martedì 13 dicembre 2011

A volo d'uccello



La scostante, elitaria e austera scienza etimologica può, come per magia, trasformarsi in una rapida e piacevole planata sulle parole. Riagganciandomi al concetto di “monte, protuberanza” analizzato nel precedente post, in cui ho evidenziato il naturale rapporto che l’uomo preistorico vedeva, dando vita al linguaggio, tra le cose piccole (sasso) e quelle grandi (monte), rapporto che le lingue storiche, ricche ormai di significati specializzati, tendono invece a sfumare se non addirittura a cancellare, invito a riflettere sul significato della voce abruzzese ntusïasme ‘enfiato prodotto da colpo di frusta’(1) in cui, a mio avviso, si stabilisce anche un rapporto tra il piano realistico dei significati e quello latamente spirituale.

Non si può negare infatti che la voce abruzzese ‘ntusïasme corrisponda in pieno, formalmente, a quella italiana di entusiasmo, tratta quasi di peso dal gr. enthousiasmós ‘divino trasporto, entusiasmo, estasi’, voce che sembrerebbe parlare di un dio (cfr. gr. theós ‘dio’, gr. én-theos ‘animato da un dio, frenetico’ da cui gr. enthousiasmos) che è dentro chi prova un eccesso di sentimento, ma che, come ho spiegato in altro articolo, doveva all’inizio significare solo la ‘forza, animazione’ che quel dio, qualunque fosse la sua successiva ipostatizzazione, rappresentava. Il concetto di dio non è altro che una specializzazione di quello di anima alla base del primitivo animismo. Orbene, a quanto pare quella forza che produce l’ eccitazione della mente o dello spirito è la stessa che ha prodotto, nella voce abruzzese, il concreto rigonfiamento (enfiato) della pelle colpita da una frustata, che viene quindi ad infiammarsi e tumefarsi. E’ semplicemente stupendo notare come quella forza/dio iniziale assuma del tutto naturalmente, nel termine abruzzese, le forme di un normale rigonfiamento, il quale avrebbe potuto prestarsi ad indicare anche un monte. A me non è capitato di leggere da qualche parte un toponimo come Monte dell’Entusiasmo ma, date queste considerazioni, non dispero affatto di incontrarlo.

Con tutta semplicità ne consegue, come avrò gia notato in altri articoli, che anche il lat. mente(m) ‘mente, spirito, animo’, gr. ménos ‘desiderio, brama, fervore, forza vitale, ecc.’ debbano essere parenti stretti, oltre che di lat. mentu(m) ‘mento’, anche di lat. monte(m) ‘monte’, sardo monte ‘sasso’ ma anche di ted. Mond ‘luna’, parola che viene erroneamente, come ho mostrato in altro post, riportata ad una radice di ‘misura’ mentre la presenza luminosa della luna nel cielo depone a favore di questa radice che indica l’ eccitazione, anche quella rappresentata dalla luce, tutte espressioni del miracolo della vita che anima la multiforme realtà.

Naturalmente l'abruzzese 'ntusiasme non ci perviene dal greco storico così come noi lo conosciamo ma da una fase linguistica o da un ramo ad esso precedente, anche di molto, in cui quella voce assumeva un valore realistico, molto diverso da quello spirituale che conosciamo benissimo perchè passato intatto in molte delle lingue moderne.


(1) Cfr. D. Bielli, Vocabolario Abruzzese, Adelmo Polla Editore, Cerchio-Aq 2004.

venerdì 2 dicembre 2011

Piano Scrufola


Che magnifico oronimo! E’ riferito ad un costone appena al di sopra di rocce e dirupi, ben evidenziati nella cartina, nel territorio di Visso, prov. di Macerata. E’ quasi certo che esso, sia che indichi il costone, che sicuramente non ha la forma di un “piano”, sia che indichi le rocce al di sotto, deve essere necessariamente in rapporto col lat. scrup-ulu(m), diminutivo di scrupu(m) ’sasso aguzzo, roccia’. Sono certo che i cosiddetti diminutivi erano in realtà, all’origine, nomi formati da due o più costituenti tautologiche che si erano poi piegate a svolgere una funzione diminutiva nel corso dell’evoluzione della lingua. Ad ogni modo mi pare che non si possa negare un collegamento del termine scrupu(m) col ted. Schroff ‘rupe’ oppure ‘scabro, dirupato, erto’, nella forma aggettivale schroff. La cosa interessante è rappresentata dal fatto che il toponimo in questione presenta un trattamento della occlusiva labiale sorda /p/, trasformata in spirante /f/, uguale a quello che si riscontra nelle lingue germaniche , come ho avuto modo di far notare anche in altri casi. Il che significa che pure dalle parti della penisola italiana sono circolate lingue, nella preistoria, con quella specifica caratteristica che i manuali presentano come esclusiva del germanico nell'ambito del presunto indoeuropeo comune. Pertanto la data a cui si fa solitamente risalire questo fenomeno per le lingue germaniche (circa I sec. a. C.) dovrebbe essere a mio vedere di molto anticipata, anche di millenni.


Quanto al concetto espresso dal toponimo “Piano” ho già avuto modo, in altro articolo, di sottolineare che esso ricorre spessissimo, oltre che nel Parco Nazionale dei Sibillini, nel cui ambito ricade il nostro Piano Scrufola, anche altrove, come nell’area del Gran Sasso d’Italia dove, ugualmente, indica di solito costoni con curve di livello ravvicinate. E’ facile allora dedurre, anche senza portare come prova il serbo-croato plan-ina ‘monte, montagna’, che la radice doveva esprimere, in lingue preistoriche, concetti come ‘monte, roccia, costa, ecc.’.


Sempre nell’area dei Sibillini si incontra una Costa Pian-grano, nome in cui la seconda costituente –grano lungi dal far pensare a campi di grano, si riallaccia, secondo me, allo pseudoaggettivo dell’oronimo Gran Sasso, presente anche nell’oronimo Piano Grande della stessa area, come ho sostenuto in altro articolo. In questi toponimi il –grano fa balenare l’idea che l’etimo dato talora dai linguisti per il termine “grano” non può attingere all’improbabile significato di ‘vecchio’, bensì a quello di ‘chicco’, il quale non è altro che un ‘monte’ in miniatura, in quanto nasconde in sé l’idea di ‘rotondità, protuberanza’, sia essa quella di un monte oppure di un minuscolo chicco: anche il lat. grando, inis ‘grandine’ è a mio avviso ampliamento di lat. granum ’grano’. Lo stesso ragionamento vale, ad esempio, per il sardo monte ‘sasso, pietra, roccia’. E, a ben riflettere, ci si accorge che tutte queste radici coinvolte che esprimono il concetto di ‘monte’, attingono alla fine ad un comune significato. In effetti l’idea di ‘‘piano’’ deve scaturire da quella più generica di “estensione, ampiezza, grandezza’’ come suggerisce l’aggettivo greco platys ‘piano, piatto, esteso, ampio, sparso’; allo stesso modo l’idea di "monte", come vuole l’etimo latino della parola, il quale riporta al concetto di ‘protuberanza’ (cfr. lat. ment-um 'mento', lat. e-min-ere 'sporgere, elevarsi'), può essere altrettanto bene espressa da quella di ‘estensione (in altezza)’. Anche la “grandezza” in questo caso, prima di alludere a qualcosa più esteso del normale o di altra cosa, come avviene automaticamente nella nostra mente quando leggiamo questi toponimi, doveva all’origine indicare, come sostantivo, solo il concetto di ‘estensione, protuberanza’, piccola o grande che fosse, in riferimento ad una parete rocciosa o semplicemente ad un monte. Pertanto il probabile etimo della parola trae in ballo, secondo me, anche il greco kara oppure k(a)ran-on ‘testa, punta,sommità’.


Il lat. scrofulae ’scrofola (ingrossamento patologico dei linfonodi nel collo, significato connesso con quello di ‘protuberanza, rigonfiamento’ e, quindi, di ‘scoglio, monte’)’ non può essere inoltre un calco semantico del greco choir-ades ‘ghiandole ingrossate del collo, pietre, scogli’ messe in relazione, non si sa bene perché, con choiros ‘porcellino, porco’ allo stesso modo in cui il termine latino farebbe riferimento, secondo i linguisti, al lat. scrofa ‘scrofa’, anche se si può rimanere perplessi per l’esclusione, dal paragone, del maschio dell’animale. Ma i preistorici locutori che usarono l’oronimo Scrufola, col significato, non presente in latino, di ‘costone, scoglio, dirupo’, quasi sicuramente non parlavano il latino storico, che certamente era una lingua ancora in fieri, e molto probabilmente non avevano nel loro vocabolario nemmeno il termine scrofa . In effetti, i guai più seri per la linguistica sono causati proprio da questa sua incapacità di scrollarsi di dosso il pesante e talora ottundente fardello rappresentato dal latino storico considerato come centro esclusivo di irradazione su ampio raggio di termini e significati, mentre a me, ma fortunatamente anche a qualcun altro, pare molto ragionevole pensare che il latino abbia avuto una lunga fase preistorica in cui ha condiviso, alla pari, con altri idiomi di regioni diverse da quella del Latium Vetus (Lazio Antico), molte parole che ricorrono, appunto, nella toponomastica ma spesso in forma e significato diversi, di molto o di poco, da quelli del latino storico, anche se i differenti significati possono poi essere riannodati insieme, perché derivati da uno comune più a monte. C’è da supporre, insomma, che nell’area del Mediterraneo si avesse una sorta di koinè, anche se molto variegata al suo interno, già prima del presunto arrivo dell’indoeuropeo comune, nella quale si incontravano ed incrociavano molte parlate in formazione che avrebbero poi dato come esito le varie lingue storiche che conosciamo. Il lat. scrofulae ‘scrofola’, data la sua evidente parentela, nel segno del "rigonfiamento", con lat. scrupulu(m) ‘sassolino’, attesta anch’esso, come l’oronimo Piano Scrufola, la trasformazione in spirante /f/ della occlusiva sorda /p/, propria delle lingue germaniche.


Si può ben dire allora, senza tema di esagerare, che toponimi come questo di Piano Scrufola valgono, se rettamente interpretati, a gettare almeno l’ombra di un dubbio su posizioni espresse da pur illustri studiosi e possono addirittura far crollare, con la loro petrosa consistenza, tutta o quasi la letteratura accumulatasi fino ad oggi su determinati fatti linguistici.




N.B.



A proposito del significato del termine “piano”, che certamente nei toponimi non può ridursi a quello del latino planu(m) 'piano' , come ho potuto dimostrare (successivamente alla stesura di questo articolo che pubblico solo ora) mediante alcune voci chiarificatrici del dialetto di Spinazzola-Ba, rimando al post Col tempo e con la paglia maturano le nespole e la canaglia del luglio 2011.

martedì 1 novembre 2011

Fegato: forti dubbi sull'etimo più accreditato; toponimi come Borgocollefegato



La maggior parte degli etimologi sostiene che il nostro fegato trae origine da una strana abitudine del più rinomato, originale e stravagante gourmet latino, Marco Gavio Apicio, il quale avrebbe inventato una ricetta particolare formata da fegato di maiale o di oca ingrassato con i fichi, che avrebbero dato alla pietanza un sapore particolarmente delicato. Apicio, vissuto nell’età di Augusto e Tiberio, sembrerebbe anche l’autore del nucleo fondamentale di un’opera di cucina dal titolo De re coquinaria, opera in dieci libri, frettolosa e disorganica, su cui si sono depositate sedimentazioni varie fino al IV sec. d. C. Lo scritto, quindi, è frutto di mani diverse e spesso tese ad esaltare la “leggenda” di questo singolare personaggio che alla fine si sarebbe suicidato perché non più in grado, a causa delle sue spese veramente pazzesche, di allestire altri banchetti degni della sua fama. La figura storica di Apicio risulta in effetti un po’ vaga e sfumata, dai contorni fantasiosi, tanto che si pensa anche che essa possa corrispondere a diversi personaggi vissuti in epoche diverse.

Io mi sono posto queste domande: ammesso e non concesso che la ricetta di Apicio fosse vera, è mai possibile che il vecchio nome del fegato, il lat. iecur, iecinoris, sia stato sepolto in tutta la Romània (cfr. it. fegato, sp. higado, port. figado, fr. foie, prov. fetges, rum. figàt, gr.mod. sykóti) sotto l’incalzare, anche presso il grosso pubblico, di questa stravaganza del nostro eccentrico e ricchissimo buongustaio, tanto da poter sostituire dappertutto con naturalezza ed esclusività assoluta l’altro nome per il ‘fegato’, anche quando esso non indicava quello ingrassato con i fichi? E’ mai possibile che la gente comune, allora ben lontana dalle possibilità e dagli usi della élite straricca e stravagante, abbia potuto far proprio, usandolo nella vita di tutti i giorni, un vocabolo, lo (iecur) ficatum ‘ (fegato ingrassato) coi fichi’, che si riferiva appunto solo ad una ricetta particolare escogitata da Apicio il cui ingrediente essenziale erano i ‘fichi’, come ribadiva il significato della voce ficatu(m), ben chiaro all’uomo comune di allora diversamente da quanto succede oggi con fegato? Chi d’altronde poteva avere i mezzi per nutrire questi animali con una dieta a base di fichi? Ci sarebbero voluti interi ficheti per permettersi il lusso di allevare in questo modo, per mesi e mesi, dei maiali. A mio avviso, pertanto, tutta questa storia sa piuttosto di invenzione e leggenda, tanto è vero che circolano anche altre spiegazioni in internet, più realistiche, del termine ficatu(m), come quella che fa riferimento all’uso dei Romani, non so quanto veritiero, di mangiare il fegato infilzandolo a pezzetti, alternati a fichi, in stecchi di legno. In questo caso io non posseggo una prova regina diretta che possa tagliare la testa al toro come in altri casi descritti nei precedenti post, ma una serie di indizi, anche sostanziosi, mi spinge a sostenere quello che sto per dire.

Il fegato, grossa ed importantissima ghiandola del corpo umano, ha una forma a cuneo costituito da due lobi principali: semanticamente la sua radice dovrebbe rientrare, a mio parere, tra le tante che esprimono il concetto di ‘massa, grumo, mucchio, rotondità, protuberanza’. In effetti il lat. ficu(m) ‘fico’ aveva anche il significato di ‘porro, tumore, rigonfiamento’. Il suo derivato ficatu(m), quindi, con molta probabilità non dovette essere originariamente termine culinario relativo alla ricetta più sopra descritta, ma antichissimo nome del fegato che forse in un primo tempo, magari all’ombra di qualche dialetto, vivacchiò parallelamente a quello ufficiale di iecur o iocur e poi, per motivi difficili da individuare, si diffuse talmente tra il popolo da sostituire in tutta la Romània il termine iecur. Nel frattempo, però, il probabile significato originario di *ficatu(m) ‘corpo rotondeggiante’ dovette andare perduto in latino (benchè non del tutto, come ficum ‘tumore’ dimostra ) a tutto vantaggio di quello botanico di ficu(m) ‘fico’, albero e frutto, sicchè fu fatale ricondurre a questo ambito botanico l’origine di ficatu(m) ‘fegato’, mediante l’invenzione dei fegati ingrassati con i fichi, ricetta gradita ad Apicio, personaggio dai tratti leggendari. Si tratterebbe insomma di una delle solite etimologie popolari, inevitabili quando un vocabolo nuovo, straniero o dialettale, entra nel tessuto di una lingua e per giunta va a combaciare alla perfezione con la radice di una parola già molto diffusa tra la gente. Questi fenomeni diventano ancora più comprensibili e semplici da spiegare se si situano entro la cornice della mia visione semantica delle parole: il concetto di “fico”, albero e frutto, rientra in quello sovraordinato di “escrescenza, protuberanza” che abbraccia anche quello di “fegato”, rappresentabile come una vera e propria escrescenza, concetto che include forme di qualsiasi tipo, allungate e appuntite, grossolane e informi, grosse e rotondeggianti, piccole e sottili, ecc., che restano comunque sempre un’escrescenza. Pertanto anche quando i nomi con cui essa viene espressa assumono di volta in volta, nelle varie lingue e nei vari dialetti, un significato specifico rispondente alle suddette molteplici tipologie, resta comunque assodato che quel significato, scarnificato e ridotto all’essenziale, si spoglia per così dire delle sue mutevoli determinazioni per riattingere la condizione originaria della sua assolutezza indeterminata: il che equivale a dire che alla base dei significati contingenti delle parole si rintraccia sempre un’idea generica che li riassorbe tutti, fino al punto di dover filosoficamente constatare che le parole di ogni lingua nascondono dentro di loro quell’unica idea di ‘anima, forza, vita, movimento’ che doveva dominare la mente dell’uomo preistorico nella sua visione animistica della realtà.

In questa dinamica rientrano il citato ficu(m)’fico’, ‘tumore’ nonché le voci dialettali ficozza (romanesco) ‘vistoso bernoccolo, provocato da percossa o caduta’, ficozza (napoletano, pugliese) ‘pugno (ben assestato o altrimenti specificato)’. A questo proposito è molto interessante notare la differenza tra il mio metodo di indagine e quello seguito dai linguisti nella interpretazione dei nomi. Loro sono ben contenti se riescono a trovare un significato specifico della radice da interpretare, io rimando sempre ad un valore generico della stessa, secondo il principio assodato della mia linguistica. Raffaele Bracale (1) , ad esempio, peraltro acuto linguista internettiano, riporta il significato di ‘pugno’ del napoletano arcaico fecozza a quello di ‘ferita con relativa tumefazione’ provocata da un pugno ben assestato, che a mano a mano, illividendosi, assume la forma e il colore della “boccuccia del fico fiorone”. Si tratterebbe quindi di una metonimia con scambio di causa (pugno) / effetto (tumefazione): quest’ultimo, con movimento per così dire retrogrado, avrebbe dato il nome al ‘pugno’. Il ragionamento è ineccepibile, secondo la logica tradizionale, ma comincia a rivelare tutta la sua inconsistenza non appena lo si inquadra nella cornice della mia logica, in base alla quale quanto più una spiegazione tende a trovare un significato della radice preciso, specifico, combaciante con l’oggetto, la caratteristica o il fenomeno da essa indicato, tanto più ci si allontana dalla verità: le radici hanno sempre in partenza un significato genericissimo, ed è questo che bisogna cercare di scoprire. In questo caso esso è dato dalle voci dialettali sopra citate, che evidenziano il concetto di rotondità, protuberanza il quale abbraccia cumulativamente sia quello di bernoccolo, tumefazione che quello di pugno, il quale non è altro che una sorta di ‘grumo, massa, bernoccolo’. Di dialetto in dialletto le voci ficozzo, ficozza possono assumere, uno o più significati specifici scaturenti però da questo concetto essenziale di protuberanza, prima che ci spingiamo più a fondo nella ricerca del significato iniziale del termine. A me sembra infatti che questa radice fic- si possa considerare addirittura variante, con pronuncia spirante della labiale iniziale, della radice di lat. pug-nu(m) ‘pugno’. I linguisti si affannano a scegliere questa o quella radice per l’etimo di lat. pug-nu(m) accostandolo ora al gr. pyk-nós ‘unito, denso, compatto’, ora alla radice di lat. pung-ere ‘pungere’ (con infisso nasale), gr. peuk- ‘pungente, penetrante’ senza avvedersi che l’uno e l’altro significato fanno capo a quello di ‘spingere, colpire, premere, comprimere’ che genera anche il concetto di protuberanza. In altri termini, la ricerca etimologica può considerarsi sulla buona strada se tende a riannodare insieme i vari significati di superficie, è invece sulla falsa strada se tende a innalzare steccati tra le possibili radici coinvolte. Come spesso è avvenuto anche nel campo della fisica, l’unitarietà dei fenomeni, anche apparentemente inconciliabili, è la caratteristica che invece è più spesso e obbiettivamente riscontrabile nella realtà.

Aiutano a comprendere l’origine del termine fegato anche alcuni suoi nomi sardi come log. figoto che potrebbe essere confrontato col nome del gr. mod. sykóti ‘fegato’, il quale peraltro ripropone il rapporto del termine con gr. sŷk-on ‘fico’(2). La fricativa alveolare sorda iniziale di gr. sŷk-on dovrebbe essere conseguenza della resa in greco di una interdentale originaria che ha dato invece la fricativa labiodentale sorda di lat. ficu(m), a meno che non si tratti di probabile incrocio con altra radice di termini omosemantici (perché esprimono sempre una protuberanza) rispetto al concetto di ‘fico’, come gr. sikýa ‘melone, coppetta’, gr. síkys ‘cetriolo, cocomero’. Una eventuale forma come *fic-otiu(m), parallela a gr. mod. syk-óti, potrebbe essere all’origine degli it. fic-ozzo, fic-ozza sopra ricordati. L’interessante voce logudorese crasta-figadu ‘pezzettino di fegato che rimane attaccato alla bestia dopo il prelievo dell’organo’ è quella che secondo me, se non taglia la testa al toro, gliela lascia tuttavia miseramente penzoloni. Innanzi tutto non si può negare che questo termine viene da molto lontano e che certamente non nacque per esprimere il suo attuale significato, se si pone attenzione alle due componenti le quali fanno riferimento rispettivamente al verbo log. crastare ‘castrare’ e a log. figadu ‘fegato’. Il suo significato preciso, dunque, potrebbe riferirsi al massimo, secondo l’esegesi comune di simili termini, al uno strumento, un coltello con cui recidere il fegato e non al “pezzettino” residuo di cui sopra. Ma anche stavolta si vede bene in azione, in trasparenza, il grande principio saussuriano secondo cui è vano credere che la lingua sia un meccanismo teso ad esprimere i concetti che esprime in un determinato stato di lingua: al contrario, il grande linguista ginevrino fa notare che lo stato risultante dai cambiamenti diacronici è fortuito e non era destinato ad esprimere le significazioni di cui si carica. Nel nostro caso siamo evidentemente in presenza di un termine tautologico che all’inizio doveva indicare il fegato in ambo le componenti, se è logico pensare che la prima componente non ruotava intorno al concetto di castrare ma a quello di log. crastu ‘masso, sasso, roccia, testa’, concetto ben acconcio ad esprimere quello affine di ‘massa, bernoccolo, protuberanza’ a cui dovrebbe far capo, come abbiamo visto sopra, anche quello di fegato. Questo significato della prima componente, insomma, costituisce una vera e propria prova, nell’ambito di una tautologia, che anche la 2° comp. –figadu doveva avere lo stesso significato di ‘massa, rotondità’. La voce crastu dà vita, come è naturale, a diversi oronimi in Sardegna. Io credo che essa si ritrovi anche nel ted. Karst ‘Carso’ e ‘bidente’. Quest’ultimo significato rientra in quello delle protuberanze più o meno appuntite e ci fa capire che un eventuale significato di ‘fegato’ per ted. Karst è dietro l’angolo. Si sa che la radice di Carso indica la pietra, concetto ruotante intorno a quello di protuberanza, massa più o meno rotondeggiante. Per un’ analisi più approfondita del concetto di bidente rimando al mio post di aprile 2010 L’italiano “bidente” ovvero le insidie etimologiche.

Da ultimo, è gratificante constatare come questo termine “fegato” si ritrovi pari pari in alcuni toponimi ad indicare un ‘colle, monte’, cioè una ‘protuberanza’. Non tutti sanno, ad es., che il paese di Borgorose della prov. di Rieti, ma non molto lontano da Avezzano-Aq, fino ad una cinquantina di anni fa aveva il bel nome antico di Borgo-colle-fegato che però non doveva piacere ai suoi abitanti se decisero di cambiarlo. Veramente oggi ancora esiste una piccola frazione del comune di Borgorose che ritiene l’antico nome di Colle-fegato (alcuni siti web scrivono significativamente Colle-fegàto con la –a- accentata, in quanto questa deve essere ancora la pronuncia locale del nome, continuatrice di quella latina di -ficatum) il quale, a mio avviso, costituisce una variante del nome dell’altra frazione chiamata Colle-viati, se la 2° componente –viati è quasi sicuramente da intendere come evoluzione da un precedente –*vigatu(m) oppure -*vigati, con dileguo della velare sonora –g- intervocalica come in tante altre parole dialettali. Insomma sia –fegato (-fegàto), dal lat. ficatu(m), sia –vigatu(m) debbono a mio avviso rappresentare due pronunce leggermente diverse di un unico termine relativo alla stessa entità geomorfica, quella di ‘colle’, che abbiamo visto essere concettualmente simile all’idea di fegato, inteso come ‘massa, protuberanza’. Nel primo caso il nome preistorico si è confuso e ha seguito le sorti di quello di lat. ficatu(m), mentre nel secondo, esso si è incrociato probabilmente con la radice di lat. via(m) ‘via, strada’, anticamente veha(m), da *weghya (cfr. ted. Weg ‘via’, ingl. way ‘via’). La radice è la stessa di lat. veh-ere ‘trasportare, andare a cavallo o su un mezzo di trasporto, andare’ ed esprime fondamentalmente il movimento, non solo quello dei carri ma anche quello della via, la quale prende il nome non dal fatto di essere riservata ai carri , come taluno sostiene preso dal demone della specializzazione a tutti i costi e dalla voglia di distinguere via da via, ma dal fatto che essa resta in ogni caso genericamente un ‘cammino, percorso, tragitto’. Gli etimi correnti per Colle-fegàto sono quelli di “colle piantato a fichi” o di “colle dato in feudo”. Anche qui si assiste, a mio avviso, alla stessa erronea tendenza seguita per i termini del lessico da parte dei linguisti, a cercare un significato particolare del toponimo che invece, come è più probabile e naturale, nacque come semplice appellativo che definiva, in epoca preistorica, la realtà geomorfica di riferimento. Ma le due forme simili da me rintracciate di –*figatum e -*vigatum, le quali si illuminano e si fanno forza a vicenda, impediscono di proporre etimi particolari e tra sé divergenti per i due ‘colli’ su cui, forse solo successivamente alla loro prima nominazione, si svilupparono stanziamenti umani che assorbirono i nomi delle due alture.

Esiste anche un Colle Fegato, frazione del comune umbro di Norcia, nonché un Monte-fegat-esi in provincia di Lucca. E certamente si incontreranno, in Italia e altrove, altre località, antropizzate o meno, con nomi simili.


Note


sabato 15 ottobre 2011

La verità fa paura


Articolo inviato a RIOn.

Alla luce di mie recentisssime acquisizioni lessicali che concernono il valore che la radice di "piano" assume in alcuni dialetti, mi domando se non sia il caso di tornare a riflettere con rinnovato interesse su quanto sostenevo nel par. 4 della mia Postilla pubblicata da codesta rivista —RIOn, XII (2006), 1, p. 346—.


In effetti la mia convinzione, ivi espressa, che dietro l’oronimo di Piano Grande nel Gran Sasso d’Italia si celasse il significato di ‘monte, costa, ecc.’ sia per il sostantivo (Piano) che per l’aggettivo (Grande) viene sorprendentemente e inequivocabilmente confermata, per quanto riguarda il sostantivo, da espressioni del dialetto di Spinazzola-Ba quali chjaen a mònd ‘strada in salita’ e chjaen a bašc ‘strada in discesa’ . Mi pare evidente che la voce chjaen ‘piano’, in queste locuzioni, non possa significare quello che essa sbandiera in superficie, ma debba valere nel profondo qualcosa come ‘movimento, cammino, percorso’ e quindi ‘strada, via’, significato che viene poi a specializzarsi in quello di ‘salita’ o ‘strada in salita’ con l’aggiunta dell’espressione a mònd (a monte, in su), e in quello di ‘discesa’ o ‘strada in discesa’ con l’aggiunta dell’espressione a bašc (a basso, in giù) che forse potrebbe meglio scriversi a bascë. La questione non è di scarsa rilevanza, giacchè la sua giusta soluzione porta, a mio avviso, ad una visione dei fatti linguistici, in specie semantici, molto diversa da quella o quelle tuttora in auge. Essa coinvolge anche i verbi ‘nchianà, acchianà diffusi in molte parlate del centro-meridione d’Italia col significato di ‘salire’. Anche a Spinazzola è presente la voce ‘nghjanè cristallizzata nel significato di ‘salire’.


Carla Marcato, che fa parte del comitato scientifico della Rivista, sostiene che il significato di ‘salire’ in questi verbi proviene da uno più proprio che sarebbe quello di ‘arrivare al piano’(1). L’esimia linguista avrà tenuto questa linea di ragionamento: dopo una salita si arriva sempre ad un tratto pianeggiante. Ma mi permetto di far notare che questa è un’azione del tutto marginale e diversa da quella del puro ‘salire’, azione quest’ultima con la quale l’umanità ha dovuto confrontarsi da sempre sin dalle più remote origini, da quando si arrampicava ancora sugli alberi della foresta o della savana, e mi sembrerebbe strano supporre che essa poi non abbia trovato, in questo caso, un verbo più acconcio e diretto per esprimerla, ricorrendo per giunta al duplice concetto di ‘arrivare’ (non contenuto nella radice) e di ‘piano’, pur trattandosi di un movimento fondamentale nello spazio in cui l’uomo vive e opera. Inoltre, anche dopo una discesa si arriva ad un tratto pianeggiante, e quindi la radice avrebbe potuto esprimere anche lo ‘scendere’, cosa che effettivamente fa, ma in base a ben altro meccanismo: gli è che il suo significato fondamentale è quello di ‘movimento’, il quale può svolgersi sia in salita che in discesa, spingendo così di volta in volta il termine a specializzarsi in un senso o nell’altro, in quello di ‘salita, monte’ oppure di ‘discesa, valle’. Il lat. scand-ere ‘salire’ passa ad indicare il movimento inverso dello ‘scendere’ nel verbo de-scend-ere. Ma c’è di più: io penso che anche l’idea di ‘piano’ espressa dal lat. planu(m) sia un derivato del significato fondamentale della radice: un ‘piano’ non è altro che un’ estensione e cioè un ideale movimento del terreno in senso orizzontale.


Alla stessa idea di ‘movimento, passaggio’ rimandano naturalmente i passi montani come Portella del Pian-etto (prov. Di Palermo), Portella Piano Verde (prov. Di Messina) e Puerto Llano (=Passo Piano) in Ispagna.
Finalmente i vari oronimi (insieme ai relativi nomi di valle) espressi da questa radice plan- hanno avuto giustizia, specie se confrontati con la voce serbo-croata plan-ina ‘montagna’, anche se un po’ dispiaciuti per la perdita della loro aria di mistero. Il tribunale della Ragione, prove alla mano, ne conferma l’origine che supponevo.


Le stesse considerazioni valgono per le voci chaep a mònd ‘strada in salita’ e chaep a bašc ‘strada in discesa’, sempre del dialetto di Spinazzola-Ba in cui chaep significa ‘capo,testa’. Anche qui, dietro questo chaep, si nasconde un significato di ‘via, passaggio, movimento’ come supponevo in altra Postilla —RIOn, XIII (2007), 2, p. 767-8 — in cui commentavo un saggio di Remo Bracchi e, nello specifico, l’odonimo tröi de li cav-àla ‘sentiero delle cavalle’.


Anche in dialetti abruzzesi si incontrano le voci cap-abbàllë ‘discesa’ e cap-ammóntë ‘erta, salita’ usate anche avverbialmente nei significati rispettivi di ‘giù, abbasso, sotto’ e di ‘su, in su’ . Nel mio paese di Aielli ne è vivo (si fa per dire) solo l’impiego avverbiale.




Questo articoletto, inviato elettronicamente alla Rivista oltre tre settimane fa, costituisce una prova sovrana della bontà della mia visione linguistica la quale offre anche la chiave per entrare con molta facilità nei nomi e toponimi delle lingue più diverse del mondo e per capire come si è formato questo strumento della parola che tanta parte ha nel nostro essere uomini. Una prova sovrana, non solo per quello che vi si dice, sostenuto da riscontri inoppugnabili, ma indirettamente anche per la mancanza, da parte della rivista RIOn, di qualsiasi cenno dell’avvenuta ricezione dell’articolo, nonostante un mio successivo invio dello stesso, come avveniva invece sollecitamente negli altri numerosi casi in cui inviavo un mio commento ai saggi ivi pubblicati dai linguisti. La Rivista naturalmente ha tutti i diritti di pubblicare quello che vuole e quello che ritiene più opportuno e utile ad un franco scambio di idee per la soluzione dei problemi, ma mi pare alquanto singolare questa disparità di trattamento nei confronti dei miei commenti che, quando esprimevano solitamente idee radicalmente diverse da quelle dei linguisti, ma senza lo straccio di una prova diretta e inconfutabile, venivano accolti senza difficoltà, direi quasi sollecitati, mentre ora che esibiscono prove inoppugnabili (sarei molto grato a chi mi dimostrasse che mi sbaglio!) di quanto vado sostenendo da anni, vengono completamente ignorati e così si impedisce loro di vedere la luce del sole in un posto riservato evidentemente ai Signori linguisti ed ora credo definitivamente precluso ad un paria come me.
Senza voler scadere in inutile polemica, giudichino i miei pochi lettori da che parte stia la verità e se è giusto e buono che essa rimanga nascosta (ancora per millenni?) all’umanità tutta. Io non mi sento offeso, perché non è un mio diritto scrivere in una rivista che ha il suo direttore, il suo comitato scientifico e il suo editore che sanno la linea da seguire per la vitalità e gli interessi di essa, ma amareggiato certamente sì nel constatare (a meno che non si tratti di un mio madornale abbaglio) che l'irriguardoso demone del potere si insinua anche in campi che ingenuamente ritenevo immuni da certe cattive abitudini che sicuramente non onorano chi le pratica.


Pietro Maccallini


Mi corre l'obbligo di comunicare che il direttore della Rivista ha risposto il giorno 18/10/'11, scusandosi del ritardo e impegnandosi a pubblicare l'articoletto. Pertanto dichiaro nulle le osservazioni fatte nel precedente corsivo.

Finora, ad oltre un anno di distanza dalla data di invio dell'articoletto, non ho avuto il piacere di leggerlo sulla Rivista: spero,  ma sempre più vanamente, che esso apparirà in uno dei due numeri dell'anno 2013.  Vanità delle promesse umane!



Note:




2-Cortelazzo-C. Marcato, I Dialetti Italiani, UTET, Torino 1998, s.v. chiana, p. 135-6.


3-Cfr. D. Bielli, Vocabolario Abruzzese, A.Polla Editore, Cerchio-Aq 2004, ristampa della ediz. Di Casalbordino-Ch 1930.

sabato 1 ottobre 2011

L'abruzzese zecchine 'scintille' e il sardo tidda 'scintilla' confermano la composizione tautologica di lat. scintilla(m). Varietà di incroci




Zecchìne, m. pl. ( le due –e- sono mute) ‘faville che schizzano dal fuoco’ è una voce del Vocabolario Abruzzese di Domenico Bielli (1). Questo termine mi conferma nella convinzione risalente a diversi anni fa, che il lat. scin-tilla(m) 'scintilla' fosse composto da un primo costituente scin- corrispondente all’ingl. shine ‘splendore’, ted. Schein ‘luce, splendore’, danese skinne ‘risplendere’. Ora, a partire da un equivalente del lat. scin- proporrei, per il termine abruzzese, la trafila *skinё > sёcchìnё > zёcchinё. Il primo passaggio si spiega con l’inserzione (anaptissi) di una vocale indistinta tra le due consonanti iniziali e normale raddoppiamento della consonante pretonica, passaggio favorito dalla analogia con altri termini riportati dal Bielli e soggetti allo stesso fenomeno come nella serie caratterizzata da parole con prefisso s- (intensivo, sottrattivo, negativo) e cioè sellamatùre ‘frana’ (da it. slamare); sellummà (da it. slombare), seffunnà/zeffunnà ‘sprofondare’ (da it. sfondare). L’inserzione della vocale indistinta è abbastanza comune nei dialetti, almeno nostrani, anche in altre condizioni, come in aiellese vёràccё ‘braccio’, trasaccano sёllìtta ‘slitta’, aiellese bёcёchёllétta ‘bicicletta’. E proprio questo fenomeno permise, secondo me, alla parola in questione di seguire probabilmente le sorti di derivati dal lat. siccu(m) ‘secco’(cfr. it. seccherello, it. secchino diminutivo di secco) mantenendo la pronuncia velare originaria del gruppo sci-, la quale del resto si ritrova anche in altri termini abruzzesi riportati dal Bielli come schife ‘vassoio grosso di legno per la calcina’ di ascendenza greca, attraverso il lat. skyphu(m) ‘bicchiere, coppa’, variante di abr. scife ‘vassoio di legno per la calcina’, che ad Aielli significa solo ‘vassoio rettangolare di legno’ per usi vari, mentre in altri paesi ha il significato di ‘truogolo di legno per il pastone dei maiali’. L’oscillazione tra pronuncia velare e pronuncia palatale si riscontra anche nei due termini certamente interdipendenti cicёlё ‘ ciottolo, endice’(cfr. Bielli) e chichil-onё ‘ pietra grossa, grandine’ (dialetto di Lanciano-Ch); anche l’abr. šchirchià (cfr. Bielli) ‘togliere i cerchi’ (si ricordi che la –c- iniziale di lat. circulu(m) ‘cerchio’ aveva pronuncia velare nel latino classico, ribadito dall’abr. chїrchià ‘cerchiare’, voce presente sempre nel vocab. del Bielli) stenta a diventare un franco *scirchià con palatalizzazione dell’intero gruppo schi-. L’incrocio successivo di sëcchinë con l’it. zecca e zecchino, parola quest’ultima ben adatta peraltro ad esprimere metaforicamente la luminosità delle scintille, ha fatto il resto.

Anche il principio che in precedenti post ho chiamato della nominazione diretta mi mette in guardia dal considerare la metafora scintilla=zecchino all’origine dell’abruzzese zëcchinë ‘scintilla’: nella fattispescie si può ben dire che la metafora è solo un sottoprodotto casuale di un processo di differenziazione semantica di un’unica radice originaria per ‘luminosità’ specializzatasi da un lato nel significato di ‘favilla’ e in quello di ‘(moneta) aurea’ dall’altro, incrociatasi per di più con la parola zecca. In dialetto aiellese il portamonete era chiamato porta-sёcchìnё, vicino all’etimo arabo (dar as) sikka ‘(casa della) moneta’. A ben riflettere, però, a me sembra che il termine "zecchino", il quale secondo l’etimo corrente trarrebbe origine dal suo indicare un ducato ‘nuovo di zecca’ (2) nella Venezia del Cinquecento, fosse invece antecedente al termine zecca e venisse riferito come aggettivo al grado di elevatissima purezza dell’oro di cui era fatto il ducato, in base al significato di ‘brillante, senza macchia, non mescolato, puro’ che la parola poteva avere in parlate più o meno marginali o vernacolari, come il suo significato di ‘scintilla’ in area abruzzese ci autorizza a credere. L’espressione oro zecchino andrebbe spiegata, allora, semplicemente e letteralmente come ‘oro puro’ e non come ‘oro uguale a quello dello zecchino’. L’interpretazione ‘nuovo di zecca’ per il termine zecchino non mi soddisfa granché, perché essa, oltre a dover ignorare i numerosissimi zecchini in circolazione che non erano più nuovi (difficoltà comunque superabile attraverso l’uso estensivo del termine), non tiene conto del fatto che quel termine veniva applicato, stranissimamente, alle sole monete d’ oro puro precedentemente chiamate ducati e non alle altre numerose monete d’argento della Serenissima, tra cui c’erano quelle ugualmente fresche di conio, nonché il marchetto, nome popolare del soldo veneziano che era in biglione, cioè una lega d’argento e altri metalli non preziosi, coniato dal 1476 al XIX secolo. Circolava tra l’altro a Venezia anche il ducato d’argento che mai fu indicato con l’appellativo di zecchino, riservato al solo ducato d’oro dello stesso valore del fiorino fiorentino.
Abbastanza numerose sono in toponomastica le sorgenti e fonti chiamate Scen-délle , termine simile a scintilla, e col significato apparentemente distante, anche se la parentela semantica è suggerita a mio avviso dal concetto di ‘vitalità, mobilità, spruzzo (non importa se luminoso o liquido)’ soggiacente alle due parole.

Ho scoperto recentemente che l’elemento –tilla di lat. scin-tilla(m), di cui mi mancava un convincente riscontro lessicale, si ritrova pari pari nel sardo gallurese zidda ‘favilla, scintilla, focolaio’ < *tilla come attesta sempre la variante gallurese tidda ‘barlume, favilla, scintilla, briciola, particella’ (3). E’ noto, per il sardo, il passaggio della doppia -l- alla doppia –d- cacuminale almeno per il periodo antecedente alla latinizzazione dell’isola. Questo bel termine sardo conferma dunque la validità o, almeno, la praticabilità della mia supposizione, per l’esistenza in antico di una forma autonoma tilla ‘scintilla’, come avevo previsto, che autorizza la segmentazione scin-tilla, diversa da quella corrente scint-illa che avvicina il 1° elemento scint- al greco spinth-ér ’scintilla’. Mi permetto pertanto di suggerire che è ormai ora che i linguisti prestino maggiore attenzione a questo fenomeno della ripetizione tautologica di cui vado parlando da parecchio tempo.

Un’altra proposta per spiegare il persistere del suono velare della sillaba centrale di abruzz. zecchine ‘scintille’ sarebbe quella di supporne la derivazione da una variante di lat. scin- con labio-velare, cioè *squin che avrebbe potuto trascinarsi intatta fino al momento dell’incrocio con la parola it. zecchino. Questi tipi di varianti dovevano essere abbastanza ricorrenti se, ad es., a Trasacco-Aq sono molto numerosi: cucuccétta/quequeccétta ‘zucca, zucchina’, cuccenélla/queccenélla ‘coccinella’, cullina/quellina ‘collina’, squencordia/scuncordia ‘sconcordia’, scurtecà/squertecà ‘scorticare’(4) , ecc. Si può addiritttura fare un esempio di un termine che nel dialetto di Trasacco presenta un duplice esito, velare e palatale, riguardante una radice identica a quella del precedente scin- ma con diverso significato. L’espressione trasaccana scénna d’ajje, infatti, significa ‘spicchio d’aglio’ ma anche ‘aglio intero appena sradicato col fusto e con tutti gli spicchi uniti’; scénna de cepόlla ugualmente indica uno ‘spicchio di cipolla’ oppure la ‘cipolla intera col fusto’ . Ora, a me sembra che dietro il paravento di scénna, la quale nei nostri dialetti vale generalmente ‘ala’ (da lat. axilla(m) ‘ascella’, secondo l’etimo corrente) e che quindi difficilmente potrebbe passare a designare questi bulbi, bisogna in questo caso scorgere un termine come gr. skhînos ‘lentisco; scilla (sorta di cipolla)’. Suppongo che questo vocabolo (non necessariamente fotocopia di quello greco storico, ma probabilmente presente in terra marsa fin dalla preistoria) indicasse inizialmente un corpo rotondeggiante come la bacca del lentisco o il bulbo di queste piante o anche solo quello della cipolla, per poi estendersi ad indicare anche il bulbo dell’aglio. Una volta avvenuto l’incrocio e il combaciamento dell’antichissimo termine per ‘cipolla’ con la voce scenna ‘ala’, veniva a crearsi contemporaneamente l’inconveniente della non sempre agevole comprensibilità di questo termine, nella quotidiana conversazione, potendo esso indicare l’una o l’altra cosa indifferentemente. A quel punto fu naturale, a mio avviso, aggiungere alla parola in questione la specificazione d’ajje oppure de cepόlla per segnare un confine netto con la parola scenna usata isolatamente la quale, di conseguenza, si ridusse ad esprimere solo il significato di ‘ala’. Fu quindi giocoforza che le nuove espressioni scénna d’ajje e scénna de cepόlla subissero una forte pressione perché assumessero, per il determinato scénna, un valore diverso da quello espresso dai due determinanti, e così, incrociandosi forse con qualche radice simile a quella del lat. scind-ere ‘scindere, spaccare, separare, dividere’, finirono con l’indicare i vari spicchi del bulbo dell’aglio o quelli ricavabili dalla cipolla con un coltello. Il vecchio significato indicante il bulbo nella sua integrità (il quale comunque per sineddoche poteva già prestarsi ad indicarne anche lo ‘spicchio’) riuscì tuttavia a sopravvivere, come abbiamo visto sopra.

Questo interessantissimo fenomeno è confermato, a mio avviso, anche dall’altra espressione trasaccana όgna de cepόlla “pezzettino di cipolla –come scrive il Lucarelli- che si usava mangiare con pane e, spesso, anche con il minestrone fatto con fagioli e cotiche: un cucchiaio di minestra alternato con un morso alla cipolla cruda, e così via”. Considerato anche che in questa usanza era forse una cipolla intera, specie se piccola e gustosa (scal-ogno?), che, morso dopo morso, veniva consumata è da scartare la possibilità che όgna fosse stato fin dall’origine termine per ‘unghia’ o ‘piccola quantità’. Anche qui mi pare molto chiaro che valga la stessa considerazione che facevo poc’anzi per scénna, e così penso che όgna dovette inizialmente essere termine per ‘cipolla’, derivato dal nominativo del lat. unio, onis ‘il numero uno, l’unità’ ma anche ‘grossa perla; specie di cipolla’; cfr. fr. ognon, oignon ‘cipolla’, ingl. onion ‘cipolla’, i quali provengono però dall’accusativo unione(m). La scomparsa nell’italiano e nei dialetti della nostra zona di questo termine per ‘cipolla’, ha fatto sì che la parola sopravvissuta nell’espressione cristallizzata di Trasacco (Lucarelli non riporta sotto il lemma όgna il significato di ‘pezzetto, piccola quantità’ e pertanto si deve pensare che con tutta probabilità nella parlata trasaccana normalmente esso non ricorresse in quel senso), non più parte viva del lessico , potesse assumere un significato del tutto diverso da quello di partenza, consono al nuovo contesto in cui si ritrovava accompagnata dalla specificazione de cepolla, assolutamente necessaria dopo il passaggio di lat. unio dal significato di ‘cipolla’ a quello di ‘unghia’ nella parlata locale, il quale ultimo poteva per la verità prestarsi a designare una ‘minima quantità, distanza’ come in italiano e costituire così una nicchia perfetta in cui il vecchio significato di ‘cipolla’ finiva per seppellirsi e dormire i suoi sonni letargici senza che qualcuno potesse mai più disturbarlo.

Nulla impedisce di supporre inoltre all’origine dell’espressione trasaccana un composto tautologico del tipo *unio-cepulla facilmente svolgibile in όgna de cepolla. Questi casi confermano l’idea del Saussure circa il riciclaggio e la risistemazione del materiale linguistico proveniente da uno stato anteriore della lingua, come ho ricordato nell’articolo precedente. Si incontra a Trasacco anche la voce squen-όcchie ‘rumore caratteristico delle articolazioni delle dita quando vengono pressate sulle falangi presso le nocche ed altri rumori simili’ ma –incredibilmente!- anche ‘spicchio di cipolla’, il che ci convince sempre più a togliere ogni ombra di dubbio dall’etimo sopra proposto per scénna ‘spicchio d’aglio o di cipolla, aglio, cipolla’. Ne deriva infatti che squenό-cchie < diminut. *squino-culu(m) oppure *skino-culu(m) è un parente stretto di scénna, ma con pronuncia velare o labio-velare del gruppo consonantico iniziale, come avevo supposto più sopra proponendo alla sua origine il gr. skhînos ‘sorta di cipolla’. Ne deriva anche la considerazione, però, che il significato di ‘spicchio’ del termine esistesse già prima dell’apparire della pronuncia palatale, forse per semplice sineddoche, la quale qui stabilirebbe un rapporto biunivico tra la parte (spicchio) e il tutto (bulbo). Del resto l’etimo di it. spicchio risale a lat. spic-ulu(m) ‘punta, pungiglione, dardo, bocciolo (di rosa)’ diminut. di spica(m), spicu(m), ‘punta’ ma anche ‘capo, testa (di piante)’ come nell’espressione spica(m) allii ‘testa d’aglio’ probabilmente in riferimento sia all’intero ‘bulbo’ che allo ‘spicchio’. Sapevo in effetti, ed è naturale supporlo, che l’idea di capo, testa facilmente trapassa a quella di punta e viceversa. L’analisi della lingua non finisce mai di stupire per il gran numero di fenomeni, in specie semantici, che possono avere interessato una singola parola. E per la verità si potrebbe supporre che squenόcchie fosse un deverbativo, col significato di ‘pezzo’, da squenecchià, scunecchià ‘rompere con forza, spezzare le ossa, crocchiare’ ma resta il fatto che, senza l’intervento di un termine simile per ‘cipolla’ (cfr. scénna, gr. skhînos), sarebbe stato difficile arrivare al suo significato specifico di ‘spicchio di cipolla’.

In appendice vale forse la pena accennare alla possibilità che l’it. scalogno, scalogna ‘tipo di cipolla’, vada interpretato semplicemente come un normale composto tautologico segmentabile in scal-ogno in cui il secondo componente corrisponderebbe con esattezza al nominativo del sopra riportato lat. unio, onis ‘specie di cipolla’, mentre il primo sarebbe una variante di greco skílla, lat. scilla(m) ‘specie di cipolla’, confrontabile con le numerose radici germaniche come ingl. shell ‘guscio, conchiglia’, ted. Shale ‘guscio, involucro, tazza, coppa’ non tanto perché ogni tipo di cipolla è costituito da strati di involucri, quanto in relazione all’idea di ‘rotondità’ e di ‘bulbo’ propria dell’intera cipolla. Per i Latini la cipolla di cui si parla era la Ascalonia(m) cepa(m) ‘cipolla di Ascalona’, da una città della Palestina donde sarebbe stata originaria la piantina. Beati loro, che si sentivano soddisfatti di questa spiegazione e non erano nemmeno nella condizione di avanzare l’ipotesi che il termine potesse essere il risultato di uno dei tanti incroci cui le parole vanno spesso e facilmente incontro! La più parte, comunque, degli etimologi moderni non va oltre questa interpretazione.


Note
(1) Cfr. D.Bielli, Vocabolario Abruzzese, A.Polla Editore, Cerchio-Aq 2004, ristampa della edizione di Casalbordino-Ch 1930.
(2) Cfr. M. Cortelazzo-P.Zolli l’Etimologico Minore, Mondolibri S.p.A, Bergamo 2005, tratto dal DELI (Dizionario Etimologico della Lingua Italiana), Zanichelli editore, Bologna 2004, a cura di M. Cortelazzo e M.A. Cortelazzo.
(3) Cfr. A.Rubattu, sito web http://www.toninorubattu.it/ita/DULS-SARDO-ITALIANO.htm
(4) Cfr. Q. Lucarelli, Biabbà A-E e Q-Z, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq 2003, s.v.

venerdì 2 settembre 2011

Origine di sardo thalàu/thàlau, talàu/tàlau 'crusca di frumento'. Un dilettante vs. fior di linguisti


A Pierluigi
anima lucida e sola,
nell'anniversario.

La parola presenta anche le forme telàu, tèlau, thelàu. Ho letto l’articolo Thalau:una parola osca salvata nel sardo (rintracciabile in Internet con questo titolo) del linguista A. Areddu relativo all’etimologia di questa voce che ha dato e dà filo da torcere a fior di linguisti e ho fatto alcune semplici riflessioni. Il problema della uscita in –au , così rara nel sardo logudorese che mantiene sempre la forma –adu (da precedente –atum) si risolve, a mio avviso, partendo dalla constatazione che esistono in sardo delle forme come campid. tela de cuba, tela-cua ‘tartaro, gromma (della botte)’, nuor. (a Nurri) tela ‘pietra larga’ (1), campid. tela ‘cateratta dell’occhio, nubecola’ le quali non possono non essere in rapporto, per una forte somiglianza dei significati profondi, con log. tel-au ‘crusca’ e pertanto suggeriscono che il presunto suffisso –au debba in realtà essere il residuo di un secondo costituente tautologico della parola dato che la forma tela da sola ha già sostanzialmente quel significato. Io penso, d’altronde, che tutti i suffissi in origine erano solo componenti tautologiche. Quale sarebbe essa, allora, in questo caso? Ho cercato di risolvere la questione tenendo presente, ad esempio, la voce logudorese àstrau, astràu ‘ghiaccio’ e supponendo che essa sia derivata da precedente *astr-ac-um, *astr-ag-um diventata poi astrau con la lenizione totale della velare sonora –g-, come capita ad altre parole. Grande è stata la mia sorpresa quando, andato a controllare il DULS di A. Rubattu nella sezione Italiano-Sardo, ho visto che effettivamente esisteva il nuorese àstr-agu, àstr-au ‘ghiaccio’ che confermava la mia ipotesi sviluppata poi nel post precedente intitolato Col tempo e con la paglia maturano le nespole e la canaglia. L’elemento -ag-/-ak-, nel caso di tel-au ‘crusca’, deve avere lo stesso significato di tela- ed io lo individuerei in una forma simile al gr. ákhne ‘pula, loppa’, gr. ákhur-on ‘pula, loppa’, lat. acu(m) ‘pula’, lat. acus, eris ’pula, loppa’, got. ahs ‘pula’. In logudorese (2) c’è anche fau ‘faggio’ da lat. fagu(m) come abruzzese fahë, fave (3) oppure fao (Castellafiume-Aq, Tagliacozzo-Aq, ecc.), fung-au ‘pantano’ e fungu ‘pantano’ dall’idea di 'cavità' come risulta dall’aggettivo fung-udu ‘concavo, profondo, voraginoso’ riscontrabile anche nell’abruzzese (Aielli, Cerchio, Trasacco, ecc.) funghë ‘vuoto, cavo’. Altri esempi logudoresi vanno sempre nella stessa direzione come sagu ‘coltre’ e sau ‘panno’ (lat. sagum ‘saio’) o come lurd-agu ‘fanghiglia, pantano’ e ludr-au, ladr-au ‘fanghiglia, pantano’: e così dovrebbe essere chiaro, per la coincidenza dei significati, che fung-au ‘pantano’ precedente derivi da *fung-agu come ludr-au da lurd-agu. La stessa cosa si ripete in log. (ant.) pél-agu ‘acquitrino, pelago’, log. pél-au ‘ acquitrino’, log. pal-au ‘pantano’. E non ce ne saranno molti altri. Nella mia parlata di Aielli u ‘m-bala-tùrë (da *im-pala-tùrë) era ‘il pantano’ e ’m-bal-àssë significava ‘infangarsi’. Oggi 30 agosto 2011 ho avuto la prova, come al solito, che il mio ragionamento ha solide basi: infatti nel DULS ho incontrato, molti giorni dopo la prima stesura di questo articolo, la voce logudorese agh-eddu ‘crosta, incrostazione’ (apparentata chiaramente col 2° membro del sunnominato nuorese àstr-agu, àstr-au 'ghiaccio' ) che è da considerare una variante di lat. ac-u(m) ‘pula’ sopra citata e 2° costituente di tal-au ‘crusca’. La scoperta è stata casuale. In verità, a suo tempo, ero andato a cercare una eventuale voce agu, aga col significato di ‘crusca’ e simili, ma non avevo trovato nulla. Non potevo immaginare che essa avesse assunto la forma, apparentemente diminutiva, di agh-eddu.

Che accanto a sardo tela ‘tela, cataratta, tartaro’ esistesse una forma tala ce lo suggerisce il log. tal-aranis ‘ragnatela’, nuor. tall-aranu, tadd-aranu ‘ragnatela’; esiste anche la variante log. tol-oranu che ha mutato in o- la prima a- di –aranu per assimilazione. L’alternanza sorda/aspirata in thalau/talau non è tale, secondo me, da costituire un problema insuperabile: se queste forme sarde avessero avuto, per ipotesi, il th- iniziale lo avrebbero quasi certamente mutato in t- per influsso di lat. tela(m). Nel Medioevo(4) si incontra infatti thal-amus ‘tipo di cortina, velo’ che richiama il gr. thál-am-os ‘talamo, cubicolo’, tall-os ‘vasi’ la cui idea di fondo è quella di ‘cavità, rotondità’, tel-ata ‘cataratta dell’occhio’ che richiama il campid. tela ‘cateratta, ecc.’ ma non può essere considerato l’immediato precursore di logud. tel-au ‘crusca’. Ora, io penso che accanto a queste voci bisogna porre anche il gr. thul-ák-e, thul-áki-on ‘borsa, scroto, guscio, involucro, seme’, sp. tal-ega ‘sacca’, sp. tal-ego ‘sacco’, gr. thól-os ‘edificio rotondo, cupola’. Se poi rifletto sul fatto che in greco si avevano per ‘mare’, ad es., tre forme come thál-atta, thál-assa, cret. thál-aththa (se non ce ne erano altre a noi non pervenute!) debbo concludere che noi effettivamente ereditiamo dall’antichità forme passate al setaccio dell’omologazione linguistica che ne ha necessariamente scartate tante. Esiste anche una serie abbastanza nutrita di radici con la dentale sorda iniziale o affricata sorda come lat. talla ‘velo di cipolla’, dial. (a Rocca di Botte-Aq) zarl-òcche e zall-òcche (5) ‘croste di sterco sui peli degli animali non troppo curati’, zélla (Rocca di Botte, ma diffuso nel centro-meridione anche nella forma zilla) ‘sporco di diversi giorni sulla pelle’ sicuramente in rapporto con dial. (a Luco dei Marsi-Aq) tall-òcche, zall-òcche (6) ‘zolla’ e con sardo tilla ‘macchia’, campid. tell-ura ‘strato geologico’, termine in rapporto con lat. tell-ure(m) ‘terra’, risalente probabilmente ad una radice per ‘piano, distesa’, campid. tella, tel-utza, tel-gia ‘lastra’, log. tel-ga ‘scoria (da un significato di 'scaglia'?)’, probabile variante del supposto *tala(g)u,*tela(g)u ‘crusca’, abruzz. zèlëchë (7) ‘telo di panno grossolano’. Il termine talco indica un minerale a struttura lamellare costituito di sottili scaglie, dall’arabo talq ‘amianto’. Il significato di sporcizia ricompare nel verbo dial. (Aielli e altrove) ‘n-zar-zalà ‘sporcare, imbrattare, inzaccherare’ in cui –zar- deve essere dissimilazione dal seguente –zal-. Si incontra in Abruzzo anche la variante ‘n-zazzarà (8) ‘lordare, insozzare’ incrociatasi con it. zazzera tanto è vero che a Cerchio-Aq il verbo ‘n-zar-zalì (9) riduce il significato a ‘sporcare peli o capelli’ e zàr-zalë vengono lì chiamati i capelli, quando sono lunghi e sporchi. Non è quindi da escludere, anche per queste forme sarde, un’alternanza originaria di forme. A Spinazzola-Ba zælé (10) vale ‘defecare inaspettatamente’, zèll ‘residuo fecale anale’, zæll-æus ‘sporco di residuo fecale anale’, zæl-arèdd ‘diarrea’.

Le isoglosse sardo-abruzzesi sono più numerose di quanto si pensi. Valga per tutte il termine nuorese orgu-meddu, irgu-meddu ‘pomo d’Adamo’ messo in relazione con catalano garga-mell nel DULS sopra citato, e senz’altro in rapporto con i vari abruzzesi (11) garza-melle ‘ugola’, garza-mille ‘tonsilla’, trasaccano (12) vërzë-méjjë, urzë-méjjë ‘ugola, tonsilla’ o altra ghiandola ingrossata, corze-méglio (a Castellafiume-Aq) ‘gozzo’(13), vorzë-mèglië (a Luco dei Marsi-Aq) ‘gola, esofago, gricile’(14). Il primo componente ha subito l’usura del tempo, e probabilmente è andato soggetto a tanti influssi, non ultimo quello di it. gozzo, ma resta comunque indiscutibile il rapporto con sardo orgu-; il 2° componente è rimasto saldo come una roccia, fatte salve le normali e ben rintracciabili oscillazioni di pronuncia. A mio avviso la componente –melle (e varianti), col significato di ‘escrescenza, rotondità, ecc.’ ha dato il via non solo all’espressione italiana pomo d’Adamo ma anche a quelle dialettali che usano il termine mela, il quale quindi (ormai dovrebbero saperlo anche gli analfabeti) non è stato usato metaforicamente in riferimento all’aneddoto biblico, ma è solo il risultato automatico dell’incrocio con un’antichissima radice prelatina *mel(l)o ‘colle’ che mi pare ricorrere anche nella Bibbia. Fantastico il nome del paese di Corcu-mello, posto su una piccola altura, frazione di Capistrello-Aq, che sembra quasi la traduzione toponomastica del significato di ‘protuberanza’ insito nella voce corze-méglio ‘gozzo’ del non lontano paese di Castellafiume-Aq. In dialetto Corcu-mello suonerà proprio Corcu-méglio (benchè io non ne abbia esperienza diretta) e non Curche-méjjë, data l’appartenenza di questo paese all’area della Marsica occidentale comprendente Capistrello, Castellafiume, Tagliacozzo, Magliano dei Marsi, ecc. di influenza linguistica sabina, diversa, per alcuni fenomeni abbastanza notevoli riguardanti le vocali atone e finali qui conservate (-u- ed –o- latine si fondono nell’esito –o-), dall’area marsa vera e propria, stretta intorno all’alveo del Fucino, di influenza linguistica sannitica dove le vocali non accentate tendono a chiudersi nella vocale indistinta –ë-, tranne in genere la –a-.

La mia soluzione del problema (che considero immodestamente quella vera) dell’origine di sardo thalau ‘crusca’, raggiunta in un modo abbastanza semplice, in fondo, mentre essa costituisce – a detta di Areddu che avanza un’ipotesi che a me sembra piuttosto lambiccata- un vero rompicapo per i linguisti, compresi il grande Max Leopold Wagner e Massimo Pittau i quali finiscono col rifugiarsi però nel sostrato, dimostra che il mio metodo di approccio a questi problemi, derivante dalla mia concezione della Lingua, deve essere quello giusto. In questo caso, infatti, è stato il principio della ripetizione tautologica che mi ha aperto la porta della soluzione: essi, in effetti, non si sono nemmeno sognati di considerare la componente –au di thal-au come il residuo di una voce autonoma rispetto a thal- sebbene con lo stesso significato, e pertanto non si sono preoccupati di andarla a cercare, eppure era lì a portata di mano nel dialetto stesso del Logudoro, o probabilmente la conoscevano già, ma non sapevano che farsene. Deve aver giocato contro di loro anche il presupposto che la parola dovesse essere strettamente legata al grano e alla sua lavorazione, quando invece il significato di ogni termine travalica abbondantemente qualsiasi ambito perché nato col marchio della genericità. L’abito mentale del linguista tradizionale risulta sempre troppo stretto nei confronti della Lingua che preferì allargare i confini dello spirito piuttosto che restringerli, nella sua opera di creazione dei vari strumenti di descrizione del reale e di comunicazione. L’ Areddu collega la sua proposta alla parola spagnola salv-ado ‘crusca’ il cui primo elemento avevo per caso già analizzato come portatore di un concetto di ‘avvolgimento, copertura’, molto adatto per il concetto di ‘crusca’, nel post del giugno scorso intitolato Salvadanaio delle parole. Ormai, ça va sans dire, siamo ben sicuri che l’elemento –ado, lungi dall’essere considerato spia di un part. pass. o di un altro non meglio identificato suffisso (il caso di thalau insegna), va rintracciato nei lessici di lingue vicine o lontane, come termine di tutto rispetto con un significato adeguato al nostro caso. Io indicherei già il gr. ath-ér ‘punta della spiga’ ma anche ‘pula, paglia’ (e già! perché i due concetti –protuberanza e cavità- sono speculari, l’uno tira l’altro! Due semirette aventi la stessa origine generano in un piano contemporaneamente un angolo concavo e convesso). Ai savants più dotti di me il compito di trovarne qualche altro, ma anche il ted. Ad-er ‘vena’, in quanto ‘cavità’, può intanto accontentarci.

Tuttavia non si può passare sotto silenzio il log. salvadella ‘vena del dito mignolo della mano’ (ma la parola aveva in passato una circolazione molto più ampia se si trova registrata nel Webster’s Dictionary s.v. salvatella), dalla quale si estraeva sangue nei salassi a causa della credenza popolare secondo cui, cavando sangue da essa, il malato si salvava. Siamo alle solite! La credenza non genera il nome ma ne è semmai alimentata. Lo abbiamo chiamato il principio della nominazione diretta. Questa volta è stato il citato Glossarium mediae et infimae latinitatis del Du Cange a tagliare la testa al toro mediante la voce salv-at-ella definita come pellicula involvens cerebrum ‘pellicola che avvolge il cervello’ e sfuggita evidentemente ad Areddu e agli altri: anche questo non è senza motivo, ma ridimostra bellamente, a mio vedere, che mentre la mia ricerca prosegue felicemente secondo i ritmi ampli e naturali della Lingua che opera attraverso idee generiche (come sostenevo più sopra) le quali possono coinvolgere i campi più disparati, la loro, invece, si appunta testardamente su significati particolari stretti intorno a quello di cui si cerca l’etimo. Anche in questo caso ritorna, dunque, quell’idea generica di ‘avvolgimento, involucro, copertura, pelle’ di cui abbiamo parlato nel post Salvadanaio delle parole a proposito di questa radice salva-, la quale è più viva che mai nello sp. salv-ado ‘crusca’ e anche in salv-at-ella ‘vena’, concetto esplicitabile in quello di ‘cavità, canna, tubo, avvolgimento, rivestimento, ecc.’. Dati questi numerosi esempi e corrispondenze a me pare che il lat. salvu(m) ‘sano, intatto, salvo’ non possa essere derivato da un’idea originaria di ‘interezza’ come solitamente si pensa, ma da quella di ‘protezione, sicurezza’, generata da qualcosa che avvolge e mette al riparo dai pericoli. Lo sp. salv-ado, con la sua presunta desinenza participiale, inganna purtroppo gli studiosi succubi dell’influenza delle forme latine, ma le parole —ormai ben dovremmo saperlo— affondano le lunghissime radici in strati linguistici talmente lontani che recalcitrano spesso a confrontarsi con le norme superficiali di sistemi linguistici che potremmo definire di oggi, latino compreso. Sicchè, se dipendesse da me, non potrei esimermi purtroppo dal considerare quasi come rei di crimini contro l’umanità (per le conseguenze nefaste nella linguistica generale e nell’antropologia) coloro i quali, dinanzi, ad es., al toponimo abbastanza diffuso di Valle (Fosso) Tagli-ata, tirano via con leggerezza, forti della loro autorità e del loro potere, ritenendolo self-evident o, peggio, si ostinano a ritenerlo tale se invitati a pensarci su, quando invece è evidente che esso è formato da due membri tautologici, il primo della famiglia di ted. Tal ‘valle’ e il secondo apparentato col secondo di sp. salv-ado ‘crusca’, e sicuramente con altre parole. Secondo membro che si ritrova, ad es., nell’ it. vall-ata dal significato più o meno uguale a quello di valle (15). Che magnifico gioco ad incastro! Notate, infatti, che anche il tal- di sardo tal-au ‘crusca’ reclama l’appartenenza a questa vasta famiglia. L’ Areddu, e prima di lui J. Corominas, che hanno tratto in ballo questo spagnolo salvado ‘crusca’ per spiegare il sardo thal-au ‘crusca’, si sbagliano in quanto quest’ultimo termine ha una vita indipendente rispetto all’altro. Del resto il motivo per cui salvado significa ‘crusca’, da noi individuato nel significato di ‘avvolgimento, involucro, copertura’, non corrisponde a quello da loro sostenuto e individuato probabilmente nel concetto di ‘salvare’ da parte del Corominas, in quanto la crusca sarebbe qualcosa che si salva o si scevera per mezzo del vaglio (il ragionamento sa di artificio!), e in quello di ‘integro’ attraverso l’osco salaus, lat. salvu(m) ‘salvo, intero’ da parte dell’Areddu, in quanto ancora oggi ricorrono espressioni come pane integrale che, a mio avviso, sono però qui artatamente introdotte. Tutta la faccenda dimostra: 1) I linguisti navigano spesso a vista nella ricerca degli etimi e si attaccano a qualsiasi parola che possa in qualche modo, il più delle volte artificiosamente, risolvere il problema, senza la guida di alcun punto fisso di riferimento all’orizzonte, come invece avviene in questo caso ricorrendo al concetto di ‘avvolgimento, rivestimento’, nel cui ambito va cercata la soluzione; 2) Essi ignorano quasi del tutto il fatto importantissimo costituito dalla estrema genericità dei significati delle radici i quali, improvvisamente, possono trascolorare e ruotare di 360°.

Sia il Corominas sia l’Areddu si trovano nella strana situazione di chi ha la soluzione a portata di mano ma, per mancanza di quelle conoscenze di cui parlavo intorno alla natura squisitamente polisemantica, mercuriale e volatile del significato, arrancano nel trovarla e non scoprono il legame diretto, tra il significante salv- e il significato ‘crusca’, all’origine stessa della radice, per il loro essere scleroticamente legati, mani e piedi, ai valori saputi che essa ha successivamente assunto (‘salvo, intero’) i quali, fatalmente, offuscano la loro lucidità indagatrice costretta nello spazio limitato concesso dalla esiguità asfissiante del presunto significato di fondo.

Ci si metta il cuore in pace! In un certo senso il difficilissimo, funambolico e, per molti versi, aleatorio lavoro degli etimologi può considerarsi arrivato al capolinea. C’è una parola (ad es. sp. salvado) che significa ‘crusca’ e la radice oggi significa tutt’altro (‘salvo, intero’)? Ebbene, linguisti, non lasciatevi prendere da senso di disorientamento, non iniziate scalate o avventure fuorvianti gli uni contro gli altri armati, non spiccate salti enormi, pericolosi o vertiginosi, perché molto tempo fa, la distanza fra i due poli semantici era sicuramente azzerata o, nell’altra eventualità in cui il significato attuale di una radice non si sia allontanato da quello originario della parola , la stretta, esclusiva, ancora non turbata armonia tra significante e significato è già garanzia naturale, incontrovertibile della legittima perfetta biunivoca sintesi tra i due, in seno alla quale l’uno vive in funzione dell’altro e quel particolare significante si sostanzia di quel particolare significato, una volta chiusosi alle spalle il ventaglio delle altre sue svariatissime possibilità semantiche originarie ed eliminata così di fatto, in qualche modo, la dicotomia costituita dalla cosiddetta arbitrarietà del segno linguistico, la quale sussisteva ancora un istante prima del felice connubio; segno linguistico concretizzatosi, aristotelicamente, in un sinolo di materia (significante) e forma (significato) non più separabile, pena la scomparsa della sua individualità, che trova in sé stesso, e non altrove, la sua piena giustificazione e spiegazione, se non fosse per il fatto che noi, essendo un po’ lenti di comprendonio, abbiamo bisogno del conforto di esempi e di paragoni che ci chiariscano gli eventuali altri percorsi effettuati dalla radice con la produzione di altre incarnazioni lessicali. Se poi si sono verificati uno o più incroci con altre radici, nella sostanza le cose non cambiano: bisogna scavare, scavare, scavare sradicando tutte le superfetazioni ingombranti per toccare alfine lo strato genuino originario dove trovare la vena sorgiva la quale soddisferà ogni nostra esigenza.



Salve, diva almaque Salus, rerum magna parens bonarum singulis hominibus civitatibusque! Nullus mortalis, sine ope tua, felix unquam dici potest, sed, fortibus involvens brachiis, serva atque protege benigna et omnium linguarum innumerabilia verba veluti folia obscurorum nemorum orbis terrarum arcanorumque, ab unguibus atque manibus grammaticorum male sanorum.

(Salve, divina alma Salute, larga dispensatrice di beni ai singoli uomini e alle loro città! Nessun mortale può dirsi felice senza il tuo soccorso, ma, avvolgendole con le tue forti braccia, salva e proteggi benevola anche di tutte le lingue le parole, innumerevoli come le foglie dei boschi oscuri e misteriosi della Terra, dalle mani e dalle unghie degli studiosi irragionevoli)


A Iullo Antonio

Pindarum quisquis studet aemulari,
Iulle, ceratis ope Daedalea
nititur pennis, vitreo daturus
nomina ponto.
[…]


Multa Dircaeum levat aura cycnum,
tendit, Antoni, quotiens in altos
nubium tractus: ego apis Matinae
more modoque,

grata carpentis thyma per laborem
plurimum, circa nemus uvidique
Tiburis ripas operosa parvos
carmina fingo.
[…]
(Hor. Carmina, IV,2)

(Chiunque s’attenta d’imitare Pindaro,
o Iullo, vola con ali di cera,
come Icaro, a lasciare il nome a un mare
di vitrea onda. […]



Molt’aria sorregge il cigno dircèo,
o Antonio, ogni volta che si slancia
sicuro verso il cielo più alto: io piccola
ape matina


abituata a suggere il dolce timo
faticando, intorno alle rive e i boschi
di Tivoli irrigua, distillo alfine
gocce poetiche) […]



Posteritate fretus iudicium, sicut meus est mos, patienter atque aequo animo iam umbra exspectabo, propterea quod hoc unum compertum habeo, nullum grammaticum, multis de causis, mirabilia omnium gentium sermonum quae inveni, quamvis aperte abundeque probata, umquam vivum esse passurum. Praeterea omnia opportuna iis, minimeque mihi, qui sola verborum exempla afferre possum —quae facile negantur, quamvis captiosis argumentis, ab iis qui nempe verbis excellunt—, non instrumentum aut factum quoddam, manifestum, solidum quod ad invidiam malevolorum compescendam ceteris ostendam. Beati physici, medici qui rebus non verbis inventa sua probant!
Dico, sine fuco et fallaciis, quod sentio: immodestus falsusve numquam —propemodum!— fui.
Munus meum, a me viginti fere annis ante initum, consummatum est: hic possum consistere optime, ratione vera de linguarum rebus indagandis inventa et via. Sed multo studio atque amore provectus mea scripta, etymologica praesertim, non intermissurum iri sentio.

(Fiducioso nei posteri, ne attenderò il giudizio quando sarò ombra, con calma e pazienza, come è mia abitudine. Poiché questa è l’unica certezza che ho: nessuno studioso da vivo, per molti motivi, riconoscerà mai le meraviglie della Lingua da me scoperte, benchè apertamente e abbondantemente provate. Inoltre tutto gioca a loro favore non certo di me, che posso addurre solo esempi fatti di parole —facilmente negati, anche se capziosamente, da chi in esse eccelle di certo—, non uno strumento o un fatto tangibile, solido da mostrare a tutti gli altri per tacitare l’avversione dei malevoli. Beati i fisici, i medici che possono provare coi fatti e non a parole le loro scoperte!
Dico, senza infingimenti, ciò che penso: immodesto o falso non sono stato mai —quasi!
Il mio compito, iniziato una ventina di anni fa, è stato portato a termine: qui potrei fermarmi ottimamente, scoperto il metodo obbiettivo da seguire nell’analisi linguistica. Ma sento che i miei articoli continuerò a comporli, soprattutto quelli etimologici, mosso da profondo amore e passione per la linguistica)




Note:
(1) Cfr. O. Nioi, Microtoponimi di Nurri, sito internet: http://www.sardegnadigitallibrary.it/mmt/fullsize/2010011412222000009.pdf
(2) Cfr. A.Rubattu, DULS, sito internet: http://www.toninorubattu.it/ita/DULS-SARDO-ITALIANO.htm
(3) Cfr. D. Bielli, Vocabolario Abruzzese, Adelmo Polla Editore, Cerchio-Aq 2004.
(4)Cfr. Du Cange, Glossarium mediae et infimae latinitatis, sito internet: http://ducange.enc.sorbonne.fr/SALVATELLA
(5) Cfr. M. Marzolini, “Me ‘nténni?”, Arti Grafiche Tofani, Alatri-Fr 1995.
(6) Cfr. G. Proia, La parlata di Luco dei Marsi, Grafiche Cellini, Avezzano-Aq 2006.
(7) Cfr. D. Bielli, cit.
(8) Cfr. D. Bielli, cit.
(9) Cfr. F. Amiconi, Tradizioni popolari marsicane: il dialetto cerchiese, Museo civico di Cerchio-Aq, anno VII 2004, quaderno 57.
(10) Cfr. sito internet: http://www.spinazzolaonline.it/public/editorfiles/Dizionario+cover%20PDF(1).pdf
(11) Cfr. D. Bielli, cit.
(12) Cfr. Q. Lucarelli, Biabbà Q-Z, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq 2003.
(13) Cfr. D. Di Nicola, Storia di Castellafiume, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq 2007.
(14) Cfr. G. Proia, cit.
(15) In effetti, a mente sana, io non saprei immaginare da che cosa una “valle” potrebbe essere tagliata. Da una strada? Da un’altra valle che confluisce in essa? Ma sono motivazioni accettabili per il toponimo? A meno che la valle non sia stata tagliata nella viva roccia o nel terreno dalle mani dell’uomo, caso piuttosto raro che perciò non spiega tutti gli altri. Io penso che il problema sarebbe molto più semplice se si riuscisse a chiarire che le radici di ted. Tal ‘valle’ e di it. tagli-are possono nel fondo combaciare. Perché l’etimo solitamente dato per it. tagli-are non mi convince molto. Esso partirebbe da tardo lat. tali-are (ma nel medioevo -cfr. Du Cange- anche tall-are, per cui si può anche supporre che la forma tali-are si sia prodotta dall’altra in conseguenza della pronuncia palatale, molto antica, della –l- doppia o scempia) , denominativo da lat. talia(m), talea(m) ‘pollone’, col significato iniziale, non attestato (credo), di ‘tagliare un pollone, un ramo’. Io penso invece che la radice col significato di ‘tagliare’ si sia solamente incrociata con quella di lat. talea(m) producendo un significato formato da due concetti i quali, come ho sostenuto in un articolo precedente, vanno spiegati separatamente. E per liberarsi definitivamente dell’ombra che il lat. talea(m) continuerà a proiettare sul verbo tali-are ‘tagliare’ bisogna spingersi realisticamente fino all’accadico tallu ‘linea di divisione’(III millennio a.C.). In verità il concetto di ‘valle’, sebbene possa essere considerato variante dell’idea di ‘avvolgimento, cavità’, deve avere le radici immerse in quello più originario di ‘movimento, depressione, rientranza’ (come ben sottolineo nel post Col tempo e con la paglia […] del luglio scorso a proposito dell’idee interconnesse di ‘piano’, ‘valle’, ‘monte’), da cui è derivata anche l’idea di ‘valle’ con le sue forme più o meno graziosamente tondeggianti e quella di ‘ammaccatura’ insita nel fr. tal-er ‘ammaccare (detto della frutta)’. Ma quella stessa idea di ‘movimento (e di ‘forza’) poteva dar vita ad un concetto simile di ‘fosso, buco, fenditura, ferita, taglio’ proprio del verbo tali-are, il quale si incontrò per caso con lat. talia(m) e ne assunse comodamente le sembianze, visto che spesso (ma non necessariamente) i polloni vengono tagliati dai contadini. Ma anche le voci spagnole taj-o ‘taglio, scarpata, burrone’, tal-ud ‘scarpata’, tal-adro ‘trapano, buco’, tal-ego ’sacco’, tal-ega ’sacca’ (queste ultime due già citate) confermano l’assunto. Il 2° elemento –adro mi pare molto vicino al citato ted. Ad-er ‘vena’. Le forme spagnole taj-o ‘taglio, burrone’, tal-a ‘disboscamento’, tall-a ‘intaglio, scultura’ dimostrano come la Lingua tenda ad approfittare di sia pur leggere differenze fonetiche di varianti della radice per specializzarne il significato. Che la radice tal- ‘tagliare’ avesse avuto una vita autonoma rispetto a talea(m) ‘pollone’, lo dimostra l’esistenza della variante dell’a. ingl. dal ’porzione, divisione’, got. dails ’parte’, ted. Teil ‘parte, sezione, fetta’, ingl. deal ‘quantità, mucchio’. L’ingl. dell ‘valletta’ e ingl. dale ‘valle, valletta’ condividono la radice con ingl. dale ‘tubo, condotto’ per lo stesso motivo per cui una “vena” e una “valle”, come abbiamo visto sopra, si incontrano nel significato di ‘cavità, buco’. Una variante della radice si ritrova, a mio avviso, anche nel trasaccano tijjë ‘ascella’, da *tillë (Cfr. Q.Lucarelli, Biabbà Q-Z, cit.) da confrontare con ingl. till ‘cassetto (del denaro), cassa, forziere’, gr. túll-os ‘cassetta, cesta’, gr. túl-os ‘nodo, chiodo, borchia’, gr. túl-isso ‘avvolgo’. Nell’ingl. till-er ‘pollone, timone, barra’ si ripete lo stesso gioco che ha permesso la confusione tra tardo lat. tali-are e lat. tale-a(m) ‘pollone’: il motivo non deve essere casuale perché il “pollone”, come suggerisce l’etimo stesso, è espressione di una forza che preme ed erompe, mentre tali-are è espressione di una forza che taglia e rompe. Non dimentichiamo che till in inglese, oltre che un generico ‘coltivare’, significa anche ‘arare’, che è un ‘rompere, tagliare’.










lunedì 1 agosto 2011

Etimo di sardo "astrau"=ghiaccio -più semplice del previsto- e gradita conferma di un mio post dell'ottobre 2010



Le forme sarde astràu, àstrau ‘ghiaccio’, insieme a diverse altre simili come log. astra ‘ghiaccio’, log. astra-ada ‘gelata’, log. astr-ag-are ‘gelare’ hanno attratto la mia attenzione anche per i motivi che dirò più sotto. Esse vanno messe senz’altro in rapporto con le varianti log. astri-are ‘rabbrividire, accapponarsi, aggricciarsi, gelare’ e log. istri-are ‘rabbrividire, raccapricciare, ecc.’, ma quest’ultimo presenta vocale prostetica i- , come quasi tutte le parole logudoresi inizianti per s- impura e in specie col nesso str-, e ciò viene bellamente dimostrato dalle forme campidanesi stri-ori ‘rabbrividimento, fremito, accapponamento’ e stri-ori de frius ‘intirizzimento’ le quali, invece, mancano di prostesi. Anche le forme nuor. is-astrag-are ‘disgelare’ e i-strag-are ‘disgelare’ ( rispettivamente da *ex-astrag-are, *ex-strag-are, quest'ultimo senza prefisso a-) confermano l’assunto.

A questo punto mi sono legittimamente chiesto se anche la a- iniziale di astrau ’ghiaccio’ non fosse per caso il resto della preposizione ad- premessa, come in tanti altri casi, alla radice stra- . Nella sezione italiano-sardo del DULS (1) il Rubattu propone per la parola, come etimo non meglio identificato, un lat. astratum, forse una sorta di p. pass. di un verbo *astrare, nonostante la presenza di forme come nuor. àstr-agu ‘ghiaccio’, log. astr-ag-are 'gelare' che fanno propendere invero per una lenizione totale della –g- che ha causato astrau. D’altronde è risaputo che in logudorese il p. passato latino in –atum non diventa quasi mai –au come nel nuorese e campidanese. Forse i linguisti considerano erroneamente il nuor. àstr-agu retroformazione da astrau o forse si lasciano, anche inconsapevolmente, trascinare dalla credenza molto diffusa in antico e, per certi versi ancora viva, che l’assideramento (e magari anche il ghiaccio e il freddo) fosse dovuto al malefico influsso delle stelle, influsso che ha determinato del resto anche le etimologie più diffuse, e a mio avviso errate, di it. considerare, desiderare, assiderare, verbi di cui ho parlato nel post dell’ottobre 2010, che invito a rileggere.

Alla luce di quanto sopra a me pare evidente che la radice -str-ag- di cui è questione sia in stretto rapporto con ted. stark ‘forte, intenso, saldo’, ingl. stark, che significa tra l’altro ‘rigido, stecchito’, ingl. starch ‘amido’, a.a.ted. gi-storchan-en ‘coagulare’, got. ga-staurkn-an ‘divenire rigido’, greco stere-ós ‘rigido, duro, sterile’, ingl. stare ‘guardare fisso’ e molte altre parole germaniche che cito nel post dell’ottobre 2010.  Chi va alla ricerca dell'etimo per il noto formaggio lombardo, piemontese, veneto, toscano chiamato stracch-ino farebbe molto bene a puntare lo sguardo a questo semplice significato originario di 'coagulo' e quindi 'formaggio', senza lasciarsi prendere per il naso dal significato superficiale e fasullo della radice (stracco) che alimenta solo ingenue favole circa l'origine del nome.  Il fatto che il nome indica anche altri tipi di formaggio, come il gorgonzola, conferma a mio avviso  l'iniziale valore generico di 'formaggio' del termine stracchino.  Il quale è noto anche con quello di crescenza, un altro aspetto, a mio avviso, del significato di 'coagulo'. Una cosa che coagula acquista corpo, forma, consistenza e sembra perciò crescere e svilupparsi.  Cfr. verbo gr. tréph-ein 'condensare, coagulare, crescere'.

La radice stri- di campidanese stri-ori ‘rabbrividimento’, variante di str-(ag), rispunta inaspettatamente nel lat. a-string-ere (da lat. ad-string-ere ‘stringere, serrare, irrigidire, gelare’ —che spiega anche l'origine del prefisso a- di a-strau—), verbo con radice stri-g, sicchè si può presumere che sardo log. i-stri-are ‘rabbrividire’, camp. stri-ori vengano da precedenti *i-strig-are, *strig-ori (cfr. lat. stringor-em ‘aggricciamento dei denti per effetto dell’acqua fredda’, Lucr.). La radice base -str-, -stra-, è riconfermata dalle forme nuoresi is-astrag-are ‘disgelare’ e i-strag-are ‘disgelare’(l’una col prefisso a- e l’altra senza) rispettivamente da *ex-astrag-are e da *ex-strag-are. Ma la cosa che a me interessa particolarmente è che questa radice possiede la stessa struttura consonantica STR- presente, sia pure influenzata da lat. sidus, eris ‘stella’, nei verbi it. con-sider-are, de-sider-are, as-sider-are sopra ricordati. Pertanto quanto sostenevo in quell’articolo si invera magnificamente. E forse non mi sbaglio se suppongo che, ad esempio, l’it. assider-are, proveniente da tempi lontani anche se non attestato in latino, sia una variante o reinterpretazione, con inserimento di vocali nella struttura consonantica della radice, di una forma di partenza *astr-are, accostata indebitamente a lat. astru(m) ‘astro, stella’, e combaciante con le forme sarde per 'gelare'. In quell’articolo notavo anche un movimento inverso, dal latino all’italiano, allorchè sostenevo che l’it. strazio mi sembrava una diretta derivazione, con perdita degli elementi vocalici, dal lat. s(i)d(e)ratio ‘appassimento della pianta per eccesso di calore o freddo, colpo di sole, colpo apoplettico, disgrazia, rovina’. Il fatto incontrovertibile è che la radice str-, stri- e varianti (cfr. sscr. stri- ‘sparpagliare, espandere, diffondere —luce—’, ingl. strew 'sparpagliare', ted. Stern ‘stella’, ingl. star ‘stella’) era viva e vegeta accanto a quella simile di sidus, eris ‘stella’ e, come abbiamo visto, ambedue potevano provocare dis-astri ai poveri mortali, parola a mio parere da accostare a lat. a-stern-ere ‘stendere presso’ o a lat. strage(m) ‘strage, distruzione, malattia, consunzione’ più che a lat. astru(m) ‘astro’, benchè nel fondo le radici finiscano poi col coincidere nell’idea di forza che distende, diffonde, preme, opprime e coagula’. Il significato di it. strazio avrà comunque attinto anche a quello di lat. distractio ‘il tirare in direzioni opposte, lacerazione, tormento’. Ancora una volta, quindi, è bene sottolineare, giacchè la cosa, a mio vedere, assume ormai valore di principio o legge, che le credenze, le favole, il mito, le storielle tramandateci dalla tradizione sono un’emanazione diretta delle radici delle parole e del loro casuale incrociarsi, nonostante quello che spesso gli studiosi, presi dal fuoco dell’ispirazione scientifica creatrice delle teorie più varie, ammanniscono alle nostre povere menti tramortite dalla valanga delle loro presunte dotte verità.

Le forme abruzzesi (in realtà centro-settentrionali) come štrina, štrinë ‘vento diaccio’, che tradizionalmente vengono collegate a lat. ustrina(m) ‘forno’ ma senza una piena adesione dei linguisti (2) possono essere, a mio avviso, senz’altro riportate a questa radice stri- con valore di ‘freddo, gelo’, e non importa se in alcune parlate la radice assume il significato di ‘rapida bruciatura’ perché questo significato si sarà sviluppato da quello di ‘seccare, irrigidire’, specie delle colture, in conseguenza dell’azione del gelo. Ma forse si coglie nel segno se anche qui, come nell’espressione omerica (Il.XXIII, 177) di cui parlo nel post citato e in cui la forza del fuoco viene chiamata ‘siderea’ cioè ‘ferrea’, individuiamo il punto di contatto tra il ‘freddo’ e il ‘caldo’ nell’energia che li provoca che fa sì che la forza del calore coincida anche con quella della durezza del ferro. Ne Il dizionario della lingua italiana di T. De Mauro sotto il lemma strinare si trova anche questa definizione: "centrosett., di caldo o freddo eccessivi, seccare, inaridire le piante". Sicchè, guardando con questi occhi nuovi la realtà, il contrasto, che in ogni modo potrebbe continuare come un fantasma a tormentare le nostre menti, tra l’idea di ‘gelo, freddo’ e quella di ‘seccore, calore’ espresse dalla stessa radice, non ha più motivo di esistere. A giochi fatti noi oggi non vediamo che i prodotti finiti del linguaggio, abituati come siamo da un numero ragguardevole di millenni a ragionare per opposti o contrari (caldo/freddo, bello/brutto, leggero/pesante, ecc.) ma i nostri più antichi antenati colsero, all’alba della civiltà, piuttosto l’ unità delle cose necessariamente via via disgregata per esigenze di comunicazione. Anche l’abruzzese strizzë (3) ‘freddo intenso, spesso accompagnato con gragnuola minuta, che fa seccare gli alberi gentili’ deve rimandare ad una forma *strictia, insieme a tosc. strizzone ‘irrigidimento improvviso della temperatura’. La strizza, nel senso familiare di ‘fifa, paura’, deve avere a che fare con la reazione istintiva, nell’animale spaventato, che provoca l’ irrigidimento dei peli, allo stesso modo che nel lat. horrore(m) ‘irrigidimento dei peli, spavento, orrore’. La voce strina potrebbe derivare da un iniziale *stri(g)-ina se teniamo presente l’it. arcaico striggine ‘tempo freddo e uggioso’. Qualche volta, anch’io tendo ad approfittare delle risorse metaforiche e di altro tipo, e così dinanzi all’abruzzese strina ‘vento diaccio’ sopra citato ho sorvolato sul concetto di ‘vento’ che in qualche modo si intrufola ad accompagnare quello di ‘diaccio’ proprio della radice, ma la Lingua spesso e volentieri mi redarguisce come in questo caso, in cui mi addita il ted. streich-en (da *strik-) che significa anche ‘soffiare’.

Il ted. Stern 'stella' ritrova la sua radice quasi intatta nella voce dialettale abruzzese (a Cappadocia-Aq) starn-uzzi 'scintille, faville del fuoco', la quale condivide l'etimo profondo con lat. strenuu(m) 'forte, valoroso' e con lat. sternu-ere 'starnutire', allo stesso modo in cui l'ingl. spark 'scintilla' è strettamente legato al lat. sparg-ere, gr. sparga-o 'sono turgido', gr. spharage-omai 'sono turgido, scoppio, crepito', sscr. sphurja-ti 'prorompere', ital. sborr-are 'eiaculare'. L'idea primigenia di forza opera alla base di queste radici come ci conferma, per la radice stern-, stren-, il nome della divinità sabina Strenia corrispondente alla romana Salus 'Salute'. E' chiaro allora il motivo per cui ancora oggi si è soliti, soprattutto tra gli anziani, esclamare: salute! quando uno stern-utisce. Nel Vocabolario Abruzzese di D. Bielli si riporta anche l'altra espressione crisce sante! 'cresci santo!' usata nella stessa occasione: secondo me il sante qui non è il lat. sanctu(m) 'santo' ma variante di ingl. sound 'sano, in buona salute', di ted. ge-sund 'sano', ted. Ge-sund-heit 'salute': e Gesundheit! si augura anche in Germania a chi starnutisce. Ma forse qui è stata l'idea di 'suono' (cfr. ingl. sound 'suono') probabilmente usata in qualche parlata anche per lo 'starnuto' ad aver innescato il gioco dell'incrocio con ted. ge-sund 'sano'. Anche i latini dicevano sternuere approbationem, sternuere omen (rispett. 'dare il consenso starnutendo, dare un buon augurio starnutendo'. Ma, all'origine, molto verosimilmente sternuere qui significava solo 'es-prim-ere'. Anche il gr. ton-os tra i suoi vari significati di 'tendine, corda, tensione, tono, accento' annovera quello di 'forza, vigore'. Nello stesso italiano il termine tono significa anche 'tono muscolare, vigoria psicofisica, forma'. Mi pare molto probabile, quindi, che il dialettale sante, nell'espressione crisce sante!, debba essere considerato ampliamento di lat. sanu(m) 'sano'. Ma non è tutto: anche il crisce è stato suggerito dalla radice stern- contenente il significato di 'stendere, allungare' affine a quello di 'crescere' allo stesso modo in cui lo sp. estirar 'stirare, tendere' significa anche 'crescere'. Il significato di 'fuoco, caldo, luce' della radice stern- mi pare che operi nel fondo della variante sarda logudorese i-sturr-utz-are 'spargere o togliere la brace dal forno'. La componente sturr- viene da un precedente *sturn- come dimostrano altre parole tra le quali il log. i-sturr-ud-are 'starnutire'. Ora, è ricorrente, direi anzi costante, in linguistica, che quando una parola mostra un significato composto da due concetti, come in questo caso lo 'spargere' e la 'brace', e il suo significante è legato attualmente ad uno solo dei due, è sicuro che in essa si è consumato in passato l'incrocio con altra parola con l'altro significato. Lo spagnolo estrella non è, a mio vedere, il lat. stella(m) con prostesi di e- ed epentesi di -r-. Esso deve essere il risultato di una forma *ster-ula o simile, come lat. puella(m) 'fanciulla' da *puer-ula(m) diminut. femminile di lat. puer, eri 'fanciullo'. In area indoeuropea si registra un'alternanza di forme con la -l- e con la -r-, sicchè è difficile tracciare una linea univoca. Ma nello spagnolo e-strell-ar significa anche 'scagliare, lanciare' facendo intuire un normale sviluppo del significato della radice ster-, stri-, stern- 'stendere, diffondere, sparpagliare'. E, dulcis in fundo, esso mostra un altro significato, quello di 'friggere (uova)' che ci riavvicina prepotentemente al valore di 'calore, fuoco, luce' che abbiamo visto spuntare qua e là dalla radice. Una conferma inequivocabile del significato di 'luce' della radice mi viene indirettamente dal termine composto ted. Streu-gold 'polvere d'oro' letter. 'oro (-gold) sparso? (Streu-)'. L'elemento Streu-, radice del verbo streu-en 'spargere' equivalente al citato ingl. strew 'spargere', da solo significa 'strame, lettiera' e mostra in effetti almeno un'ombra di artificiosità nell'ambito del composto. Ma tutto si acclara se si tiene presente il principio della ripetizione tautologica, di cui parlo costantemente: la radice di gold 'oro' è sicuramente quella di ted. gelb 'giallo', ingl. yellow 'giallo', ingl. glow 'essere incandescente, vivido, ardere'. L'altro elemento Streu- non può che ripetere lo stesso concetto, che esso indicava in una fase anteriore del linguaggio, quando tutto il composto valeva 'luce viva, incandescenza' e simili. A buona conferma di quanto sostenevo poco sopra sulla radice di log. i-sturr-utz-are 'spargere la brace' ho notato poco fa sul DULS il campid. sturn-ig-ai 'abbacinare, stordire', azione propria di una luce abbagliante che in questo caso deve avere come etimo proprio il concetto di 'luce accecante, bagliore'. Il nome della malattia dei bovini, equini e cani detta capo-storno, altrimenti e significativamente nota come balordone, credo possa trovare la sua ragione etimologica in un'azione simile di eccitazione, agitazione, vertigine e conseguente perdita di coscienza (intontimento) espressa dalla radice come avviene nell'abr. storne 'ubbriacatura' (4). Anche il log. i-stur-ulinu 'falbo' si muove nella direzione della 'luminosità'. Il cavallo storno, solitamente definito come 'cavallo dal mantello grigio-scuro disseminato di piccole macchie bianche', mi suscita quindi l'idea di una superficie stellata come quella di un cielo stellato. Si noti come la mia concezione della lingua permetta di collegare le cose e i nomi più vari, segno di una buona teoria come voleva il più volte ricordato A. Einstein. A conferma di tutto ciò, oggi 6 agosto 2011, leggo in una lista di voci del dialetto di San Benedetto dei Marsi-Aq, il verbo sturnì (5) 'incanutire', cioè il diventare 'bianchi' dei capelli, dal lat. canu(m) 'bianco, biondeggiante''. In questo quadro di riferimento la radice latina sider- 'stella' si configura necessariamente come una normale variante della radice di ted. Stern 'stella', del precedente sturn-ì 'incanutire', di starn-uzzi 'scintille del fuoco' sopra citato, proveniente dal dialetto di Cappadocia-Aq, nonchè di scozzese starn 'stella' . Nello stesso dialetto di San Benedetto dei Marsi-Aq la voce storne significa 'colore grigio e bianco, cavallo maschio'. Nel vicino paese di Trasacco-Aq sturne (6) significa 'grigio, storno, vivace' ma anche 'giovane spensierato, cavallino abbastanza brioso, bizzarro': evidentemente la parola è stata il luogo d'incontro di alcuni termini interconnessi per il significato, o di un solo termine, se vogliamo, con valori un po' diversi come bianco, grigio, vivace, espressione, quest'ultimo, della stessa 'eccitazione' che dà vita, a mio parere, al concetto di 'biancore, luminosità'. Eccitazione che dà ancora luogo alla 'vivacità' o 'allegria' del giovane spensierato nonchè al 'brio' del cavallino. Ma nello sfondo doveva operare anche un'idea di 'animale' (cfr. i vari uccelli storno, starna, sterna), in questo caso del 'cavallo', e non per nulla 'maschio', cioè piuttosto 'focoso' rispetto alle più placide cavalle. Cfr. anche ted. Stier 'toro', ted. Sterke 'giovenca'. A Trasacco capestùrne (7) (cfr. it. capostorno sopra nominato) vale anche 'persona estrosa, uomo spensierato, svogliato, volubile, imprevedibile' oppure 'animale da lavoro bizzoso, brioso, vivace, non rispondente ai comandi che gli dà il padrone, bizzarro'. In queste definizioni traspare tutta l' eccitazione di cui parlavo prima la quale richiama anche l' 'ebbrezza' di abr. storne sopra citato. Non per nulla a Tirano-So sturn-egia vale  'ubriacatura'. Ma il bello, a mio avviso, sta nel fatto che il 1° elemento capo- doveva ripetere all'origine il valore di 'eccitazione' e simile del 2°, se in ingl. heave (da precedente *cav-, *cab-) significa 'sollevare, issare' e, arcaicamente, 'sollevare lo stato d'animo'. Incredibile ma vero! Ho incontrato il tedesco familiare stern-hagel-voll 'ubbriaco fradicio' che letteralmente vale 'pieno (-voll) di grandine (-hagel-) di stelle (stern-)': in realtà, come ormai ben sappiamo, i tre componenti dovevano in questo caso attingere alla nozione di 'eccitazione, forza' e simili; ora, stern- è la fotocopia o quasi dell'abruzzese storne 'ubbriachezza', -voll rimanda al gr. polus 'molto, grande, alto, forte, violento'. Dato che ted. Hagel 'grandine' corrisponde ad ingl. hail 'grandine' anche gli ingl. heal 'guarire' e health 'salute', ted. heil 'sano' potrebbero derivare da precedenti forme *hagil, *higil, ecc. benchè non attestate. Anche l'inglese high 'alto' ha una tale varietà di accezioni, d'altronde, da includere il valore di 'vivo' (a high heat 'un fuoco vivo'), 'su di giri (allegro, eccitato, sovreccitato)'. Ad ogni modo, la radice di hag-el, nel senso di 'ubbriacatura', si ritrova a mio parere anche nel logudorese cag-ogna 'sbronza, ubbriacatura', logud. cog-ogna, cug-ogna 'sbronza' le quali non sono altro che varianti del logud. cògh-ersi 'cuocersi, invaghirsi, sborniarsi', verbo in cui opera una radice polifunzionale (come tutte del resto) che racchiude il 'calore' del fuoco, dell'amore e del vino. Della stessa radice sono i logud. cog-on-are 'rinsecchire', cog-onu, 'rinsecchimento, risentimento, dispiacere', cogh-inu 'dispiacere', nei quali si sente in azione qualcosa che brucia, in tutti i sensi. Pertanto l'it. càcc-ola ' pezzetti, pallottoline di muco e cerume rinsecchito del naso, occhi e orecchi' non lo vedrei tanto come diretta emanazione del termine cacca ma come esatto corrispondente del sunnominato ted. Hagel 'grandine', intesi come coaguli causati dalla stessa forza che ha dato vita alle càccole, anche se con indosso il cappotto per il freddo. Lo dimostrano anche, per il principio tautologico, l'ingl. hail-stone 'chicco di grandine', ted. Hagel-korn 'chicco di grandine'.

Colgo l'occasione per parlare di una voce logudorese che sembra fatta apposta per chiarire una volta per tutte il meccanismo combinatorio nella formazione delle parole attraverso la sintesi di varie componenti che assomigliano, per il significato, a pezzi polifunzionali, buoni per ogni necessità. Il termine di cui parlo è il log. cog-òscia 'ang-oscia'. Il 1° componente cog- sembra sostituire ang- dell'ital. ang-oscia, esito popolare del lat. ang-ustia(m) continuata in italiano anche come angustia 'ristrettezza di spazio, economica; ansia, pena' . Nelle nostre parlate essa è diventata la 'ngustia, voce che riassume tutto il male di vivere di un povero cristo in pena disperata per qualche motivo o anche di un bambino che non si riesce ad appagare in nessun modo. Ora, il significato originario di log. cog-oscia poteva essere anche un po' diverso da quello attuale, influenzato senz'altro dal significato di it. angoscia, col quale ha finito per coincidere. Abbiamo visto un po' più su che la radice sarda cog- riporta al lat. coqu-ere 'cuocere' con il ventaglio delle sue possibilità espressive che comprendono anche il significato metaforico di it. bruciare 'avere una sensazione spiacevole'. Appena fatta questa riflessione mi son detto che la componente -oscia di log. cog-oscia poteva ugualmente richiamare il lat. usti-one(m) 'bruciatura, infiammazione' e in effetti, andato a controllare sul DULS, ho incontrato il log. ùsciu 'bruciacchiatura, strinatura', log. usci-are 'abbruciacchiare, abbrustolire, bruciare'. Ma la riflessione non finisce qui. Infatti se la rad. cog- nel sardo cog-oscia sostituisce il 1° componente ang- di lat. ang-ustia(m), il quale richiama lat. ang-ere 'stringere, costringere, tormentare, allora è probabile che anche la radice cog- potesse esprimere l'altro signif. di 'stringere' espresso dal lat. cog-ere 'costringere', anche se quest'ultimo risulta da un *co-ag-ere 'spingere (-ag-ere) insieme (co-)' come dimostra il perf. latino co-egi 'costrinsi'. Ma quest'ultimo poteva essere anche frutto di una reinterpretazione di una precedente base senza prefisso: perchè abbiamo visto come l'idea del bruciare, cuocere espressa dalla radice cog- può essere considerata variante di quella di 'agitare', 'spingere', 'stringere'. Ne deriva, tra l'altro, che anche la 2° componente -ustia di lat. ang-ustia(m) ha, per così dire, un valore generico polisemantico che in questo caso si specializza nel signif. di 'stringere' ma in sardo cog-oscia presumibilmente si era specializzato in quello di 'bruciatura=dispiacere', finito poi per coincidere con quello di it. angoscia anche a causa della perfetta sovrapponibilità delle loro seconde componenti. Una cosa è chiarissima: la componente, ad es., di lat. ang-ustu(m) non era all'origine un non meglio identificato suffisso, ma una componente come la prima. Solo che la Lingua ha preferito in questi casi fare, diciamo così, mente locale sulla prima componente portatrice quindi del significato della parola, dimenticando (dato che la cosa non comportava danni) che la seconda componente aveva lo stesso significato e sfruttandola così ai fini di attuare utili distinzioni morfologiche (aggettivi, sostantivi, avverbi, ecc.) tra parole con lo stesso significato di base.

Il lat. Saturnu(m) 'Saturno' doveva essere il nome di una divinità del Sole se i famosi festeggiamenti dei Saturnalia iniziavano il 17 dicembre, a ridosso del solstizio invernale. La struttura consonantica del nome è la stessa di ted. Stern 'stella' e delle altre parole di cui abbiamo parlato. E' chiaro che anche la strena(m) 'strenna', il regalo che in occasione della festa di Saturno la gente si scambiava augurandosi felicità e salute, trae il nome dalla stessa radice incrociatasi con quella di Strenia, dea della buona salute. Diversi sono gli indizi che portano all'individuazione di una radice per 'luce, sole' che si nasconde dietro il nome Saturno. Sotto il suo regno si era avuta la famosa e felice età dell' oro. In latino la sola parola Aurum 'oro' poteva significare 'età dell'oro', il che suscita qualche sospetto che Aurum fosse stato in realtà altro nome della divinità, che sottolineava la sua 'luminosità'. Saturno, arrivato nel Lazio, ottenne il regno da Giano, anch'esso antica divinità solare o della luce passata poi a divinità di ogni principio e fine, simboleggiati da passaggi coperti detti iani . Vesta, la dea del fuoco, era chiamata Saturnia virgo (vergine figlia di Saturno). Il piombo, minerale d'un colore bianco-azzurrognolo appena tagliato e che in natura si trova quasi sempre mescolato ad altri minerali 'luminosi' come l'argento o la galena, era associato dagli antichi alchimisti a Saturno. In inglese il saturnine red 'rosso saturnino' indica il minerale red lead 'piombo rosso' altrimenti noto come minio. L'usanza dello scambio dei ruoli in questa festa (gli schiavi venivano serviti dai padroni) deve essere un riflesso della natura stessa del solstizio in cui il Sole cambia corso tornando indietro capovolgendo la situazione. Per la qual cosa sarei incline a scorgere in questo fatto un lume per l'individuazione dell'etimo del verbo italiano storn-are , ben inquadrabile nei significati della radice sopra discussa, il quale ha anche il significato arcaico di 'indietreggiare, tornare indietro'. Nel sardo campid. sterrina (da *stern-ina) significa anche 'strofa'; nel nuorese i-sterria (da *i-sternia) vale 'distesa, stesura, mottetto, strofa'. L'idea di strofa (propriamente 'voltata del coro danzante e declamante' nell'antica tragedia greca) è quella di 'periodo ritmico' ripetuto più volte nel componimento poetico. Si deve quindi pensare che la radice stern- contenesse anche un significato di 'giro, voltata' in questi casi. Cfr. l'it. arcaico stornimento ' giramento di capo'. Anche il mottetto non è altro che uno storn-ello, appunto, cioè un canto popolare costituito da tre versi . I versi (cfr. lat. vertere 'girare') erano così chiamati perchè simili a solchi che l'aratro traccia sul terreno, voltando e rivoltando la direzione. E il famoso Saturnius versus, il verso in uso nella Roma primigenia prima che essa soggiacesse alla cultura e alla metrica greca, la cui natura è piuttosto incerta, doveva molto probabilmente il nome al fatto di essere appunto un verso, dalla radice *saturn, *sturn 'girare, voltare, deviare'.

L'italiano regionale stracco 'stanco' per il quale si richiama solitamente il longobardo strak 'rigido, teso, stanco' credo che debba fare i conti anche con log. i-strag-are 'molestare, corrompere, opprimere, danneggiare, rovinare, stancare', log. i-strag-adu 'corrotto, molestato, stancato', campid. strag-ai 'affaticare, stancare'. La radice mi pare quella di sardo a-str-au 'ghiaccio' il quale è un derivato dell'idea di 'comprimere' simile a quella di 'co-ag-ul-are'. Siccome questo verbo strag-ai non pare possa essere ricondotto direttamente a qualche forma longobarda, se ne deve dedurre che it. stracco non può essere considerato in rapporto esclusivo col longobardo e che quindi il suo bacino linguistico di riferimento deve essere molto più vasto, e raggiungere probabilmente la preistoria. Non mi pare che i Longobardi abbiano mai piazzato le loro tende in Sardegna.  A proposito dell'idea del "comprimere" cui ho accennato poco fa, mi pare il caso di tirare in ballo l'etimo che solitamente viene dato per l'it. lastrico, ricondotto al gr. ostrak-on 'coccio, conchiglia' con agglutinamento dell'articolo it. l(o).  Mi pare del tutto evidente, invece, la sua stretta connessione con la suddetta radice astrag- della  forma sarda astrau 'ghiaccio' che si ripresenta anche in forme dialettali sparse un po' in tutta Italia astraco, astrico (tardo lat. astracum 'pavimento') significanti appunto 'pavimento, solaio, terrazzo, terra battuta, strada': questi concetti vanno a braccetto con quello di "compressione, indurimento" che governa anche l'idea di "ghiaccio", indipendentemente da fatto che alcuni pavimenti potessero essere composti effettivamente di cocci: ma si tratterebbe sempre di specializzazione di un vocabolo dal significato più generico, come generalmente succede per quasi tutte le parole.  Semmai, è il concetto di "coccio, osso" che potrebbe pagare un tributo a questa radice astrag-: cfr. anche gr. astrag-alos 'vertebra, noce del piede, dado'.

Che bellezza di panorama, che vasti e riposanti orizzonti e che semplicità!



Exegi monumentum aere perennius

regalique situ pyramidum altius,

quod non imber edax, non Aquilo inpotens

possit diruere aut innumerabilis


annorum series et fuga temporum.

Non omnis moriar multaque pars mei

vitabit Libitinam: usque ego postera

crescam laude recens, dum Capitolium


scandet cum tacita virgine pontifex.


(Hor. carm. III, 30)



(Ho innalzato un monumento più duraturo del bronzo

e più alto della mole delle maestose piramidi,

che non la pioggia distruttrice, non l'Aquilone sfrenato

potrà mai ridurre in polvere nè la serie senza fine


degli anni o la lunga teoria dei tempi.

Non tutto morrò e gran parte di me

sfuggirà a Libitina: di anno in anno la mia lode

crescerà sempre nuova, finchè sul Campidoglio




salirà con la vergine tacita il pontefice)




Note

(1) Cfr. A. Rubattu, sito internet: http://www.toninorubattu.it/ita/DULS-ITALIANO-SARDO.htm

(2) Cfr. M. Cortelazzo/P.Zolli, Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, Zanichelli Editore, Bologna 2004, s.v. strinare.

(3) Cfr. D. Bielli, Vocabolario Abruzzese, Adelmo Polla Editore, Cerchio-Aq 2004.

(4) Cfr. D. Bielli, cit.


(6) Cfr. Q. Lucarelli, Biabbà Q-Z, Grafiche Di Censo, Avezzano 2003, s.v. sturne.

(7) Cfr. Q. Lucarelli, cit., s.v. capesturne.