè ‘aversela a male, risentirsi’ [24] il quale non può che essere denominativo dal gr. skiá ‘ombra’ da cui il significato di ‘oscurasi, rabbuiarsi, adombrarsi’. Fra la fricativa /s/ e la velare /k/  si è inserita una cosiddetta vocale anaptittica come avviene abbastanza spesso in questi casi: cfr. sëllitta ‘slitta’ a Trasacco oppure sëllam-àssë ‘andare a precipizio, rompersi l’osso del collo’ ad Aielli e altrove, dalla radice del verbo it. slam-are, cioè smottare, franare.  Di chiaro stampo greco è la voce avezzanese blécchë, blecc-ónë ‘uomo di scarsa intelligenza, privo di verve[25]: in greco infatti si hanno blák-s ‘pigro, codardo, lento, fiacco, stupido, torpido’ e, con ampliamento in /r/,  blekh-r-ós ‘debole, languido, lento, molle’.  Nel vocabolario del Bielli è registrata la stranissima voce ja ‘scaturisce, scorre (detto dell’acqua)’. L’accento cade sulla lettera /j/ che qui rappresenta una /i/ rafforzata, come si spiega nelle note sulla pronuncia e scrittura premesse al vocabolario. Per me si tratta del gr. híē-si, 3° pers. sing. pr. ind. del verbo hié-nai ‘mandare, inviare’ che, usato intransitivamente, ha proprio il sign. di ‘spargersi, diffondersi, scorrere’  riferito a fonti e fiumi. E’ comprensibile la caduta della desinenza –si  e la trasformazione della /ē/  in /a/  perché forse il verbo (anche se rappresentato da quest’unica voce) è stato inserito nella coniugazione latina dei verbi in –are.

   Traendo il succo di quanto detto finora, ribadisco l’affermazione fatta all’inizio, che per me è assodato che in tutta l’Italia centro-meridonale  si parlassero dialetti greci ben prima del periodo magno-greco (VIII-VII sec. a. C.), dialetti che  possono essere definiti come micenei perché appartenenti probabilmente a quella civiltà (II millennio a. C.).  Resterebbe da spiegare, comunque, il prevalere, nei termini che ho individuato, delle forme doriche conservative in (alfa) lunga, presenti del resto anche negli altri dialetti tranne nell’ionico-attico dove l’ muta in η (eta). D’altronde la ricerca genetica di Luca Cavalli Sforza condotta su campioni di sangue non lascia dubbi sulla presenza più o meno marcata di geni greci nel sangue degli italiani abitanti in quest’area geografica, ed anche oltre.  Pertanto io penso che anche i diversi grecismi della cosiddetta Tavola di Agnone nel Molise (III sec. a.C.) debbano essere interpretati non come frutto di contatti religioso-culturali più o meno intensi con la Magna Grecia ma come patrimonio epicorio di quelle popolazioni che l’avevano ereditato ab antiquo dai loro antenati micenei[26].  Infine non risulta nessuna notizia o indizio di trasferimento consistente di popolazioni dalla Magna Grecia verso le nostre terre.
   



[1] Cfr. L. e F. Cavalli Sforza, Chi siamo, Ediz. CDE spa-Milano (su licenza della A. Mondadori S.P.A.), 1993.

[2]  Il verbo mi è noto per esperienza diretta.  Esso comunque ricorre frequentemente nel centro-meridione d’Italia.

[3] Cfr. Q. Lucarelli, Biabbà F-P,  Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq  2003.

[4] Cfr. G. Proia, La parlata di Luco dei Marsi,, Grafiche Cellini, Avezzano-Aq, 2006.

[5] Cfr. l’articolo La tradizione della panarda [] nel mio blog (gennaio 2012).

[6]  Cfr. sito web: glosbe.com/nap/it/mbambanì

[7] Cfr. Q. Lucarelli, cit.

[8] Cfr.  Buzzelli-Pitoni, Vocabolario del dialetto avezzanese,  Avezzano-Aq  2002.

[9] Cfr. Q. Lucarelli, cit. nonché Buzzelli-Pitoni, cit.

[10]  Cfr. G. Proia, cit.

[11] Mi vengono in mente le voci di Aielli e altri paesi ‘mbëcà (ssë )‘sporcar(si)’ e ‘mbëcónë  ‘sporcaccione, imbrattatore, pasticcione’ che rimandano al lat. pic-e(m) ’pece’.

[12] Cfr. G. Devoto, Dizionario etimologico, Edizione CDE spa- Milano, 1984 s.v. palta.

[13] Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, Adelmo Polla  Edit., Cerchio-Aq. 2004.  La stessa voce pell-inë significa anche ‘di vista corta’.  In questo caso essa è da riportare, credo, al gr. peli-ós ‘fosco, scuro’, con le varianti péll-os e pell-ós dallo stesso significato.

[14]  L’informazione me l’ha gentilmente data  il  pastore Tonino Maccallini detto i ruscë ‘il rosso’, che ringrazio.

[15] Cfr G.Gemoll,  Vocabolario greco-italiano, Ediz. Sandron, Firenze 1951, 23.sima ediz.

[16] Cfr. Q. Lucarelli, cit.

[18] Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, cit.

[19] Cfr. M. Marzolini, “…me ‘nténni?”, Arti grafiche Tofani, Alatri-Fr  1005.

[20] Cfr. Buzzelli-Pitoni, cit.

[21]  Ho portato begli esempi di etimologia popolare nell’articolo Il rosmarino [] presente nel mio blog (dicembre 2013).

[22]  Cfr. C. Lapucci, Modi di dire della lingua italiana, Valmartina Editore, Firenze 1969.

[23] Cfr. sito web: www.scanno.org/scanno_termini_dialettali.htm.   L’abbinamento oscurità del volto = ira, risentimento è antichissimo, com’è naturale. Nel 1° libro dell’Iliade Omero paragona il dio Apollo, che si precipita irato contro i Greci dalle vette dell’Olimpo, alla notte (nyktì eoikós ‘simile alla notte’, v.47).  Il Monti tradusse: [] ed ei simìle/a fosca notte giù venìa [].

[25]  Cfr. Buzzelli-Pitoni, cit.

[26] Cfr.  Aa. Vv. Popoli e civiltà dell’Italia antica, v. VI, Biblioteca di Storia Patria, Roma 1978, p. 830 sgg. e p. 1080 sgg.