domenica 24 luglio 2011

Col tempo e con la paglia maturano le nespole e la canaglia




A proposito dei verbi 'nchianà, acchianà 'salire' diffusi nel centro-meridione d'Italia avevo sostenuto nel post del febbraio 2010 Il romanesco, ecc. "sgamare"... che era impossibile accettare la spiegazione che di essi davano pur illustri studiosi che intendevano le due espressioni come un 'arrivare al piano (dopo la salita)' . Io sostenevo che la radice chiane, apparentemente da lat. planu(m) 'piano', nascondeva in realtà il significato di 'movimento' che nelle parlate in cui comparivano quei verbi si era specializzata ad indicare il 'movimento in salita'.


Per caso, nel dialetto di Spinazzola-Ba, ho incontrato due espressioni illuminanti che dovrebbero chiarire definitivamente la questione, ammesso che lo si voglia. A Spinazzola, infatti, la locuzione chjaen (= chiàne) a basce significa 'strada in discesa' cioè 'discesa' mentre chjaen a mònd vale 'strada in salita' cioè 'salita'. Naturalmente non poteva mancare la diffusissima solita forma 'nghjanè cristallizzata nel solo significato di 'salire'. E' pertanto evidentissimo che la voce chjaen in queste due espressioni non può valere nè 'arrivo al piano' nè ' piano' nè 'salita' nè 'discesa' ma semplicemente 'movimento, cammino' e, quindi, 'salita' o 'discesa' a seconda dei casi. Anche la radice di lat. scand-ere 'salire' poteva indicare il movimento inverso, come in de-scend-ere 'scendere'. Si inseriscono a meraviglia in questo contesto i nomi di passi montani come Portella del Pian-etto (prov. di Palermo), Portella Piano Verde (prov. di Messina) per il cui 2° appellativo Verde cfr. sp. vereda 'sentiero', russo vorota 'porta'. Anche in Spagna si incontra un passo montano chiamato Puerto Llano (Passo Piano, da *Plano). E' chiaro che in questi casi il significato originario della radice piano era quello di 'passaggio, passo'.

Il lat. aequum 'piano' poteva forse indicare talora anche un' altura, ripetendo quindi il comportamento del lat. planum 'piano', di cui si è discusso più sopra, come nell'espressione in aequum eniti 'salire sul monte' o sulla 'sommità' dello stesso ((cfr. Tac. Ann.).


Si noti bene che l'idea di 'piano' (lat. planum) è collegabile a quella di 'salita' o 'discesa' o 'monte', espressa dalla stessa radice, proprio tramite il concetto di movimento, il quale si concretizza, quindi, di volta in volta in un estendersi in lunghezza (pianura), in altezza (salita, monte) o verso il basso (discesa, valle). Finalmente i tanti oronimi contenenti l'appellativo di "Piano" come Piano Grande, un costone del Gran Sasso d'Italia senza un minimo accenno di 'piano' o come Corna Piana nelle Prealpi Bergamasche , hanno avuto giustizia, anche se un po' dispiaciuti per la perdita del loro alone di mistero, nel tribunale della Ragione se non in quello dei linguisti. L'identico stato d'animo mostreranno le varie, anche se meno numerose, Valli Piane.


Questo gioco del rincorrersi e sovrapporsi, attraverso i vari strati linguistici, dei significati legati alla stessa entità sonora (significante) genera quegli sfasamenti tra significato apparente, superficiale e quello profondo a più diretto contatto con la natura del referente. Ho incontrato poco fa due esempi da manuale che riporto. Nel dialetto di Terni strozza-galline significa 'faina' e strozza-purgini significa 'donnola'. Per la legge della ripetizione tautologica l'elemento strozza- deve significare qualcosa come 'gallina' e in effetti, subito dopo aver fatto questa riflessione, mi è venuto in mente il gr. strouth-os 'struzzo, passero, gallina'. Lo stesso ragionamento vale per strozza-purgini in cui il 2° elemento -purgini (pulcini) è un diminutivo di lat. pullu(m) 'pollo, giovane animale'. E' straevidente, allora, che i due termini che in uno strato linguistico precedente indicavano la 'gallina' e il 'pollo' sono stati costretti a riciclarsi, per continuare a vivere indisturbati, all'arrivo di un nuovo sistema linguistico che sovrapponeva alla voce strouth-os 'gallina' quella del verbo strozz-are, nascondendo, così, agli occhi di tutti la loro antica identità di innocui animali da cortile, per acquisirne un'altra, quella dei loro sanguinari nemici predatori di piccoli animali. A volte si è costretti a vendere anche l'anima per campare! Ma la questione potrebbe essere ancora più avventurosa se si riflette sul fatto che la radice del 2° elemento di strozza-gall-ine combacia o quasi col gr. galé-e 'donnola, martora, faina, furetto, gatto' e la radice del 2° elemento di strozza-pul-cini combacia o quasi con il 1° elemento di ingl. pole-cat 'puzzola', animale appartenente, come la donnola, alla sottofamiglia dei Mustelini. Se si incontrasse in qualche lingua o dialetto una voce simile a quella di struzzo col valore di 'donnola,faina', voce che in greco non va oltre il concetto di 'uccello,volatile', saremmo costretti a dare a questi composti del dialetto di Terni il valore originario e diretto di 'faina, donnola'. Del resto io sono certo che dietro questi nomi si nasconde il significato generico di 'animale'. Questi composti, allora, inizialmente indicavano tautologicamente l'animale. Essi si specializzarono ad indicare sicuramente la 'gallina', come abbiamo visto, ma non è escluso che in qualche parlata indicassero anche questi animaletti dei Mustelidi, animaletti che essi sono tornati a designare, ma nel modo descrittivo non originario. Notevole è anche il gr. stroutho-kamelos 'struzzo', termine che vorrebbe tirare in ballo, per definire l'idea di 'struzzo' anche quella di 'cammello', animale che però non ha nulla a che fare col lo struzzo, se non nel senso che ambedue sono per l'appunto animali. Che avventura la Lingua! Inoltre, tutto ciò ci aiuta a pensare che queste parole circolano da tempi veramente immemorabili. Lo strozza-galline è anche un pesce frequente nel litorale romano dove viene indicato con questa espressione, ma il nome Callionimo del genere di appartenenza che già ci insospettisce di per sè, essendo tratto dallo strano nome greco del pesce kalli-onymos 'bel nome' , ci fa indovinare donde e come si sia originato il 2° membro -gall-ine. Il 1° membro strozza- deve rimandare al pesce chiamato in greco strouth-os 'passero'. Ma che è tutta questa voglia di torcere il collo alle povere galline!


Questi esempi ci rammentano di diffidare sempre di tutti quei termini che, vistosamente o meno, cercano di allontanarci da un contatto immediato, diretto con l'oggetto indicato. Lo chiameremo il principio o la legge della nominazione diretta. La Lingua, lo abbiamo ripetuto più volte, agli inizi amava poco trastullarsi con le descrizioni più o meno divaganti delle cose da nominare. Le indicava direttamente e basta.


Per favore, cercate di mettervi in testa, una volta per tutte, che i significati profondi delle radici sono sempre molto, ma molto generici, e tutto in linguistica apparirà incredibilmente molto più chiaro. Mi riempie di stupore, di commozione e di gioia sapere che lo stesso principio regola il grande albero della Lingua con i suoi rami che raggiungono ogni angolo della Terra, come quello degli esotici Cinesi e Giapponesi con le loro lingue apparentemente così diverse dalle nostre, o quello dei Pigmei nell'Africa sitibonda o degli Inuit o Eschimesi dell'algido Nord. Ed è almeno rassicurante apprendere che studiosi come il premio Nobel Konrad Lorenz pongono il "movimento" alla base del pensiero umano. Nel suo libro L'altra faccia dello specchio (titolo orig. Die ruckseite des Spiegels), Edizioni Club degli Editori su licenza della Adelphi Edizioni, Cles-Tn 1980, egli sostiene a p. 220 e s., appoggiandosi anche a studi di famosi linguisti come W.Porzig e N.Chomsky, che il pensiero umano non è diverso dall' agire in uno spazio immaginato come avviene per quell'orango che, messo in una stanza con una cassetta in un angolo e una banana appesa al soffitto nell'angolo opposto, dopo aver guardato dapprima lungo la diagonale che unisce la cassetta alla banana senza trovare nessuna soluzione, rivolge poi lo sguardo alla cassetta, di lì lo sposta lungo il pavimento esattamente fin sotto la banana, facendolo salire quindi verso l'oggetto del desiderio e trovando finalmente, con chiare dimostrazioni di esultanza, la soluzione che consiste nello spostare la cassetta sotto la banana e nel salirvi sopra per poterla afferrare e mangiarla. Ora, l'agire nello spazio è, come abbiamo visto fare dalla scimmia nella sua immaginazione e poi nella realtà, essenzialmente uno spostarsi nel senso delle tre dimensioni della lunghezza, larghezza, altezza. L'idea di "movimento", costitutiva del pensiero, è una prima specializzazione di quella originaria della forza e della spinta.


Anche nel campo della psicologia e della psicobiologia si è posto l'accento sull'importanza del movimento che ha larga parte nella formazione e sviluppo delle capacità cognitive del cervello. In una Traccia della relazione svolta al X Congresso nazionale GISCEL, Ischia marzo 2000 (1), Anna Oliverio Ferraris e Alberto Oliverio dell'Università "La Sapienza" di Roma, tra l'altro così si esprimono: "In termini evolutivi il linguaggio sarebbe perciò il prodotto dell'affinamento e potenziamento di una serie di attività cognitive già coinvolte nelle funzioni sensoriali, motorie, nella memoria, nella comunicazione. In genere, sia nella psicologia evolutiva che in quella generale, siamo portati a scindere tra di loro i vari aspetti delle funzioni mentali ritenedo che essi siano dei moduli dotati di una loro autonomia: in realtà la mente, si tratti di linguaggio come di altre funzioni cognitive e percettive, ha una sua unitarietà e risente di una componente, quella motoria, che è la più antica dal punto di vista evolutivo e che dipende da sistemi (corteccia, gangli della base e cervelletto) che assommano in loro componenti motorie, motivazionali, cognitive".


Oggi, 26 luglio 2011, ho avuto la conferma che la mia analisi del termine fischia-frosce 'zufolo' di Rocca di Botte-Aq, di cui ho parlato nel relativo articolo dell'aprile scorso, era ineccepibile. Nel dialetto di Spinazzola-Ba la voce fraesca-jol significa infatti 1) 'fischietto metallico' (la parola si è adattata ai tempi moderni); 2) 'vulva' . Così questo termine convalida bellamente i due significati che avevo supposto per questa voce. Per ora non so come bisogna spiegare la sua componente -jol ma è già grande ventura aver capito il resto.



Fortuna, cuius opem haud multo ante invocaveram, valde mihi adrisit. Gratias tibi ago gratus, o diva Fortuna! Sed qua iusta remuneratione a me donaberis? Vitam meam tibi donum dico, o diva immortalis! (La Fortuna, il cui soccorso invocai non molto tempo fa, mi ha arriso splendidamente. Riconoscente ti ringrazio, o divina Fortuna! Ma quale degna ricompensa avrai da me? Ti dono la mia vita, o dea immortale!)






Note

(1) Cfr. sito internet: http://www.funzioniobiettivo.it/glossadid/Corpo%20cervello%20linguaggio.htm

Il sito sul dialetto di Spinazzola è: http://www.spinazzolaonline.it/public/editorfiles/Dizionario+cover%20PDF(1).pdf.

lunedì 18 luglio 2011

Zitto e mosca !


Zitto e mosca!, non si potrebbe forse trovare un’espressione più efficace (si usa anche il solo mosca!) di questa che però nello stesso tempo è una delle più oscure quanto all’origine di quella mosca, contrariamente a come si possa invece pensare. La quale, peraltro, ci tallona da presso in un’altra espressione legata al silenzio, cioè Non voler sentire una mosca volare. Ma in questo caso la mosca non sembra comportarsi da inquilino abusivo, perché è chiaro, almeno a questo punto dell’analisi, che la frase vuole significare che il volo di una mosca già sarebbe, per chi pronuncia quell’espressione dall’alto della sua autorità, un disturbo insopportabile, naturalmente esagerando, come si fa in questi casi. A meno che non si voglia sostenere — cosa a mio parere impossibile— che la parola mosca nell’espressione interiettiva voglia essere un estremo compendio, frutto di una mente votata all’ermetismo, di tutta la corrispondente e distesa frase negativa. La presenza, nel vocabolario abruzzese di D. Bielli, dell’espressione moscatë! (silenzio!) fa capire che anche mosca! è un imperativo di 2° persona sing. e non un sostantivo che alluda al ronzio impercettibile della mosca. Si potrebbe però anche in questo caso argomentare che il verbo è un denominativo da mosca e tutto tornerebbe come prima. Ma uno dei principii imprescindibili della mia ricerca, e cioè che la Lingua nomina le cose per quello che sono e non per via indiretta, mi costringe a sostenere quello che subito dirò.


Lasciandomi guidare dal mio fiuto, ho prima pensato che in questo caso la parola mosca potesse avere qualcosa in comune col lat. muss-are ‘soffocare la propria voce, bisbigliare, tacere’ e che la prima possibile sua componente doveva trovare riscontro nel gr. ‘chiudo (labbra, occhi, ecc.), mi chiudo, serro, sto quieto, tacito’. La doppia –s- di lat. muss-are può essere anche il risultato di un precedente o parallelo *musc-are: il lat. pessulu(m) ‘chiavistello’, abbiamo visto in un altro articolo, era affiancato da varianti più o meno dialettali come pesculu(m), pestulu(m). Ma, essendo per così dire quasi certo il primo elemento -, connesso col verbo greco citato, come si potrebbe spiegare l’elemento successivo –sc-, secondo il principio della ripetizione tautologica? La radice di gr. sig ‘silenzio’(cfr. a. a. t. swig-en ‘tacere’) andrebbe molto bene per formare un composto tautologico *mu-sig-are da cui *musc-are, per influsso di lat. musca(m)’mosca’. Riflettendo un po’ più approfonditamente su questa mia ricostruzione ipotetica, mi accorgo in effetti che essa permette di sostenere (cosa di cui ho riscontrato la verità anche in altri casi) che l’espressione tradizionale che parla di silenzio in cui non si sente mosca volare potrebbe essere partita all’inizio senza il suo valore metaforico attuale in cui la mosca ha preso, anche se —debbo riconoscerlo— molto icasticamente, il posto dell’originario brontolio, bisbiglio, concetto espresso allora da un termine andato poi a confondersi col lat. musca(m) ‘mosca’. E questo si inserisce nel contesto della considerazione, più volte da me ripetuta, che la Lingua ama nominare le cose direttamente per quello che sono, senza nemmeno gli abbellimenti metaforici, dunque, di cui l’ homo loquens poteva all’origine paradossalmente fare a meno essendo ogni parola, per quanto riguarda il suo significato, già pirandellianamente una nessuna e centomila per sua propria natura, sicchè solo nell’atto pratico della comunicazione le parole cercavano rapidamente di assumere significati particolari che distinguessero una mosca ‘essere vivente’, ad esempio, da un suo sosia col significato di ‘bisbiglio’, ma percepito anch’esso come un essere vivente.


Ragazzi! Che grande avventura è la Lingua! Non finisce mai di stupirmi! Vi garantisco che è cento volte meglio restare solo nel chiuso della mia stanza a cercare di costringere le parole a confessare la loro plurimillenaria e fantasmagorica vita che tentare di svagarmi altrove, forse senza successo, rincorrendo vanamente il fantasma del rilassamento e della felicità con caterve di persone che si addensano come nugoli di mosche lungo le belle (dove non c’è inquinamento!) spiagge italiane. D’altronde io mi ritrovo il passo lento e l’animo solitario, se non proprio scontroso, del montanaro nato, cresciuto e pasciuto e per di più succube spesso d’un desiderio vano d’un mondo che più non è.


Che i suoni per natura volano (cioè si diffondono) lo si sa almeno dal tempo di Omero, con le sue parole volanti! Eppure l’abbinamento del suono, elemento costitutivo delle parole, col volo può riuscire un poco stonato, sgradevole. Una cosa è certa: dinanzi alle parole, specie quelle delle frasi idiomatiche, dobbiamo scappellarci in devota adorazione: esse hanno preso acqua e sole a profusione per una infinità di stagioni e recano a noi i profumi i gusti gli echi e i segni di epoche lontanissime anche se a poco a poco si sono talora deformate, spesso consumate, rese quasi irriconoscibili, in un gioco ambiguo tra il voler nascondersi per uno spiccato senso di signorile pudore e il lasciare trapelare qualcosa della loro straordinaria natura e storia a noi ignari, ignoranti e spesso indegni loro fruitori!


Che esistessero per così dire due tradizioni, una rappresentata dal logudorese muschiare ‘bisbigliare, brontolare’ che richiama il supposto *musc-are ‘bisbigliare, tacere’ e l’altra dal logudorese musc-ire(1) ‘bisbigliare, fiatare, zittire’ che potrebbe derivare sempre dalla stessa radice musk- o magari dalla sua variante muss- di lat. muss-are ‘bisbigliare, tacere’, mi sembra abbastanza accettabile. Anche nel Bielli è presente la forma muschi-are (2) ‘ronzare’ che sembrerebbe in collegamento con il sostantivo mosca: ma abbiamo visto che simili connessioni sono ingannevoli. Piuttosto, l’abruzzese muschi-are ‘ronzare’ rimanda ad un precedente *muscul-are che a mio avviso combacia con il siciliano trapanese musculi-àtu ‘ventilato, battutto dal vento’. Subentra quindi anche un’idea di vento connaturata a quella di ‘bisbiglio, fiato, soffio’ proprio della radice. A meno che non si voglia dar retta a coloro che collegheranno senz’altro questo vocabolo a sic. muscaloru ‘ventaglio per vari usi’ che deriva sì da un lat. *muscariolu(m) diminutivo di muscariu(m) di cui parlerò più sotto, ma senza la necessità di legarlo mani e piedi al concetto di mosca, come fanno quelli che amano restringere e soffocare i limiti dello spirito piuttosto che espanderli. Il problema è di capire come mai una radice per ‘bisbiglio’ si presti a indicare anche il ‘silenzio’. All’origine di questo fatto mi pare che possa porsi l’abitudine, diffusa un po’ dappertutto almeno in Europa, di intimare il silenzio mediante l’emissione di una sorta di sibilo, ma forse, più in profondità, resta la considerazione che sia il sibilo sia il silenzio sono effetto di una pressione tesa da un lato ad esprimere suoni e parole, dall’altro a comprimere le labbra come ad evitare che sfugga alcunchè dalla bocca. Abbiamo già parlato della radice mu- che ha dato origine sia al sscr. muk-as ‘muto’, abruzzese muccë ‘silenzio’ che al lat. mut-u(m) ‘muto’; il serbo-croato mostra di possedere la radice se in quella lingua il ‘silenzio’ suona muč-anje. Ma esiste , per così dire, anche un’altra variante abruzzese mopë, mupë ‘silenzioso, muto’, il che sembra dare forza alla mia convinzione che le parole, uscendo dalla bocca degli uomini preistorici, potevano prendere qualsiasi direzione in quanto composte di elementi omosemantici.


Il problema si complica, ma nello stesso tempo chiarisce alcuni miei principi fondamentali, quando osserviamo che in sardo musca significa anche ‘ebbrezza, sbronza’. In campidanese muschittu, oltre che ‘moscerino’ significa anche ‘fregola’ che è un altro modo di sentirsi eccitato rispetto al precedente ‘sbronza’. Allora bisogna prendere atto di una tendenza della radice (di tutte le radici) ad allargare sempre di più il ventaglio delle sue possibilità espressive che tutte rientrano nell’idea di ‘forza’ la quale può generare il sibilo, il vento, e qualsiasi altra forma di energia come l’ eccitazione provocata dal vino o quella provocata dal sesso o dall’amore. In effetti si incontra in espressioni di alcune lingue europee ancora la parola mosca ad indicare sentimenti che ruotano intorno ai concetti di ‘ira, stizza , agitazione, furia’ come nel fr. prendre la mouche fotocopia del dialettale (Aielli e altrove) pijjà la mosca ‘prendere la mosca’, espressione sì riferita agli animali (ma anche agli uomini) che si imbizzarriscono o scalciano improvvisamente perché punti da qualche insetto, ma che aveva una vita propria, in quanto la parola mosca conteneva già di suo quei significati ruotanti intorno alla ‘eccitazione’, come dimostrano le parole sarde. Lo stesso avveniva d’altronde per il gr. oîstr-on (da cui it.estro) che poteva significare ‘tafano, pungiglione, estro poetico, furia, passione’ e simili, tutti significati provenienti da quello fondamentale del verbo -mai ‘mi slancio, mi avvento’. E certamente anche la musica, con quel nome un po’ troppo scintillante e pomposo se inteso come i Greci lo intendevano, cioè '(arte) delle Muse', credo debba più modestamente riallacciarsi al sibilo del supposto verbo *mu-sig-are da musc-are che deve averle dato i natali. Naturalmente un sibilo può accrescersi e trasformarsi in ispirato canto o concento che come tale cade sotto la protezione delle divine figlie di Giove e Mnemosine, abitatrici immortali dell’Elicona e del Parnaso, le Muse, amanti del canto, della danza, della musica e di ogni espressione artistica dell’uomo nata sotto il pungolo irresistibile della loro possente mania ‘furore, ispirazione’ creatrice. La questione linguistica, però, si risolve non lasciandosi attrarre dal fascino pericoloso delle belle dee antiche, ma ponendosi pragmaticamente questa domanda: sono state le Muse a dare il nome alla musica o il contrario? Ma certamente il contrario!, dato che ogni divinità non è altro che la ipostatizzazione di fenomeni naturali che dovettero ricevere i loro nomi prima o al massimo contestualmente alla loro trasformazione in divinità! vivaddio, la Natura precede ogni sovrastruttura ideologica! Ora credo di aver finalmente capito il significato profondo del nome delle Muse per il quale taluni propongono anche, direi opportunamente, l’etimo che richiama la radice men molto diffusa tra le lingue indoeuropee e connessa col lat. mente(m) ma anche col gr. mén-os ‘forza vitale, passione, volontà, ira, furore’. Dimenticavo lo spagnolo familiare mosque-arse ‘arrabbiarsi, prendersela’ che mantiene una scintilla della divina eccitazione come l’it. saltar la mosca al naso ‘ venire un attacco di rabbia, irritarsi’. Il naso di questa espressione meriterebbe maggiore attenzione, ma rimando la cosa ad altra occasione. La noiosa mosca oggi la fa da padrona nel nostro lessico facendo anche del torto ai cosiddetti mosconi ‘corteggiatori insistenti e noiosi’ i quali, prima che si incontrassero con l’insetto, dovevano essere solo ‘corteggiatori’ o ‘innamorati’ presi seriamente dal sacro fuoco dell’amore, e bisognosi quindi di maggiore rispetto.


Il sardo nuorese fàchere su músiu significa ‘fare le fusa’ e quindi il campidanese fai sa música dello stesso significato non ha valore metaforico, ma indica direttamente il ron ron delle fusa simili ad un sibilo. E in effetti non ci vuole molto a mettere al posto della musica (che evoca nella nostra mente bande, squilli di tromba, fanfare e trionfi) una povera mus(i)ca ‘mosca’ dal ronzio monotone et éphémère, che poi ci accorgiamo essere anch’essa, benchè più realistica della musica (infatti suonerebbe più concreto e aderente al contesto dire che il gatto fa la mosca invece che la musica), un fantasma svanente in un sibilo appena avvertibile. C’è poco da fare! i significati sono qualcosa di estremamente mobile nel corpo della parola che sembra presentarceli invece cristallizzati, incapsulati (fatte salve le normali oscillazioni semantiche) per sempre fin dall’origine, come se essi non fossero, al contrario, espressione di un momentaneo e superficiale guizzo atto a rendere più perspicua la comunicazione, di un magma sotterraneo e incandescente, che pure vorrebbe atteggiarsi ad entità ben solida e duratura! E lo studioso che non avverte questo fondamentalissimo fenomeno è destinato ad arrancare dietro fantasmi che infine lo lasciano beffardi con un pugno di mosche! Anche quest'ultima espressione, non presente -mi pare- in altre lingue europee, non risulta mica tanto per la quale alla luce dei nostri gusti diventati schizzinosi, specie nei riguardi di questi insetti dispettosi. In effetti è difficilissimo acchiapparne una sola, figuriamoci un pugno! Se ci riuscissimo dovremmo comunque non restare delusi come vuole il senso dell'espressione, ma, al contrario, fare salti di gioia perchè il fatto sarebbe una prova indiscutibile della nostra veramente eccezionale abilità di acchiappamosche. E allora, per far quadrare i conti con la nostra logica, non resta che dare in questo caso al termine mosca, reso plurale per l'occasione, il significato di 'aria, vento' incontrato più sopra. Si direbbe anche che, man mano che la si riavvicina all’origine, la parola diventa, starei per dire, sempre più seria, perde qualsiasi atteggiamento ludico che sembrava distrarla dal suo vero ed originario compito, quello di tentare di mettere ordine nelle cose del mondo, nominandole e non giocando con esse.


In catanese musia vale ‘allegria’: siamo semptre nell’ambito della ‘eccitazione’. Il lat. musc-ariu(m) ‘ventaglio scacciamosche, coda di cavallo, fogliame ad ombrello’ è il punto d’incontro di almeno tre significati diversi legati alla radice musc-, cioè quello di 'sibilo, vento'; quello di 'mosca', e quello di 'cespuglio, pianta'. Quest’ultimo si riscontra, ad esempio, nel trasaccano mosca-tàna (3) ‘cespuglio spontaneo usato per l’addobbo di Natale’, sicchè non bisogna credere al presunto valore metaforico di italiano (con riscontri dialettali) mosca, moschetta ‘ciuffo di peli tra il mento e il labbro inferiore’. Questo tipo di mosca va confrontata con gr. móskh-os ‘germoglio, ramo, animale giovane, vitello, fanciullo, rondinino (che è un volatile come la mosca)’ e con lo stesso lat. muscu(m) ‘muschio’, sardo campidanese musc-erra ‘mosca carnaria, moscerino, ragazzaglia’. Certamente non mi appaga, quindi, l’etimo dato per napoletano musch-ìllë (4)‘ragazzino assoldato dalla malavita’ ma anche solamente ‘ragazzino’. Nel libro di cui alla nota, infatti, si sostiene che il significato alluderebbe metaforicamente ad un ‘moscerino’. Ma abbiamo visto che il problema non si risolve in questo modo, perché dentro l’involucro esterno del moscerino potrebbero trovarsi tante scatoline cinesi ciascuna contenente il significato particolare che quel tratto di sonorità ha assunto di parlata in parlata, di età in età, e il rapporto che il linguista crede di scoprire a gioco fermo potrebbe anche essere rovesciato nel senso che potremmo chiederci se è l’idea di ‘moscerino, mosca’ ad attivare un rapporto con quella di ‘ragazzo’, di ‘vitello’, ecc. o viceversa. Il gr. moskh-ári-on ‘vitellino’, simile formalmente al campidanese musc-erra ‘ragazzaglia’ può senz’altro chiarire l’idea. Non ci confonda il suffisso peggiorativo –aglia , un riflesso dovuto al significato di ‘suono, rumore’ che la radice esprimeva, come abbiamo visto, in altri contesti.


Il gioco della mosca-cieca deve essere ripetizione tautologica del concetto di ‘cieco’: si ricordi che greco significa anche ‘chiudo gli occhi’ oltre che ‘chiudo la bocca’. A pensarci bene la radice in questo caso esplicita la sua funzione di copertura adombrata già in lat. muscariu(m) ‘fogliame ad ombrello’ e presente, a mio avviso anche nel lat. musc-ulu(m) ‘galleria, macchina al riparo della quale i soldati si avvicinavano alle mura di una città per demolirle’.


Acqua in bocca! La frase, in bocca ai parlanti del mio dialetto (ma anche di quelli di mezza Italia) suonerebbe acqua ‘mmocca , una bella base di partenza per ricavarne un’espressione come *áku’ i muka 'ascolta (greco ákoue) e taci! (sscr. muk-as ‘muto’): una ingiunzione che tornerebbe a fagiolo negli appostamenti della caccia e nelle esplorazioni militari della preistoria! Nel gallurese esiste il verbo micà ‘tacere’ ma pure l’impagabile Bielli ci regala la voce muccë ‘silenzio’ (pìjëtë quess’e mmuccë ‘prendi codesto e buci!’), anche se dietro la vocale indistinta doveva esserci una –i- degli imperativi dei verbi in -ire. Sicuramente la voce ricorrerà in diverse altre parlate. Perché mai, in effetti, dovremmo metterci acqua in bocca (che potrebbe sfuggirci via o essere inghiottita) e non magari un po’ di foglie, d’erba o un fazzoletto (molto più sicuro!) per tacere, se proprio uno non ne può fare comodamente a meno? Come ci appaiono ridicole e improbabili queste locuzioni ora che ne abbiamo scoperto il meccanismo! In effetti non ci sarà stato mai nessuno che avrà messo dell’acqua in bocca per mantenersi silenzioso. L’altra espressione Dare i calci della mosca ‘rivolgere ingiurie e percosse inoffensive’ non può essere nata a tavolino: al posto della mosca potevano nominarsi caterve di altri animaletti inoffensivi! Qui credo che il termine abbia avuto, all’origine, lo stesso significato della frase analizzata più sopra riguardante chi è preso dalla mosca (furia, eccitazione). Una volta uscito questo significato fuori del lessico corrente, la parola mosca non poteva fare altro che adattarsi alla nuova situazione, in cui una povera mosca non può che essere innocua!


Il Bielli riporta anche la strana espressione abruzzese mosc’a la ceštë ‘zitto e mosca!’ il cui 2° nome non può che significare una nuda ‘cesta’ (lat. cistam). Il mistero si scioglie non appena si pon mente all’ingl. hiss ‘sibilo, sibilare’ la cui fricativa iniziale h- rimanda ad una precedente velare sorda k-; all’interiezione inglese che intima il silenzio hist! ‘sst!’; all’ingl siss=hiss; al m.ingl. siss-en, ciss-en ‘sibilare’; all’ingl. hush ‘silenzio, calma’; al ted. zisch-en ‘sibilare, fischiare, zittire’, sp. chis! ‘zitto!’, sp. chiche-ar ‘zittire’, sp. sise-ar ‘zittire’, sp. chist-ar ‘fiatare, parlare’, sp. chit-on! ‘silenzio!’: tutte queste voci simili, che non sono onomatopeiche nonostante l’apparenza, fanno venire l’idea che anche l’it. zitto abbia subito una trafila di questo tipo: *cisto, citto, zitto.


Concludendo, non si può passare sotto silenzio che queste radici per ‘taci!’ che spuntano qua e là in diverse parti d’Italia, non possono spiegarsi come il portato più o meno recente di aleatorio materiale romanzo, ma debbono provenire da strati lontani, anche molto, nel tempo.


Mosc’a la ceštë!, dunque, a tutti gli scholars che sicuramente borbotteranno dinanzi a queste mie intemperanti divagazioni non certo ortodosse che per loro sono come noiose moscacce importune, benchè essi non abbiano trovato finora, che io sappia, né riusciranno forse a trovare mai una spiegazione, sufficientemente soddisfacente per l’espressione, diversa dalla mia! La sfida è aperta! coraggio! cerco chi mi dia una lezione tale da farmi perdere, se non il gusto di vivere, quello di divertirmi con le parole! Di mezzi ce ne avete sicuramente più di me! An clarissimi grammatici, despecto provocatore, mussant? (O forse gli illustrissimi studiosi tacciono per l’insignificanza dello sfidante?).








Note





(2) Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, Adelmo Polla Editore, Cerchio-Aq 2004.


(3) Cfr. Q.Lucarelli, Biabbà F-P, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq 2003.


(4) Cfr. M. Cortelazzo/C. Marcato, I dialetti italiani, UTET, Torino 1998.





lunedì 4 luglio 2011

Lingue germaniche nell'Italia preistorica


Molti sono i termini italiani o dialettali di difficile etimologia che, secondo me, si inquadrano molto bene in un sistema linguistico di tipo germanico. Se si considera, ad esempio, l’it. scattare non si può non accostare il verbo ai dialettali (siciliano, salentino) scattunë, scattë ‘germoglio, pollone’ con qualche riflesso nella terminologia relativa ai rampolli umani come nel lucano (1) (Gallicchio-Pz) šcattìescë ‘bambino molto piccolo’, scazzùoppëlë ’bambino poco sviluppato, nanerottolo’, šcattùordë ‘bambino dispettoso’, perché qui la parola si è chiaramente incrociata con l’agg. šcatt-ùsë ‘dispettoso, molesto’, termine a metà strada tra il verbo scattà, con lo stesso significato di it. scattare, e il verbo corradicale con la iniziale palatilizzata šcattà ‘schiattare, scoppiare, crepare, sbocciare, germogliare’. Il bambino dispettoso è, insomma, quello dotato di una natura estremamente reattiva alla presenza degli altri, la quale convoglia i suoi spiriti ostili e sdegnosi verso chi viene preso di mira. L’it. schiattare sarà variante di un originario scattare. L’idea di fondo è quella di premere con forza, spingere, muover(si) velocemente, che si ritrova nel ted. schiess-en ‘muoversi velocemente, volare, avventarsi, sparare’, ingl. shoot ‘sparare, lanciare, tirare, scagliarsi’, ingl. scat ‘andarsene velocemente, partire in fretta’ coi loro riflessi vegetali e anche umani come in ingl. shoot ‘getto, germoglio’, ingl. off-shoot ‘germoglio, rampollo, discendente’, ted. Schöss-ling ‘rampollo, discendente’. Da notare l’inglese dial. shot ‘esserino di scarso valore, animale giovane o stentato’ che va ad affiancarsi al sopra citato scazzùoppëlë ‘bambino poco sviluppato, nanerottolo’ del dialetto di Gallichio-Pz. A me pare che si tratti della stessa radice di lat. scat-ere ‘scaturire, zampillare’ incrociatasi magari, in alcuni suoi significati e nella coscienza del parlante, con un supposto lat. *ex-capt-are ‘cercare di afferrare’, posto dai linguisti alla sua origine. Anche l’it. schizzare, considerato di origine onomatopeica, richiama invece il ted. schiess-en, sopra citato, ingl. skeet , tautologico nel nome dello sport chiamato skeet-shooting ‘tiro al piattello’, ma che significa anche, nei dialetti, ‘andarsene velocemente, far schizzare (un liquido)’. L’ingl. sketch ‘schizzo’ nel senso di abbozzo è quasi una fotocopia del termine italiano corrispondente da cui del resto è stato preso. Con una radice così stabile si spiegano bene anche le diverse Fonti Scod-ella da me incontrate qua e là.


Interessante la voce trasaccana scazz-ìgne (2)‘sperma’, che non va assolutamente avvicinata al volgare cazzo ‘membro virile’ se non fosse altro per il fatto che le parole indicano le cose direttamente senza dovervi per forza girare attorno, per cui mi pare possibile ricostruire una forma *scattin-, ampliamento delle radice scatt- di cui sopra, variante di quella di schizzo. Ma quello che mi sembra di notevole importanza è supporre che anche l’it. scaten-are , benchè si sia incontrato con lat. catena(m) ‘catena’ nel significato di ‘liberare dalla catena’ inserendosi così tra i verbi composti col lat. ex ’fuori da’, possa risalire alla suddetta radice e ne esprima tutto lo slancio e la violenza. In effetti il collegamento fra il ‘togliere la catena’ e il ‘liberar(si) delle forze’ può essere stato favorito dalla mediazione della radice suddetta. In inglese, tedesco, latino, greco i due diversi concetti sono infatti espressi in maniera diversa. Altre notevoli parole del dialetto trasaccano sono scazzà ‘fare un guadagno imprevisto e quasi immeritato’ col relativo sostantivo scazzàta. A me sembra di dover qui chiamare in causa l’it. scotto ‘prezzo pagato all’osteria, contraccambio’ , fatto derivare dal francone skot ‘tassa’, ma probabilmente stanziale in Italia da tempo immemorabile e abbastanza diffuso nel mondo germanico come nel dan. skat ‘tesoro, censo, tributo’, ted. Schatz ‘tesoro, ricchezze, persona amata’, ted. Schoss ‘dazio, tributo, censo’. Il termine trasaccano adombra una sorta di incameramento forzoso o casuale, un venir in possesso di un bene che mi fa pensare a qualcosa come ted. schatz-en ‘tassare, imporre tributi’ il quale fa il paio con ted. schoss-en ‘pagare un tributo’ ma anche ‘mettere virgulti’, riallacciandosi in questo senso alle parole sopra menzionate per i germogli. Credo che alla base dei due concetti ci possa essere l’idea di ‘spingere, produrre, protendere, dare (cfr. dazio)’ ma anche ‘tendere la mano per ricevere o prendere qualcosa’. Il ted. Schoss-er ‘ riscotitore, esattore’ mi fa supporre che anche l’it. ri-scuot-ere, nell’accezione di ‘ricevere una somma dovuta’, insieme al termine ri-scossa non nell’accezione di ‘contrattacco’ ma in quelle di ‘riconquista dei propri beni, diritti; liberazione, riscatto’, non abbia nulla a che vedere col verbo scuotere come probabilmente anche l’it. ri-scatt-are il quale deve scrollarsi di dosso quella che, a questa luce, appare come artificiosa etimologia, dal supposto lat. *re-ex-captare ‘riprendersi indietro’, con due prefissi di cui il verbo latino è invece sprovvisto : mi viene incontro la riflessione che, se è vero che una cosa o un uomo riscattato, ritorna per così dire in possesso di chi li riscatta, è anche vero però che così l’azione del riscatto non viene indicata per quello che fondamentalmente è, cioè uno scambio, un baratto tra due parti contrapposte, tra chi offre un bene o un prezzo adeguati e chi riconsegna per così dire il maltolto. A quanto pare il ragionamento che porto avanti da diverso tempo sulla tendenza della Lingua ad indicare i referenti per quello che sono, mi aiuta forse a raddrizzare le cose anche in questo caso. Con la constatazione che, appena una radice viene a trovarsi ai margini di una lingua, le parole che da essa traevano la linfa vitale cercano di adattarsi alla nuova situazione in cui radici simili ad essa, ma più diffuse, in auge ed in salute, le fanno una concorrenza spietata spadroneggiando in ogni modo, come in questi casi fanno i derivati dal lat. quat-ere ‘scuotere’(lat. in-cut-ere, per-cut-ere, ex-cut-ere, ecc.) e il lat. capt-are ‘ cercare di prendere, captare’. In effetti la parola che il greco ha per ‘riscatto’ è chiarissima: -tr-on (da -o ‘io sciolgo’) ‘mezzo di scioglimento, liberazione’ o semplicemente ‘pagamento’ come in lat. lu-ere ‘pagare, liberare, espiare’, radice di cui riparlerò più sotto. In tedesco abbiamo il verbo los-kauf-en ‘redimere, riscattare’ che, alla debole luce dei significati attuali delle due componenti, si spiega solo come fosse una creazione a tavolino, e cioè ‘comperare (kaufen) in modo da rendere sciolto (los= sciolto, staccato): ma che modo di ragionare! Quanto sarebbe più semplice la spiegazione, e più a misura d’uomo, se si potesse trovare tautologicamente un significato di kaufen simile a quello di los! Eppure a mio avviso non bisogna sudarci sopra molto perché ci viene già incontro la voce dialettale ingl. cop ‘colpire (una persona)’, spec. alla testa, per influsso del dialettale cop ‘testa’, voce che si accompagna al più o meno dialettale o arcaico cob ‘colpire, trebbiare (grano), staccare da un blocco di minerale il materiale scadente con un martello’ e ancora a chop ‘spaccare, tagliuzzare, tritare’ da cui spunta a sorpresa il significato commerciale che fa per noi ‘barattare, scambiare’ che ci riporta dritto dritto ad ingl. cheap ‘a buon mercato’, al dialettale ingl. chap ‘comprare, barattare’, dialett. cope ‘barattare, scambiare’, che sono alla base del ted. kauf-en ‘comperare’ da cui siamo partiti. Che il ted. kauf-en ‘comperare’ avesse all’origine un significato generico di ‘scambiare, barattare’ lo avevo modestamente già capito dal ted. ver-kauf-en ‘vendere’ il cui prefisso inseparabile ver- , molto attivo in tedesco, ha una funzione spesso rafforzativa del significato del verbo semplice. In questo caso è servito a determinare una leggera distinzione, anche per il significato, da kauf-en ‘comprare’. Finalmente, dunque, il significato di ted. los-kauf-en ‘riscattare’, da cui ci eravamo mossi, può essere guardato sotto la quieta e riposante luce che avvolge il ted. los-brech-en ‘staccare, rompere con forza, scatenarsi’ il quale, nonostante la violenza di questi significati, risulta composto dal solito los- (sciolto, staccato —ma vicino alla forma infinitiva ingl. lose ’perdere’) e da brech-en ‘rompere’. La stessa cosa si dica del ted. los-bring-en (e di diversi altri termini) ‘staccare, distaccare, liberare (un prigioniero)’, da ted. bring-en ‘portare, apportare, causare, produrre’, concetti riassumibili tutti da uno ‘spingere’ che può produrre anche un ‘distacco’ come in questo caso. Caratteristico il ted. los-sag-en ‘ lasciar libero’ al passivo ‘staccarsi a forza, separarsi, romperla con qlc, svincolarsi’. Letteralmente il verbo vale ‘dire sciolta, staccata qlco.’, una dichiarazione d’intenti che però non è registrata puntualmente dai vari significati i quali espongono solo il dato di fatto del ‘liberare’ o ‘liberarsi’ da qualcosa. D’altronde mi sembra quasi ridicolo pensare che uno, prima di separarsi da qlcosa o qlcuno, debba dichiarare per forza di volerlo fare! Lo fa e basta! Tanto è vero che se uno effettivamente dice di aver sciolto qualcosa usa l’espressione Ich sage, dass ich etwas gelöst habe ‘Io dico (Ich sage) di aver sciolto (dass ich gelöst habe) qualcosa (etwas)’ o simili e non Ich sage etwas los che significa ‘Io lascio libero qualcosa’, letter. ‘Io dico sciolto qualcosa’. Anche qui si nota, dunque, una discrepanza tra il significato di superficie e quello di fatto. La ragione sta tutta nel fatto che in questo caso –sag-en non significava ‘dire’ ma doveva indicare un ‘movimento, un distacco’ ed aveva quindi qualcosa da spartire con ingl. seek ‘cercare, arcaico: andare, ricorrere a, procedere contro’, ingl. sag ‘cedere, afflosciarsi, allentare, andare alla deriva’, ingl. sack ‘cacciar fuori, licenziare’, e soprattutto con a. a. ted. sahs ‘coltello’, con lat. sac-ena(m) ‘scure per sacrifici’ e lat. sec-are ‘segare, tagliare’. Del resto, secondo me, questo composto ci dà la conferma che anche sag-en ‘dire’ ricorreva allo stesso concetto di fondo di ‘spinta, emissione, liberazione, rilascio (di voce o parole)’. Nel sostantivo corrispondente Los-sag-ung, oltre ai significati di ‘distacco, separazione, rottura’ consoni con quelli del verbo, compare anche quello di ‘ritrattazione (della parola o promessa fatta)’: la Lingua, dietro la spinta del significato di superficie e nella sua indefessa operosità, cerca di dar vita a un significato combaciante in qualche modo con quello letterale. Lo stesso ragionamento va fatto per lat. red-im-ere ‘redimere, riscattare’ e per tutti gli altri verbi connessi con questo significato. Va da sè che il ted. Schoss-kind ‘figlio prediletto’ è partito come composto tautologico col valore di ‘rampollo, bambino, figlio’: il 1° costituente si allinea con la serie, sopra accennata, di ingl. shoot ‘getto, germoglio’, ted. Schöss-ling ‘rampollo, discendente’. Il 2° costituente è appunto il ted. Kind ‘bambino, figlio’ corrispondente all’ingl. kind ‘genere’, il quale ha preferito però mantenersi sul generico sempre tenendo nel cuore la vocazione alla ‘creazione, produzione, procreazione’, magari in grande stile come nel lat. gent-e(m) ’gente, stirpe’ benchè il virgiliano vigilasne, deum gens, Aenea? (sei sveglio, Enea, progenie degli dei?) tradisca il suo doppio gioco. Il significato di ‘prediletto, favorito’ è un valore aggiunto prodotto dall’incrocio con ted. Schoss ‘grembo, seno’. Il trasaccano scarda ‘pelle abbandonata dal serpente’ è tale e quale l’ingl. shard (anche sherd) ‘elitra, squama, coccio’, e inoltre combacia con la voce scarda ‘scheggia’ del dialetto di Pietraroia nel Sannio-Be, con šchèrdë ‘scheggia’ del dialetto di Gallicchio-Pz e col sardo campidanese scherda (3) ‘scheggia, scoria’. Notevole è l’abr. sciertë (4)‘deviatore d’acqua’ se lo si raffronta con l’ingl. arcaico shard ‘massa d’acqua che si separa’!


Non vedo perché anche l’it. schiaffo non possa essere confrontato con termini germanici come ingl. slap ‘schiaffo, botta’, ted. Schlappe ‘ colpo, percossa, schiaffo sonoro’, data anche la presenza nell’abruzzese della voce scëléppë (5)‘busse’, sia pure usata scherzosamente. E’ il destino che capita ai termini spinti ai margini della lingua, e sentiti così un po’ strani, buffi. Nella voce abruzzese si nota la palatalizzazione della fricativa iniziale nonché l’inserzione di una vocale anaptittica come avviene in altri casi. L’it. schiaffo, inoltre, potrebbe aver inserito dopo la fricativa alveolare una velare (*sclaffo, da cui 'schiaffo') come avviene per altri casi quali l’it. schiavo, da sclavu(m) a sua volta da slavu(m) ‘slavo’. Ma potrebbe anche direttamente connettersi con i vari abr. šcaffà, šchiaffà, šcuffà, šchiuffà ‘urtare, sbattere, inciampare, scaraventare, strappare con violenza, contendersi, schiaffarsi (in un luogo)’, abr. šcaffë ‘schiaffo’, tutti significati che possono, secondo me, essere confrontati con quelli di ted. schieb-en ‘spingere, fare scorrere, andarsene, crescere, spuntare (dente)’, ingl. shove ‘spingere, ficcare, spintonare’; ingl. shave ‘radere’, ted. schubb-en ‘grattare’, ted. schub-s-en, schup-s-en ‘spingere di qua e di là’, ted. Schub, Schupf ‘spinta’. Naturalmente io inserirei in questa serie anche i vari italiani scippare, scipare, sciupare. Il napoletano sciupa-fémmënë è il seduttore che tratta con una certa indifferenza le donne innamorate di lui, e che quindi le strapazza senza troppo rispetto oltre a scipparle, cioè a trascinarle con sé con la forza della sua seduzione. L’it. scopare nella sua accezione sessuale si inserisce bellamente nell’ambito di questa radice che indica lo ‘spingere’ e certamente si trova ad una bella distanza dalla parola scopa, ma forse a minore distanza dalla pianta della scopa che a mio avviso è il prodotto, come tutte le altre, di una spinta delle forze generatrici della Natura (cfr. ted. Trieb ‘spinta, impulso, germoglio, rampollo’). A questo punto anche l’it. scopp-ola ‘colpo violento’ reclama insistentemente il suo diritto di far parte del gruppo, e non ne vuole sapere di dare ascolto ai linguisti che ne vogliono ridurre la portata a un ‘colpo dato alla nuca (coppa)’, benchè nessuno, credo, usi il termine in questa accezione. E dobbiamo ringraziarli se non connettono la parola alla coppola che cadrebbe sotto i suoi colpi, come invece fanno generalmente per quella che è secondo me solo una variante, e cioè scapp-ell-otto, legato al cappello, anche se nessuno guarda se il malcapitato preso di mira è fornito o meno di copricapo, quando deve affibbiarne uno anche se leggero. E che dire del dial. (ad Aielli e altrove) scappëllìttë ‘a capo scoperto’ che sembra legato anch’esso mani e piedi al cappello? Io penso che qui un originario *scapulittë, o qualcosa di simile, si sia aggrappato ad un utile cappello per darsi un contegno una volta che il suo significato originario minacciava di scomparire, il quale doveva coincidere con quello di scapolo, nel senso di libero, sgombro, in movimento come nel verbo it. scapol-are ‘liberare l’ancora o la catena da un ostacolo; superare un promontorio, un’isola, un pericolo’ che mi sembra più legato ad un semplice e diretto scapp-are (il cui etimo è tutto da chiarire, a mio avviso) e ad un’idea di fuga e movimento (cfr. abr. scapëlë (6) ‘corsa’, idea ricomparente nell’ingl. shove off ‘filare, sparire, prendere il largo’) piuttosto che al suo supposto etimo *ex-capul-are, il quale ha il torto di ricorrere ad una immagine (uscire fuori dal cappio) solo metaforicamente connessa con i vari significati. Uno scapolo è essenzialmente e direttamente un uomo ‘libero, a disposizione’ e non uno che ha dovuto togliersi un cappio metaforico per arrivare alla sua felice o meno condizione! Infatti ho notato poco fa che il citato scappëllìttë ‘a capo scoperto’ ha trovato altrove in Abruzzo l’ancora di salvezza non in un cappello ma nei capelli: il Bielli riporta le voci scapillë, scapëllatë ‘a capo scoperto’ come se si trattasse di andare in giro ‘con i capelli in libertà’ (ammesso che uno ce li abbia ancora!). La libertà in effetti se la rideva indisturbata, accovacciata sotto quel paravento dei capelli. Ahimè! saremo senza dubbio costretti a sbattere, poveretti, la testa di qua e di là se in questa gran tempesta vorticosa degli elementi linguistici non riusciamo a tenere dritta la barra del timone (ed è possibile farlo)! Perché improvvisamente scapillà (7)‘scappellare, strappare il fazzoletto dal capo della ragazza, antico modo usato per far violenza alla fanciulla amata’ sembra tornare a corteggiare il cappello, più che i capelli e, così facendo, riesce nel frattempo sornionamente a tenerci ben lontani dalla sua più intima verità, di cui è gelosissimo! e che sarebbe quella di ‘spingere, togliere (il velo)’ come nel verbo consimile scuppëlà ‘staccare, scrostare l’intonaco’.


Altra parola che a me sembra una autentica meraviglia è abr. sciòppë ‘gotto, bicchiere’ che poco o nulla si discosta dal ted. Schoppen ‘ bicchiere, quartino’ il quale sembrerebbe un fresco travaso nel dialetto ad opera di qualche emigrante, ma la presenza di scuppìllë ‘cartocci della pannocchia di granturco’ mi fa ricredere e mi indica quale sia stata la sua probabile origine. Cfr. inoltre ted. Schuppe ‘squama, scaglia, forfora’, ted. Schuppen ‘capannone’. I famosi scioccàjjë, sciacquàjjë ‘pendenti, orecchini grandi’, parola diffusa in quasi tutto il meridione, non credo provengano direttamente dallo spagnolo chocallos ‘pendenti di oro’: essi fanno riferimento alle radici di ted. schuckel-n 'dondolare, tentennare', ingl. shock ‘urto’, ingl. shake ‘scossa’, presenti anche nei dialettali sciuccà ‘allontanare piccoli animali, volatili (galline)’, sciaquètë ‘sciocco (come conseguenza di un colpo ricevuto), sciaccà (8) ‘battere, percuotere, allontanare’, sciacquétta ‘donna sciatta, insulsa, da strapazzo’ desiderosa, magari, di farsi notare sculettando; sciacquìttë(9) ‘persona di poco conto, insignificante’ . Su altre parole tornerò in altra occasione, ma ora non posso perdermi l'abr. sciucche, riportato dal Bielli, che significa 'camiciotto di panno lino usato dai contadini quando lavoravano, che non può disdegnare la parentela stretta con ingl. shuck 'baccello, guscio'.


Il passaggio, in tutti questi termini, da una forma originaria con suono velare a una forma con suono palatino deve essere stato preceduto da fenomeni di dittongazione, frangimento e simili delle vocali accentate, così diffusi soprattutto nell’abruzzese adriatico, per cui una parola come casa ha potuto trasformarsi in ciésë (Pietracamela-Te), coda in chéudë (Popoli-Ch).
Interessantissime, per le conseguenze che ne derivano se messe insieme ad altre, sono le voci abruzzesi schétë (10) ‘solo, senz’altro’ e schitë (11) ‘pane senza lievito’. Essa va collegata con la simile voce šchittë ‘solo, solamente’ del dialetto di Gallicchio-Pz di cui sopra, nonché con le voci calabresi e siciliane schèttu, schittu ‘celibe, nubile’ le quali non sono da derivare di peso da un germanico slehta-(12) ‘semplice’ (la cui radice aveva però un significato fondamentale di ‘cattivo’ come in ted. schlecht ‘cattivo, semplice’) perché, oltretutto fanno sistema con le precedenti, in quanto uno scapolo è uno che è ‘solo, libero da impegni, separato da qualsiasi cosa che ne intralci il movimento’ e non deve, anche in questo caso, andare a mendicare altrove la sua ragion d’essere, in parole e concetti che lo riguardano solo di straforo. Per me è evidente il rapporto di queste parole col ted. scheid-en ‘separare, dividere’, ingl. shed ‘perdere (foglie, petali, fiori, ecc.), spogliarsi di, sbarazzarsi di, ecc.’, e anche con lat. scind-ere ‘scindere’, che al perf. fa scid-i. Il participio scissus ‘scisso’ più che essere derivato da un precdente *scid-to-s ne è, secondo me, una variante come capiremo dopo. Nel dizionario(13) approntato dallo scrittore siciliano di Gela-Cl Giuseppe Tuccio ho incontrato i lemmi scotu ‘slegato, snodato, sciolto’(ben diverso da scossu o scotutu ‘scosso’) e scota ’il dipanare, lo sciogliere’ che mi pare assolutamente da accostare alle precedenti radici per ‘scapolo’. Il significato di ‘slegato’ è secondo me secondario nella radice, essendosi sviluppato da uno precedente di ‘staccato, separato’ come dimostrano le radici germaniche e latine precedenti. Le espressioni inglesi to get shot of ‘sbarazzarsi di, liberarsi di’ , to get shut of, to get shed of dall’identico significato ci fanno capire che i tre verbi shot ‘sparare, lanciare’, shut ‘chiudere’ e shed 'perdere, spogliar(si), versare' avevano a che fare col movimento e con il ‘separarsi da qualcosa’. Faccio notare en passant che il composto ingl. scot-free ‘impune, indenne, sano e salvo’ era originariamente tautologico col significato di ‘libero’ non di ‘libero da tasse’.


Un discorso a parte merita l’abr. scat-ëllà (14) ‘1) nettare la lana dalle lappole (catìllë, catéjjë); 2) togliersi i debiti; 3) scatëllarsë da une —liberarsi da una persona noiosa’. Questi significati sono a mio avviso emblematici del modo in cui essi mutano nella lunga storia delle parole, incontrando altre radici che ne distorcono il significato originario. Il significato iniziale dovette essere quello di ‘liberare, liberarsi di’ come quasi costringe a supporre la serie delle radici consimili precedenti. Il suo incontro col termine catìllë ‘lappola’ dà la possibilità al verbo di specializzarsi ad indicare l’operazione del ‘liberare la lana dalle lappole’ trasformando la fricativa iniziale in un ex- latino con valore estrattivo (il quale ha combinato un sacco di guai, a mio parere, ai linguisti!) ; nel frattempo, senza dover ricorrere troppo comodamente ai guizzi metaforici, l’incontro con la voce scat ‘tributo’ sopra analizzata e presente a Trasacco produce l’altra specializzazione del ‘pagare i debiti’. Il risultato finale è quello di un mascheramento completo della natura originaria del verbo, che quasi ci costringe a credere che la sua storia, partita nella notte dei tempi con un valore generico della radice, sia iniziata invece, come nuova di zecca, con i significati particolari che mostra, cosa del tutto assurda secondo quelli che ora considero principi imprescindibili della mia ricerca. Proprio il 3° significato ci induce a sostenere che la base di partenza di questo verbo non può assolutamente essere quella di catéjje 'lappola'. E' come se volessimo costringere verbi italiani con s- privativa alla stessa funzione di scatellarse da une 'liberarsi da uno'; non si potrebbero in nessun modo piegare alla stessa funzione, ad esempio, i verbi it. spidocchiarsi, spulciarsi, sbucciarsi , spolverarsi usando espressioni impossibili come spidocchiarsi di uno: allo stesso modo l'espressione scatellarse da une può essersi formata solo perchè inizialmente essa non faceva perno sui catéjje 'lappole' ma su una radice *scat- col significato diretto di 'liberar(si)'. Questo è un esempio che, per la sua potente carica esplosiva e conoscitiva, dovrebbe far venire la pelle d’oca ad ogni sincero amante della pura Parola, ammesso che in questi tempi distratti, farraginosi e rumorosi, se ne possa ancora trovare davvero qualcuno. E lo grido col cuore in mano, senza voler umiliare nessuno! A pensarci bene anche gli it. scadere, scadenza, per quanto certamente incrociatisi con it. cadere, hanno tutta l'aria di sentirsi a proprio agio sotto le grandi ali della radice germanica (che a questo punto definirei germanico-italica) scat- sopra incontrata, dato il loro frequente uso in relazione ad una tassa da pagare, un'obbligazione da sciogliere, un conto da saldare: pertanto la derivazione supposta da un preteso tardo latino *ex-cadere, da taluno con tutta sicurezza nemmeno asteriscato, cade direi miseramente. Il problema, secondo me, è costituito dal fatto che troppo facilmente siamo portati a pensare alle parole di una lingua come se fossero pulcini di una stessa covata, quando esse in realtà possono provenire da qualsiasi parte ed indossare solo per l'occasione una livrea di appartenenza. Il ted. schoss-en ‘pagare un tributo’, accostato al siciliano scotu ‘sciolto, slegato’, ci suggerisce che tra i significati di scot c’era anche quello di ‘pagare’, azione che si configura anche come uno ‘sciogliere, liberare (cfr. lat. solvere ‘pagare’)’ che secondo il suo etimo risulta composto dalla particella so- (variante di se- ‘separazione’) e gr. -o ‘io sciolgo’ connesso con lat. lu-ere ‘pagare, scontare, espiare’, ted. los ‘sciolto, staccato’, ingl. lose ‘perdere’, lat. lav-are ‘lavare’, concetto che senz’altro doveva promanare dall’idea di ‘sciogliere, separare in varie particole (o staccare) una macchia o un grumo di sporcizia, ad esempio, con l’aiuto dell’acqua che le porta via’. Nel dialetto brianzolo(15) si incontra la voce scöt ‘riscuotere’ che nella frase scöt l’apetit significa ‘togiersi una soddisfazione’. Ora, questa voce richiama tutte le precedenti e nell’accezione di ‘togliersi’ (la soddisfazione) certamente non può intendersi come originata da un’idea di ‘scrollarsi (di dosso)’ qualcosa, come più o meno suppone il Pianigiani (e probabilmente tutti gli altri linguisti) per l’it. ri-scossa: dovremmo, forse, per quest’ultimo termine pensare a una situazione in cui si dà una bella e minacciosa scrollatina a qualcuno per farsi pagare il dovuto? Ancora una volta si gira intorno, col rischio di farsi venire un vero e proprio disorientante capogiro, ai significati essenziali e diretti delle parole. L’espressione brianzola scöt l’apetit è solo un altro modo di dire per ‘appagare il desiderio’, a sua volta altro modo di dire per ‘rendere pago il desiderio’, altro modo ancora di dire per ‘acquietare un desiderio’, atto per il quale si può ricevere anche un’attestazione di pagamento, cioè di ‘quietanza’, ingl. ac-quitt-ance, pagamento che è conditio sine qua non per raggiungere la pace dell’ essere liberato, affrancato, riscattato, o anche per liberarsi, sciogliersi dall’assillo di un forte desiderio, come l’ apetit della frase brianzola. E puntuale, con la sua forza di liberazione (oh! Il ricordo di un’esperienza in Grecia, alla ricerca di un bagno, ancora mi dura nella memoria, per il senso di liberazione che infine potei soddisfare), la radice ritorna nel brianzolo sciòtt ‘escremento’, tautologico nell’espressione sciòtt de merda, ma forse già con qualche tentativo di specializzazione. Si tratta di varianti di ingl. shit ‘escremento, diarrea’, ted. Scheisse ‘escremento’, dialetto abruzz. (Vittorito-Aq) scat-ozza 'sterco, escremento', sardo logudorese ischitza ‘defecazione, stilla’, sardo gallurese scuss-ina ‘diarrea, sciolta, dissenteria’, sardo logudorese iscossa ‘diarrea, scossa’ incrociato con it. ‘scossa’. Il lat. ex-cre-mentu(m) ‘escremento’ non è esattamente un ‘passare attraverso il setaccio (lat. per cri-brum cern-ere)’ come costantemente commentano i linguisti, ma più semplicemente un ‘separare (dal corpo) i rifiuti’, un ‘liberarsi’ appunto di essi. Il gr. krín-o significa ‘separare, dividere, giudicare’ come nel lat. cri-bru(m) ‘crivello’, lat. dis-cri-men ‘linea di separazione, separazione, intervallo, divario, ecc.’, lat. dis-cre-tione(m) ’separazione, discrezione’. Che il latino ex-cre-mentu(m) significhi anche ‘mondiglia, pula’ non gli dà il diritto di porsi all’origine dell’altro significato. Il fatto, di per sé di scarsa importanza, rivela a mio avviso, però, che i linguisti hanno spesso visioni minimalistiche dei fenomeni, perché vanno più in cerca dei particolari di un significato che della sua enormemente vasta portata. La radice in questione ha una sua variante con fricativa iniziale nel lat. scre-are ‘sputare, scaracchiare’ il quale richiama l’abr. scrijà (16) ‘scheggiare’ma potrebbe anche essere all'origine del precedente ex-cre-mentum, che non sarebbe allora che reinterpretazione del precedente; l’escreato e la scheggia, comunque, si incontrano nel loro staccarsi, separarsi l’una da una pietra o un legno, l’altro dal grumo di catarro accumulato nella gola. In verità in questi casi, più che di varianti, si dovrebbe parlare di somiglianza casuale di radici (se non si tratta di derivazione dell'una dall'altra come abbiamo detto sopra), le quali, a mio avviso, rimandano tutte allo stesso significato originario. L’italiano familiare sciòlta ‘diarrea’ (dial. sciòta), per quanto possa essere tratto dal significato di scioglier(si), può essere anche reinterpretazione e correzione di un precedente dialettale sciòta ‘sciolta’, della famiglia, però, del brianzolo sciott poco prima citato: in effetti mi sembrano inesistenti, che io sappia, i termini scatologici riconducibili alla radice di lat. solu-ere ‘sciogliere’, che pure indica una ‘separazione’. Ma c’è di più. A Trasacco il termine sciòta (17) significa anche ‘rapporto sessuale’ il quale dovrebbe rimandare, però, ad un’idea di ‘unione’ o, meglio, di ‘dimenamento’ o di ‘spinta’ come per il sopra citato volgare it. scopare. E in effetti l’ingl. shoot ha anche il significato di ‘protrusione, spinta, colpo’. Sempre a Trasacco -sciótë, oltre che ‘sciolto di nuovo, scavezzato’ significa anche ‘che ha avuto più rapporti sessuali’, come sciótë ‘che ha avuto un rapporto sessuale’.


Anche l’aggettivo toscano scosso, riferito a un cavallo che si è liberato della soma o del cavaliere, fa sistema col corrispondente termine siciliano scotu ‘sciolto’ nonché con tutte le altre voci connesse e in specie con lat. scissu(m), p. pass. di scindere di cui avevo accennato più sopra, che non è da considerare quindi p. pass. di it. scuotere. Nonostante tutto resta sempre nella nostra testa, a causa della ormai inveterata abitudine di preferire i significati più precisi a quelli più generici, la falsa convinzione che scosso sia, in questo caso, p.pass. di scuotere, quando pensiamo che nel Palio di Siena, ad esempio, un cavallo scosso è quello che ha scaraventato a terra il cavaliere qualche momento prima, come se l’avesse fatto apposta, ma esistono anche Palii come quello di Ronciglione-Vt in cui corrono solo cavalli senza cavalieri, chiamati ugualmente scossi sin dall’inizio della competizione, e anche così saremmo tentati di sostenere che questi cavalli sono ugualmente scossi perché è nella loro natura scuotersi di dosso i cavalieri o perché l’avere scosso o meno il cavaliere, fatto del tutto aleatorio in una corsa, sarebbe invece discriminante per il nascere di questo appellativo che sembra avere, invece, un respiro più vasto; anche i muli vengono chiamati, infatti, scossi se sono privi di carico, ed è certamente molto difficile per un mulo scrollarsi di dosso la soma se questa è legata bene alla sella: come si vede, ci infileremmo in un ragionamento piùttosto sottile e capzioso che vorremmo trasformare in robusto e vero. Ma inaspettatamente arriva a chiarire tutto il sardo gallurese scussu ‘scarico’, non necessariamente riferito ad un cavallo ma anche ad un mezzo di trasporto: ma chi fosse dannato a dire di no, troverebbe anche qui il modo per dissentire. Che la voce scussu ’scarico’ collegata alla sopra citata scussina ‘(scarica di) diarrea’ non sia da riportare ad un verbo per ‘scaricare’ mi sembra dimostrato dal fatto che simili verbi sardi, presenti nel DULS, sono lontani da una radice scut-, scus-(18). Si configura allora la possibilità di supporre uno stato della lingua, sia pure per disiecta membra, che ricalca quello connesso con la 2° rotazione consonantica che interessò le lingue germaniche meridionali, avvenuta non prima del V sec. d.C e che ebbe risultati meno univoci e stabili della prima. Per esempio il ted. schiess-en sarebbe un derivato di una forma simile a quella ingl. shoot, con la dentale sorda finale. Si deve allora concludere, come avevo sospettato da molto tempo, che il fenomeno era già avvenuto nella preistoria e che la rotazione tedesca sia da intendere come un ravvivarsi di una preferenza per forme già esistenti nei dialetti e rimesse in auge per i motivi più vari, difficili da conoscere. Si tratterebbe, insomma, della solita sostituzione più che di una vera e propria trasformazione. La ragnatela ben inserita nel tessuto dei dialetti e della lingua italiana, che questi fenomeni svelano, impedisce nel contempo di considerarli il portato aleatorio delle invasioni barbariche del Medioevo e li rinvia, a mio parere, ad epoche preistoriche.


Un altro illuminante esempio ci viene dalla voce sciurtà ‘separare, allontanare’ (a Gallicchio-Pz) accostata all’abr. sciurtà (19) ‘allontanare, finire (nel senso di ‘venire a mancare, esaurire, consumare completamente)’ che fa il paio con la stessa voce abruzzese (Aielli e altrove) senza la palatalizzazione iniziale, e cioè scurtà ‘esaurire’. Dato il significato di ‘separare’ riscontrato a Gallicchio-Pz, la voce non può che essere comparata con le voci germaniche scort, sceort (a. ingl.), scurz (a.a.ted.), skera (a. norr.), tutte imparentate con ingl. shear ‘tagliare’. Il significato di ‘tagliare’ ha generato quello di ‘corto, insufficiente’ (ingl. short), ma nel fondo operava anche quello di ‘separare, allontanare’ come si evince del resto anche dall’ingl. short ‘frollo, friabile’ e dall’ espressione ingl. short of ‘tranne, a parte, a prescindere, lontano da’ ma, per influsso di short ‘breve’, anche ‘poco prima di’. L’idea dell’ esaurirsi può essersi sviluppata da quella di ‘essere insufficiente, scemare, venire a mancare, mancare, venir meno’ ma anche da quella di ‘allontanarsi, andarsene, scomparire’. Mi domando e domando vivamente al lettore: la palatalizzazione iniziale della parola è avvenuta in terra germanica o era già esistente dalle nostre parti accanto alla forma rimasta intatta? Si può anche immaginare che la trasformazione fonetica sia avvenuta parallelamente e indipendentemente nelle diverse lingue, ma mi sembra l’ipotesi meno probabile. In effetti si incontra, nel centro e settentrione dell’Italia, anche scortare ‘accorciare’ fatto derivare da un presunto lat. parlato *ex-curt-iare da lat. curtu(m) ‘troncato, mozzato’ ma l’it. scorza, dal lat. scortea ‘oggetti di cuoio’ dimostra l’esistenza e la stabilità anche in Italia della radice SKER variante di KER (cfr. gr. keír-o ‘io scortico’). La radice è quella del sopra citato trasaccano scarda ‘pelle abbandonata dal serpente’, ‘scheggia’ (a Pietraroia nel Sannio-Be), ecc. In abruzzese scardë (20) significa anche ‘fanciulla’, inizialmente ‘tocco, pezzo (di figliola)’ se il Bielli riporta l’espressione Na bèlla scardë ‘un bel tocco di ragazza’. Il suo dizionario registra anche i verbi connessi con la radice in questione scard-illїà ‘sgraffiare’, scard-inїà ‘graffiare’, scart-ëcà ‘dividere due persone che si azzuffano, o unite con nodo d’affetto’. Per cui mi chiedo se debbo considerare genuino il tardo lat. ex-cort-ic-are ‘scorticare’ o se piuttosto esso non sia la reinterpretazione di un sottostante *scort-ic-are, dalla radice scort- sopra incontrata. Ma la cosa interessante, secondo me, è la presenza nel suo vocabolario e in vari dialetti del verbo scartare col significato, non risultante in italiano, di ‘assottigliare, diminuire lo spessore di un’asse con la pialla o l’ascia’. E’ quindi a mio avviso assolutamente da scartare l’etimo che riporta l’it. scartare ‘liberare qlco. dell’involucro di carta, eliminare una carta buttandola sul tavolo, gettare via qlco. di inservibile, ecc.’ alla parola carta facendola precedere da s- con valore privativo, il quale è solito combinare guai come abbiamo visto sopra . E a questo punto anche il toscano scartare ’lisciare con la carta vetrata’ reclama con impazienza la sua assegnazione al gruppo degli scarificatori preistorici non a quello di chi si trastulla modernamente con le carte! Così esso può andare, con un po’ di fortuna, a raggiungere finalmente i suoi antenati, anche del Paleolitico, adusi a scheggiare le pietre per ricavarne affilati strumenti da taglio (cfr. ted. Scharte ‘tacca, intaccatura, feritoia’), una manna nel duro mestiere di vivere di quei tempi! Altro che carta! venuta al mondo quando l'uomo civile e scrittore aveva dimenticato già da millenni il suo lavoro di scheggiatore di pietre che non gli concedeva tempo per le carte, ammesso che esistessero. Il progresso dell'uomo, si sa, si misura anche attraverso il tempo libero che ha nelle varie epoche a disposizione. C'è qualcuno (Russell) che ha fatto giustamente l'elogio dell'ozio, il quale comunque già nell'antichità poteva trasformarsi in bonum otium, tempo da dedicare alla scrittura e agli hobbies. Che cosa sarebbe ancora il nostro povero mondo se nel passato non vi fosse stato chi, lontano dalle preoccupazioni giornaliere dei contadini e della classe operaia (ai quali va peraltro tutto il mio rispetto), poteva dedicarsi alla ricerca e alla scienza perchè ricco o perchè disposto a fare anche una vita da cane pur di ricavarsi lo spazio per soddisfare la sua incoercibile passione artistica o scientifica che lo avrebbe ripagato comunque, se era fortunato, con soddisfazioni ignote al profanum vulgus di solito incapace di uscire fuori dalla impietosa tenaglia del massacrante lavoro, o delle piccole o grandi gioie del mangiare, bere e riprodursi, cose soddisfacenti in certa misura anche queste, ma prive di quel marchio che ne garantisca l'eccezionalità.


Un’altra interessantissima conseguenza di questo mio ragionare mi porta a dubitare che composti latini come so-cors, gen. so-cordis (o se-cors, se-cordis) ‘indolente, fiacco, pigro, ottuso, stupido’ come pure ex-cors, gen. ex-cordis ‘ dissennato, sciocco’ possano essere reinterpretazioni di forme precedenti legate alla suddetta radice scort-, scurt- se a Trasacco ed Aielli, ma anche altrove, la voce scùrtë (21) significa anche ‘deperito, morto’ da cui sarebbe potuto derivare il significato latino di ‘fiacco, indolente, stupido’ nelle corrispondenti parole. Come ogni lingua anche il latino ha dovuto fare i conti con i substrati o adstrati linguistici. La forma scùrtë ‘debole, esaurito’, ancora una volta, ha il vantaggio di essere diretta, immediata, rispetto alle forme latine che ricorrono all’idea di ‘cuore, coraggio, senno’ il quale sarebbe assente (se-, prefisso si separazione, privazione) nelle persone definite con i suddetti aggettivi. Un po’ d’artificio si sente in questa logica. Allo stesso modo noto un girare attorno al significato diretto nel lat. e-greg-iu(m) ‘egregio, illustre’ se intendiamo l’aggettivo come un ‘essere fuori dal gregge’, benchè quest’idea sia chiaramente presente nel lat. se-greg-are ‘separare dal gregge, segregare, allontanare’ per influsso di lat. greg-e(m) ‘gregge’. Ma il problema è quello di capire bene che cosa ci sia veramente dietro la radice greg- ‘adunare, raccogliere’. Perché l’agnello sacrificale che veniva sottratto al gregge per essere destinato di lì a qualche tempo al sacrificio, lungi dal costringere a convincerci della giustezza della etimologia da tutti ripetuta, ci fa invece riflettere sul fatto che esso veniva messo da parte in base alle qualità di purezza, immacolatezza, integrità e distinzione che già possedeva prima di essere separato dal gregge: l’appellativo egregiu(m), quindi, doveva riferirsi primariamente a quelle qualità e solo secondariamente all’atto materiale della separazione, favorita evidentemente dal significato superficiale dell’appellativo stesso. E’ un autentico uovo di Colombo. Io suppongo che ci sia sotto un’idea di ‘spinta’ seguendo un po’ il mio fiuto e i suggerimenti della toponomastica la quale mi offre un Monte Greco (Barrea-Aq), Monte Gricuzzo (Butera-Cl), Monte Gregorio (Valchiusella-To) che dovrebbero ricevere il nome dal loro essere ‘monti’, ciè sporgenze (cfr. ingl. crag ‘rupe’). Allora egregio potrebbe avere un etimo simile a quello di lat. e-min-ente(m) ‘sporgente, eminente, esimio, distinto’ liberandosi così di colpo dell’influsso ingombrante del gregge. Anche il lat. securu(m) ’sicuro’ sarebbe bello lasciarlo dormire indisturbato nell’alveo della sua solita etimologia che lo vuole ‘separato (lat. se-) da ogni preoccupazione (lat. curam)’ ma già l’oraziano securum holus (22) ci costringe a scuoterlo dal sonno profondo e a domandargli perché mai questo cavolo (holus) possa adornarsi della sua ‘difesa’ senza suscitare la benchè minima reazione dei critici solitamente meticolosi nelle loro esegesi di testi antichi, ma che in questo caso preferiscono spostare la sicurezza dal cavolo a chi, per caso lontano dalle solite feste e festicciole tra amici e con potenti, sempre purtroppo vivaci se non proprio chiassose, pensa di mangiarselo solo (anche se è un malcelato ripiego!), e in santa pace! Ma noi, sempre più scettici nei confronti della gente dotta, non riusciamo proprio a distogliere lo sguardo dal sardo nuorese secura ‘verità’, verità che non può dirsi proprio priva di preoccupazioni, anzi, il più delle volte essa provoca dispiaceri e risentimenti; la parola dovrebbe dare comunque una sana scossa atta a rimettere sulla giusta strada la scienza etimologica, dato che la verità, che io sappia, ama frequentare le persone schiette e sincere e disdegna la sicurezza delle persone aduse a nasconderla per non offendere il potere e vivere in tranquillità. Non la sicurezza che promana da una solida base, la quale anzi la alimenta e le dà forza. Già! Il greco hekhur-ós proveniente da *sekhur-ós ‘solido, forte, sicuro’ se ne è stato tutto solo e saldo come una roccia da lunga pezza, e forse ora trasalisce non gradendo di essere scoperto e di dover condividere il suo spazio vitale col lat. securu(m) ‘ tranquillo, sicuro’! Ma sicuro! Benchè il lat. securu(m) continui a ridersela sotto i baffi in tutta tranquillità perché potrebbe ancora opporre il veto della sua purtroppo non precisissima rispondenza alle norme dettate dalla linguistica, anche se per un pelo, per via della sua velare sorda invece che sonora. Ma bisogna, in questi casi, mettere in conto anche le esigenze degli uomini che non sono mica tutti linguisti e preferiscono addomesticare, con qualche piccolo e talvolta grande cambiamento, le parole che pronunciano tutti i giorni ricoprendole, appena possono, con una veste ritagliata secondo i propri gusti, non certo eletti. Nel frattempo abbiamo un po’ perduto di vista il cavolo di Orazio, che però poteva essere mangiato in tutta sicurezza e in santa pace (ma quest’ultima era un’ option), giacchè comunque possedeva di proprio la qualità della genuinità e schiettezza.


Un ultimo accenno all’abruzzese scassë ‘passo’ del vocabolario del Bielli, ma ‘passo lungo e rapido’ nel dialetto di Aielli. Si incontra anche a Trasacco-Aq l’espressione scass-arrètë (23)‘da capo, punto e a capo’ che il Lucarelli intende come ‘cancella (scassare=cassare, cancellare) tutto e iniziamo da capo’: la voce, scomparsa dal lessico corrente del suo dialetto, lo ha portato fuori strada. Bastava che lui si facesse una passeggiatina fuori del paese, perché i suoi orecchi potessero captarne ancora l’eco col suo vero significato; comunque, onore e gloria nei secoli a lui e alla sua ponderosa opera sul dialetto di Trasacco! Senza l’ausilio di questi indefessi, appassionati, puri ricercatori che sono capaci di lavorare in silenzio per anni e anni o per l’intera vita, lontani dal chiasso e dal bailamme dei moderni presenzialisti di ogni risma, con un senso di abnegazione e disprezzo del facile guadagno che stupisce, in esemplare contrasto con la voracità e la protervia dei sempre più numerosi e gretti arraffatori e dilapidatori del bene pubblico in ogni campo, il mio pur umile lavoro di indagatore delle radici delle parole sarebbe stato di gran lunga più lento, difficile, e forse, in molti casi, senza speranza di riuscita. E pensare che persone come Domenico Bielli o come Quirino Lucarelli e tanti altri corrono magari il rischio di essere dimenticati nei loro stessi paesi d'origine! Ora, riprendendo il filo del ragionamento, a me sembra che la precedente espressione possa allinearsi con il ted. schiess-en ‘essere in rapido movimento, volare, ecc.’ e con lo stesso it. scatto di cui sopra. L’it. scasso ‘lavoro in profondità del terreno’ è sostanzialmente un ‘rompere’, anche metaforico, che può essere separato dal lat. quass-are ‘sbattere’, da lat. quat-ere ‘scuotere’, e ricongiunto con la famiglia di it. scatt-are sopra citato.

Nunc est bibendum, nunc pede libero
pulsanda tellus, nunc Saliaribus
ornare pulvinar deorum
tempus erat dapibus, sodales.



Ora bisogna bere, senza freno darsi
alla danza e alla pazza gioia,
ora bisogna ornare
il letto degli dei col cibo dei Salii (24) .
Era ora, o amici.



(Orazio: Carmina, I, 37)




Note



(1)M. G. Balzano, Dizionario del dialetto di Gallicchio-Pz, http://dizionariogallic.altervista.org/index.htm .


(2) Cfr. Q. Lucarelli, Biabbà Q-Z, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq 2003.


(3)Cfr. A. Rubattu, Dizionario universale della lingua sarda, http://www.toninorubattu.it/ita/DULS-SARDO-ITALIANO.htm .


(4)Treppecore, il vocabolario abruzzese, http://www.abruzzo.fm/archivio/treppecore/treppecore. html.


(5) Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, Adelmo Polla Editore, Cerchio-Aq 2004.


(6) Cfr. D. Bielli, cit.


(7) Ibidem.


(8) Cfr. Q. Lucarelli, cit
(9) Ibidem.


(10) Cfr. D. Bielli, cit.


(11) Cfr. Treppecore, cit.


(12) Cfr. M. Cortelazzo/C. Marcato, I dialetti italiani, UTET, Torino 1998.


(13) Cfr. G. Tuccio, Vocabolario siciliano-italiano, http://giuseppe-tuccio.jimdo.com/ .


(14) Cfr. D.Bielli, cit.


(15) Cfr. E. Sprea, Dizionario brianzolo-italiano, http://sprea.altervista.org/Diz.htm .


(16) Cfr. D. Bielli, cit.


(17) Cfr. Q. Lucarelli, cit.


(18) Cfr. A. Rubattu, cit.


(19) Cfr. Treppecore, cit.


(20) Cfr. D.Bielli, cit.


(21) Cfr. Q. Lucarelli, cit.


(22) Cfr. Hor., Satire, II, 7, 30.


(23) Cfr. Q. Lucarelli, cit.


(24) I Salii, che costituivano uno dei collegi sacerdotali più antichi e ragguardevoli di Roma, procedevano percuotendo con le lance dodici famosi scudi (di cui uno si credeva caduto dal cielo) e a ritmo di danza (come vuole la derivazione del nome da lat. salire 'saltare'), in occasione di processioni dedicate a Marte Gradivo nel mese di marzo. Queste manifestazioni terminavano la sera con un abbondante e raffinato pranzo, divenuto proverbiale, consumato nel tempio di Marte, appunto.