martedì 30 giugno 2009

San Zopito, san Pietro, Giove ed altro

L’epiteto tany()-pteros ‘ dalle lunghe ali’ nell’inno omerico a Selene. E’ altamente improbabile che un poeta greco, sia pure dell’età arcaica, abbia potuto inventare un attributo così strano per la luna, anche se vista nelle vesti di una divinità. Si deve ragionevolmente pensare che tany()-pteros ‘ dalle lunghe ali’ sia il relitto di parola arcaica riferita alla luna, presente magari in qualche parlata locale, o piuttosto la sopravvivenza, nella tradizione poetica, di qualche raro epiteto lunare. Secondo il mio modo di vedere esso si spiega comunque benissimo se si mette in rapporto con nomi simili della tradizione mitica e del lessico greco della medesima area semantica. Fermo restando l’assunto, di cui sono certo, che questi composti nascono sotto la spinta della ripetizione tautologica dello stesso concetto nelle due componenti, mi viene naturale collegare –pteros al termine celtico patera, fornitoci da Ausonio, che significa ‘sacerdote di Apollo’; alle tre patere d’oro situate dinanzi alla statua di Giunone nel tempio di Giove sul Campidoglio; a Saint Patr-ik che, nella leggenda, accende il fuoco pasquale qualche istante prima che i druidi accendano il loro fuoco pagano sulla collina di Tara; al colle di San Pietro, con relativa chiesa di San Pietro sorta come riadattamento di un precedente tempio pagano nell’area di Alba Fucens, dedicato, secondo una tradizione giunta fino a noi, agli dèi della luce diurna o solare, Giove[1] o Apollo; al monte San Pietro nel territorio di Aielli-Aq, con la chiesa medievale di San Pietro[2] quasi sulla sommità, i cui ruderi, noti come Casarilë Santë Petrë, sfidano ancora i secoli e forse sono l’ultimo indizio del culto, in quel sito, di una originaria e antichissima divinità della luce; al concetto, in ultima analisi, di espansione, diffusione, emanazione proprio della luce, ma anche delle acque, del vento, e di ogni cosa che possa essere collegata al movimento, e ben presente nell’etimo di –pteros che è lo stesso di lat. pet-ere ‘andare, assalire, chiedere’, greco -pt-omai ’cado’, greco pot-amόs ’fiume’, greco pét-omai ’io volo’: ecco perché tany()pteros è, in poesia, un normale esornativo per gli uccelli che sono naturalmente ‘veloci, volanti’ e ‘volatili’ piuttosto che, letteralmente, ‘dalle lunghe ali’ per cui il termine poteva inizialmente indicare anche gli uccelli tout court. Una volta viene usato addirittura per la mosca “schizzante” (Simonide, fr. 6). Un termine simile è taný-dromos ‘veloce nella corsa’; anche όrnis ‘uccello’ sfrutta quasi certamente il concetto di ‘movimento’ (cfr. όrnymi ‘metto in moto, eccito, sollevo, ecc.’). Le chiese di San Pietro su menzionate ci ricollegano alla stupenda festa di San Zopίto che si svolge, in concomitanza con la Pentecoste, a Loreto Aprutino-Pe. Un bue bianco, caratteristicamente addobbato con uno specchio ovale in mezzo alla fronte ( chiaro simbolo del disco del sole, a mio parere) e cavalcato da un angelo (un ragazzino biondo in tunica bianca con un fiore rosso tra le labbra e molti monili d’oro attorno al collo) munito di un parasole, entrava in passato nella chiesa di San Pietro (ora, ahimè, si ferma sul sagrato per divieto di qualche autorità religiosa) e andava ad inginocchiarsi, come per mesi era stato addestrato a fare, dinanzi al busto ligneo di San Zopito. Ora, senza soffermarmi su altri particolari interessanti, mi pare che non si possa negare la "solarità" di questa antica divinità il cui strano nome, se rettamente inteso, ci porta dritto dritto a un equivalente del lat. Iu-piter, in cui la componente Iu- risulta da un precedente Dieu-, come tutti sanno. Solo che in questo caso il nesso Di- ha dato come esito un’affricata sonora, come è avvenuto normalmente all’interno o alla fine di tante altre parole. Che la componente –pito sia la continuazione di –piter mi pare confermato dal nome della chiesa di San Pietro, dove entra il bue e dove si conserva il busto del Santo, nonché dall’imprecazione Dio prete![3] in uso in Romagna, in cui 'prete' è l’esito dell’originario piter, avendo subito la stessa metatesi della diffusa voce dialettale preta, dal lat. petra, e il normale passaggio della /i/ tonica breve in /e/, come in 'vetro', dal lat. vitrum. Ahimè! quella che all’origine era una innocua invocazione o esclamazione (o Giove! oppure per Giove!) ha subito un processo di degenerazione, destino impietoso di ogni terrena cosa, trasformandosi in una curiosa imprecazione! Ricordo anche che, dalle nostre parti, sentivo spesso in giro pronunciare la blanda imprecazione Dio frate!, specchio del greco Zeús phrátrios , cioè Zeus protettore delle fratrie o, latinamente, delle gentes. Ma il significato originario di phrátrios doveva essere, secondo me, lo stesso di Zeus (splendore), più vicino al ted. brodeln ’bollire’ o ted. braten ’arrostire’ o ingl. to burn ‘ardere’ che alla nozione di ‘fratello’. Tra le mandrie di buoi sacri al Sole è famosa quella violata dai compagni di Ulisse arrivati in Trinacria. I Dios-curi, figli di Giove e di Leda, ai quali veniva attribuito anche il fuoco di Sant’Elmo, nell’inno omerico loro dedicato, accorrono xouthêisi pter-ýg-essi ‘ con le ali veloci’ alle invocazioni dei marinai in difficoltà nel mare agitato. E ugualmente non può meravigliare il fatto che i due gemelli, alle loro apparizioni, siano seguiti da uno stormo di rondini se è vero che xouthos equivale a “rondine”[4]. Anche in questo caso io penserei che le ali loro attribuite siano dovute al gioco delle assonanze come dimostra anche il relativo aggettivo xouthόs dai significati molteplici di 'giallo-oro, fulvo, chiaro, sonoro, acuto, agile, veloce', tutti riconducibili, secondo me, all’idea basilare di movimento,vivacità. Nel mito poi, Xouthόs, marito di Creusa, svolge il ruolo di padre putativo di Ione, figlio che Creusa aveva avuto da Apollo. Si è quindi sempre nell’ambito di termini, a mio avviso, collegabili con la luminosità del dio del sole. Nello Ione di Euripide c’è un passo in cui Ione, custode del tempio di Apollo a Delfi, descrivendo il suo duro, anche se gradito, lavoro di uomo delle pulizie, afferma che tutti i giorni deve svolgere il suo servizio hám’ halίou / ptér-ygi thoâi (letteral. ‘ con del sole l’ala veloce’, cioè ‘ col primo sorgere del sole’, vv. 122-23). Credo che anche quest’espressione vada inserita nel contesto di una tradizione poetica o mitica antichissima all’origine della quale il valore di ptér-yx (ala) doveva essere semplicemente quello di 'luce'. La componente tany()- corrisponde pari pari al greco Tán ( ma anche alle varianti Dán, Zán, Zén,ecc.), forma dialettale di Zeus ( da *Di-eus: cfr. lat. di-es 'giorno', lat. Iu-piter in cui -piter, insieme a pater, è variante di -pteros). Non è un caso se anche la radice di tany- ci riconduce all’idea di estensione,espansione di cui sopra (cfr. lat. ten-eo, ten-do). Se andiamo a dare un’occhiata al mito ci accorgiamo, ad esempio, che Danae, la figlia di Acrisio, rinchiusa dal padre in una torre, viene visitata da Zeus sotto forma di una pioggia d’oro. L’oro è l’effetto della luminosità che sta dietro Dán (Zeus) e dietro il greco danόs (arido, secco, da daίō=ardo, divampo, incendio). La stessa radice si ritrova nella festa celtica del 1° maggio, che segnava l’inizio della bella stagione, e che portava il nome di Bel-taine ‘fuoco di Bel’, della divinità cioè che corrispondeva all’Apollo greco-latino, essa stessa portatrice di una radice ‘luminosa’. Alcuni esegeti del mito, votati ad una spiegazione razionale a tutti i costi, pensano che esso adombri la bonifica di terreni aridi e non sospettano nemmeno per un istante che la spiegazione corretta sarebbe lì a portata di mano se solo scorgessero gli incontri del tutto casuali delle radici interessate. I riflessi di questo oro si notano, a mio parere, anche nel nome del centro religioso di Dan nella Bibbia dove il re Geroboamo fece collocare uno dei vitelli d’oro da lui fatti modellare, forse rappresentazione di Jahvè (cfr.1Re, 12, 28-29). Per l’idea di pioggia e di acqua corrente basti tenere d’occhio la serie, abbondande e ininterrotta attraverso tutta l’Europa ed altri continenti, di idronimi come Dan-ubio, Don, Tanai, Tan-aro, Fonte di Ten-era (Aielli-Aq), Sorgente Acqua delle Donne (Vallepietra-Roma), Sorgente Duna (Bisegna-Aq) e tanti altri. Anche Giovanni Semerano, il noto semitologo recentemente scomparso, si è interessato alla radice in questione; nel suo L’infinito:un equivoco millenario[5], infatti, egli testualmente afferma: “Il gioco delle assonanze dalle quali scaturiscono realtà imprevedibili si avverte anche nel nome di Dioniso, che per gli Eoli è Zόnnysos. Tale nome risulta della stessa base del nome del cretese Zeus, tramandato da Evemero, Zan. Nell’antica lingua che costituisce il piano dei più solidi riferimenti storici, in queste ricerche delle antichità che dettero origine alla civiltà d’Occidente, Zan richiama accadico zananu (piovere), zunnu (pioggia), che verrà confuso con l’omonimo accadico zunnû (molto infuriato) quale si conviene al Dioniso plebeo, insofferente di ogni ostilità al suo culto”. I Ti-tani, narra il mito, furono spodestati da Zeus dopo una lotta decennale. Ma le due componenti di Ti-tano ( Ti- è variante di Di-) stanno lì ad attestarci che si tratta solo di altro nome di Zeus, composto con le medesime radici di cui esso stesso si nutre come abbiamo visto, e che può semmai adombrare il passaggio, per una determinata regione della Grecia, da una fase linguistica ad altra. Essi, poi, erano giganti in virtù, ancora una volta, dell’incrocio con il verbo ti-taίno (tendere,estendere). Linguisticamente è da dedurre quindi, a mio avviso, che le due componenti del verbo contenessero dentro di sé un significato generico che, all’origine, accomunava l’idea del 'tendere, estendere' con quella di 'irraggiare, effondere, illuminare' per quanto la nostra mente oggi si senta restia ad accettarlo, abituata com’è a distinguere, contrapporre e sottilizzare. Ma si potrebbero elencare diversi verbi e nomi greci che, contemporaneamente, esprimono movimento più o meno rapido e luminosità. Anche la lotta estesa per la durata di dieci anni sostenuta contro Zeus potrebbe essere il risultato dell’idea di 'estensione e di tensione' (cfr. il lat. contendere) contenuta nel verbo suddetto. E’ interessante infine notare come il quadro linguistico dei tempi remoti, che emerge da questi confronti e constatazioni, sia molto mosso e variegato con una ridondanza di forme che, sia pure diluite lungo una linea prospettica diacronica e diatopica, attestano comunque una notevolissima varietà di parlate locali, destinate poi in qualche modo a scomparire o ridursi ai margini via via che un idioma fatalmente prendeva il sopravvento sugli altri in concomitanza del costituirsi di un’entità statuale sempre più vasta e più forte. Non c’è quindi da meravigliarsi, ad esempio, se la radice di Zeus, oltre che negli esempi precedenti, si ritrova anche nel nome Pán-dia, una festa ateniese a lui dedicata, la cui prima componente non è da intendere come “tutto”, ma da ritenere in rapporto con il greco Pan, dio del sole meridiano, e con il simbolo ebraico del Sole, il Penû’El, come vuole a ragione il Semerano[6]. Non sarebbe quindi un caso se proprio nella grotta di Pan, nelle Macre di Atene, Creusa fu sedotta da Apollo e se nella stessa diede alla luce Ione. Entrano in gioco anche i termini panόs ‘fiaccola’(variante di phanόs ‘fiaccola’: cfr. phanaĩos ‘apportatore di luce’, epiteto di Zeus e di Apollo) e Pan-dίa, riferito talora come attributo, ma anche autonomamente, a Selene la quale, per soprammercato, ebbe una figlia da Zeus chiamata, manco a dirlo, proprio Pan-dίē, secondo l’inno omerico di cui sopra (v.15). Cfr. anche Diό-pan, inteso come ‘Giove-Pane’. Dimenticavo di aggiungere che San Zopito di Loreto Aprutino, di cui ho parlato sopra, sarebbe arrivato per la prima volta in processione dalla non lontana città di Penne, riconfermando la sua radice ‘solare’. [1] Cfr. Luigi Mammarella, Alba Fucens, Adelmo Polla editore, Cerchio-Aq, 1987, p. 73. [2] Cfr. Andrea Di Pietro, Agglomerazioni delle popolazioni attuali della diocesi dei Marsi, Avezzano-Aq, 1869, p. 146 [3] Cfr. Aurelio Nardelli, Il secolo XX (breve?-lungo?), E. D. C. Editrice, Avezzano, 2005, p.225. [4] Cfr. Robert Graves, I Miti Greci, Edizione CDE spa, su licenza della Longanesi & C., Milano, 1985, p.144 n. 1, p.227 n.6. [5] Cfr. Giovanni Semerano, L’infinito: un equivoco millenario, Bruno Mondadori, Milano, 2001. p.131. [6] Cfr. Giovanni Semerano, op. cit., p.131.

Origine degli agionimi relativi ai centri abitati e ai luoghi di culto cristiani

Solitamente, quando si è dinanzi al problema di spiegare l’origine del nome di un paese costituito da un agionimo, si pensa alla particolare devozione che gli abitanti dovettero avere per quel determitato santo ai primordi del Cristianesimo o nel Medioevo, e all’erezione in suo onore di qualche cappella o chiesa il cui nome sarebbe poi passato all’abitato. Io penso che nella maggior parte dei casi, invece, l’abitato preesistesse, fosse pure uno sparuto gruppo di famiglie e capanne, o che almeno ne preesistesse il toponimo, soprattutto se si trattava di fonti, corsi d’acqua, colli.
I paesi in genere non nascono perché qualcuno, re, condottiero, ecc. decide di fondarne uno con un nome da lui imposto, o perché così decide un gruppo di uomini riuniti a parlamento, bensì per processo naturale di agglomerazione di persone, famiglie, attorno ad una fonte, un ponte, su un colle (possibilmente con sorgenti) ecc., tutte realtà geografiche che avevano già da tempo, forse immemorabile già allora, il loro bel nome. Ora, si dava spesso il caso che questo antichissimo nome, designante la realtà geografica interessata, andava a combaciare, con l’avvento del Cristianesimo, con quello di un santo più o meno noto, o più o meno realmente esistito, e il gioco era fatto. Così si spiegano anche quei nomi strani di santi come quello del paese sardo di Santu Lussurgiu o quello del protettore di Loreto Aprutino (Pescara), san Zopito.
Emblematico a tal proposito è il nome del paese di Santa Anatolia-Ri, di cui tratto nell’articolo dedicato alla madonna della Vittoria di Scurcola Marsicana, il cui nome antico, scaturito dalle abbondanti sorgenti del luogo, chiaramente doveva corrispondere al greco anatolé ‘sorgente’. Ma interessantissima è la vicenda dei nomi dei paesi umbri Foligno, sul fiume Topino, e Ponte Felcino, sul fiume Tevere, e dei rispettivi nomi dei santi patroni san Feliciano e san Felicissimo. La voce “Foligno” si spiega alla perfezione se la si intende derivata da una forma latina *Fuliginium con vocale anaptittica /i/ inserita nel gruppo /-lg-/ della corispettiva forma attestata Fulginium. La gutturale sonora intervocalica è caduta anche nei nostri dialetti arcaici: Aielli, dal lat. Agellum, ha dato in dialetto Aéjje. Anche la ‘fuliggine”, dal lat. fuliginem, si ritrova in aiellese nella forma fijjìna, con palatalizzazione della liquida e il dileguo totale della gutturale sonora. Si dà il caso che una divinità Fulginia fosse già in antico protettrice della città, come risulta da un’epigrafe del C.I.L. Arrivato il Cristianesimo, la suddetta divinità non ha visto l’ora di trasformarsi, secondo me, nel più credibile Feliciano , aiutato anche dalle pronunce locali che in genere fanno oscurare i timbri delle vocali precedenti la sillaba tonica, per cui un eventuale opaco *Fuliciáno si sarebbe inevitabilmente trasformato nel trasparente Feliciano.
Il caso di Ponte Felcino, a 7 km da Perugia, serve da conferma a quanto finora detto. Il santo protettore del paese è Felicissimo, nome che ripete, nella forma superlativa, la stessa base del toponimo: anche qui probabilmente esisteva un culto precristiano che assunse poi le vesti cristiane. Ora, a giochi fatti, addirittura si innesca un processo inverso a quello che ha dato origine al nome del Santo, tanto che il nome del paese Ponte Felcino è fatto da taluni derivare, per deformazione volgare, da quello del Santo e non viceversa: certamente costoro non sanno che è attestato in epoca antica a Perugia un etnico felcinate da riferire forse proprio a questa località vicina alla città, anche se oscura in passato, e non alla nota Fulginium[1]. I meccanismi mentali che producono queste metamorfosi operano tuttora in piena era tecnologica. Infatti se si cerca in Internet Ponte Felicino, si incontra, tra l’altro, un discreto numero di commercials che reclamizzano merci e marchi di negozi presenti anche a Ponte Felcino, nome che, alle orecchie dei compilatori dei rispettivi siti e quindi nella scrittura, si trasforma costantemente ed automaticamente in quello di Ponte Felicino che non esiste, come non sono mai esistiti, almeno come diretti responsabili del nome attuale dei rispettivi paesi, né san Felicianosan Felicissimo.
A questo punto sorge spontanea la curiosità di appurare il significato originario della radice felik in questi casi. Per me, come in tanti altri toponimi, l’etimo qui ci è fornito gratuitamente dalla parola “Ponte” che precede “Felcino”. Mi limito a citare, tra i tanti toponimi simili, la chiesa medievale Sancti Felicis in vado Albonis ricadente nel territorio di Ortona dei Marsi in un posto dove, secondo il nome (cfr. lat.vadum ‘guado, passaggio’), doveva esistere un valico. Anche il passo di Velika Vrata (Grande Porta) nell’ex Jugoslavia ripete,secondo me, nei due nomi (di cui uno assomiglia a Felice), l’identico concetto di ‘passo’. La tradizione orale sembra confermare la cosa. San Feliciano infatti sarebbe stato sepolto a Foligno presso il ponte di Cesare sul fiume Topino, dove ora si trova la cattedrale a lui dedicata. Meraviglie della fede che opera questi miracoli permettendo la ininterrotta continuità di un culto nello stesso luogo: attraverso i millenni esso non si è spostato di un centimetro! Ugualmente san Felicissimo sarebbe stato sepolto presso il fiume Tevere dove esisteva una chiesa fino a non ricordo quale epoca. Ma a noi interessa, più che la conferma del significato di ‘ponte’, la continuità tra passato e presente attestata con alto grado di probabilità dalla stretta somiglianza tra i nomi di partenza delle due località *Felcinum e Fulginium e quelli di arrivo Felicissimo e Feliciano.

[1] Aa.Vv. Popoli e Civiltà dell’Italia Antica, vol.VI, Biblioteca di Storia Patria, Roma 1978, p.118, par. 32.

lunedì 29 giugno 2009

Perchè gli aedi erano considerati ciechi

Mi sono chiesto perché gli antichi cantori epici, gli aedi, venissero in genere rappresentati come ciechi, e credo di averne scoperto il motivo nella vicinanza del termine aoidos ‘aedo,cantore’ all’aggettivo che i greci vedevano anche dietro Aides, cioè a-(w)ides ‘invisibile’ o, in senso attivo, ‘che non vede’. E in effetti anche l’idea del vedere che è in superficie nell’ inglese seer’ veggente’ a mio avviso può rimandare all’idea del ‘dire, cantare’ che mi sembra una delle più antiche in questi personaggi ( cfr. anche ingl. sooth-sayer ‘profeta, indovino, letter. dicitore di verità’, greco pro-phetes ’profeta’ da phe-mi ’dico’; cfr. anche lat. fa-ri ’parlare’, lat. fama, ecc.). Il verbo to see ‘vedere’,infatti, viene messo in rapporto col lat. sequi ’seguire (con gli occhi)’, il quale quasi combaciava con il lat. arcaico in-sece ’canta’, variante di ted sag-en ’dire’, ingl. say ‘dire’. Non essendo rimasta nell’inglese moderno la forma arcaica seyen, seggen ’dire’ era fatale che l’eventuale ‘dicitore’ si trasformasse in ‘ veggente’. Questa idea di 'veggente', relativa ai profeti, che prima erano immaginati invece ciechi, mi pare che sia piuttosto recente e sviluppatasi in conseguenza di questi scherzi nella storia delle parole. Il tutto è confermato dall’espressione inglese second sight ‘preveggenza, prescienza’ (letter. ‘seconda vista’) che all’origine doveva significare ‘vista del veggente (dicitore)’ o, meglio, ‘le cose dette dal profeta’, visto che sight ha la stessa radice di to see 'vedere', confondibile con quella del verbo che indicava il 'dire', testè analizzata. L'ingl. second  è uguale o simile, ad esempio, all'aggettivo ted. sehend 'veggente'. Anche Giovanni Pascoli si era accorto di alcuni di questi giochi di parole, a proposito di aoidos ‘aedo, cantore’ (cfr. il suo saggio Il fanciullino, n.5).

La festa di San Giovanni Battista di Castellafiume e le sue origini precristiane

Come per altre manifestazioni religiose marsicane di cui mi sono occupato negli anni passati, così anche per la cerimonia liturgica di Castellafiume-Aq. relativa a san Giovanni Battista mi pare che si possa sostenere con quasi assoluta certezza che essa risale ad epoche precristiane, andandosi a perdere pertanto nella remota preistoria di quella comunità. Effettivamente mi vado convincendo sempre più che la maggior parte delle feste e cerimonie cristiane non sono altro che la continuazione di precedenti festività pagane reinterpretate e riciclate , per così dire, secondo i principi e le esigenze della nuova religione, cosa del resto ben nota agli studiosi. La nuova religione, in effetti, non poteva assolutamente fare un impietoso e pericoloso repulisti di tutte le pratiche religiose popolari precedenti all’avvento del Cristianesimo per, starei per dire, brutalmente imporre tutto ex novo. Ci sono state molte e utili contaminazioni tra il vecchio e il nuovo: sta a noi studiosi e al nostro bisogno di verità cercare di dirimere di volta in volta le due componenti. Per mettere a proprio agio il lettore riporto il brano in cui Dante Di Nicola, autore del bel libro Storia di Castellafiume, descrive, attento ai particolari che spesso sono rivelatori, la sopraccitata cerimonia: “ Un’altra cerimonia liturgica era quella praticata fino agli anni Cinquanta del XX secolo con qualche sporadica reminiscenza negli anni successivi, in onore di S. Giovanni Battista: nella mattina del 24 giugno, quando i raggi del sole ancora non lambivano le acque del fiume Liri, gli abitanti di Castellafiume si immergevano nelle acque gelide del fiume a ricordo di S. Giovanni immerso nelle acque del Giordano e intento a compiere il rito della purificazione profetizzato da Isaia. Dopo questo rito, tutti riempivano i secchi o le conche di rame di acqua e di vitali (è questo il nome dialettale della vitalba o dematis vitalba). Con quell’acqua tutti si dovevano lavare devotamente, perché benedetta al passaggio invisibile di S. Giovanni sui cavalloni del Liri, poi, con le foglie dei vitali le donne si inghirlandavano le chiome e gli uomini i padiglioni degli orecchi; qualcuno, poi, per devozione beveva anche qualche sorso di quell’acqua (per fortuna in quell’epoca le acque del Liri non erano inquinate, specialmente al mattino prima dello spuntar del sole) prestando fede alla virtù taumaturgica di essa in quella giornata in conseguenza del passaggio di S.Giovanni: quella di S. Giovanni era una giornata di festa e di folklore per i predetti riti praticati con fede e con devozione, per questo viavai di donne dalle case al fiume con le conche di rame, per il modo di ornarsi con le vitalbe e per il trasmettersi, oralmente, di leggende e di miracoli per intervento di S. Giovanni, soprattutto perché questo Santo è anche, da data immemorabile, protettore di Castellafiume”. Ora, tutta questa cerimonia sembra svolgersi perfettamente entro i limiti di una liturgia completamente cristiana, motivo per cui sarebbe sommamente difficile convincere qualcuno che si tratta invece di pratica religiosa risalente al lunghissimo periodo di tempo precedente al Cristianesimo, in cui si svilupparono e prosperarono le varie religioni che usiamo riunire sotto il nome di Paganesimo. Ma, a ben riflettere, c’è qualcosa nel racconto di Di Nicola che resta al di fuori di una spiegazione interamente cristiana del rito. Sono i vitali, nome che si ripete tale e quale anche nel mio dialetto di Aielli, i quali vengono, tra l’altro, immessi nell’interno dei secchi o delle conche insieme all’acqua. Quello che sembrerebbe un uso di nessun valore o significato è invece, a mio avviso, degno della più attenta considerazione perché è proprio da esso che può scaturire una scintilla che illumini e spieghi tutta la cerimonia. Lo stesso meccanismo si può riscontrare in una cerimonia sarda, ancora in uso non molti decenni fa, in molti paesi sardi nei periodi di siccità, di cui parlo nel post La Fonte della Vita e La Fonte Vipera nel Parco Nazionale dei Sibillini. . Ora, i vitali della festa di San Giovanni a Castellafiume stanno lì a chiederci con grande forza la loro giustificazione e motivazione. E, come nel caso del maimone sardo di Aidomaggiore (Oristano) che cito nel suddetto post, non saranno certamente eventuali e più o meno generiche teorizzazioni di carattere socioculturale a risolvere il problema, ma semplici considerazioni di carattere idronimico o linguistico con la loro evidenza diretta e folgorante. Proprio lì metto in relazione il nome della Fonte della Vita sui monti Sibillini con il ted. Weide ‘salice’, proveniente da un anteriore wide, il quale a sua volta richiama l’antico alto germanico witu ‘bosco’, l’ingl. wood ‘bosco, legno’, ecc. I vitali di Castellafiume e di Aielli rientrano in questa categoria di “forme viventi” che colpivano l’immaginazione dell’uomo preistorico il quale usò lo stesso nome per indicarle, anche se, in un lasso di tempo presumibilmente breve, esse erano destinate a ripresentarsi, in questo o quel linguaggio, nella veste ormai specializzata di 'fonte, corso d’acqua' o 'albero, vegetazione, vitale ecc.' E non è detto che quest’ultimo termine sia una deformazione dialettale di it. vitalba, per la quale non condivido appieno l’etimo latino vitem albam ‘vite bianca’, ma non è il caso di parlarne qui. Molte sono le fonti di San Vito (Cerchio, Canistro, ecc.) che presentano la stessa radice al maschile, per così dire: si incontra anche qualche Fonte Vit-ale che conferma la mia convinzione che i vitali della cerimonia di Castellafiume si riferissero, in epoche lontane della preistoria, all’acqua stessa o al fiume Liri. Non si può supporre che questo scambio di significati sia potuto avvenire nel relativamente breve periodo di tempo successivo all’avvento del Cristianesimo, quando questi giochi di sovrapposizione erano ormai perlopiù conclusi, considerato il lunghissimo periodo precedente a disposizione. Per il nome Giovanni (che avevo dimenticato) da intendere come idronimo, rimando all'articolo I Santi Martiri di Celano e la Madonna della Vittoria di Aielli del giugno 2009 presente nel blog. Di Nicola ci informa anche che san Giovanni è protettore di Castellafiume “da data immemorabile”, intendendo comunque fissare questa data in epoca successiva alla diffusione nella zona del Cristianesimo. Io credo in verità che la protezione su Castellafiume fosse stata assicurata, dalla divinità fluviale precedente a san Giovanni, già molti millenni prima, come è comprensibile del resto per un paese sorto, chissà quando, sulla riva sinistra del fiume Liri.

I Santi Martiri di Celano e la Madonna della Vittoria di Aielli

Una motivazione comune, l’acqua, all’origine remota dei rispettivi culti


L’origine del culto dei martiri Simplicio, Costanzo e Vittoriano credo che, come tanti altri, andrebbe rintracciata nella stessa toponomastica radicata nel territorio , oltre che opportunamente interpretando quanto la tradizione orale e scritta di essi ci dice. Operazione, quest’ultima, che, è bene sottolinearlo, va ridotta all’osso e frenata in ogni modo, data la facilità con cui ogni dato può essere interpretato in un senso o in un altro : cosa che finisce con l’assecondare la naturale tendenza dell’uomo a lasciarsi prendere dal suo bisogno di affabulazione e di mito, in specie quando egli rivolge lo sguardo alle cose del passato più o meno antico e talora anche se è un ben armato e agguerrito studioso.

La saga dei martiri di Celano è evidente che ruota intorno alla fonte Ranë dove essi sarebbero stati decapitati, verso la metà del II sec. d.C.: un abbondante capo d’acqua che rimane anche costante nella portata nei vari periodi dell’anno, come costanti rimasero i tre Santi dinanzi alle minacce dei loro persecutori al tempo dell’imperatore Marco Aurelio, come racconta la tradizione. Ora, mi sembra indiscutibile il rapporto tra il nome di uno dei martiri, Costanzo, e la costanza del flusso che scaturisce dalla fonte il cui riverbero si riflette, appunto, nel comportamento dei Santi. Ma la cosa interessante, secondo me, si scopre nell’etimo del nome Simplicio che confermerebbe la fermezza dei Santi, riflesso della invariabile portata della fonte . Il latino sim-plex presenta una prima componente sim- che è quella di sem-el ‘una volta’, di sem-per ’sempre’, di sim-ilem ‘simile’, inglese same ’stesso’, i quali tutti ne sfruttano il significato di unità, identità. Questo fatto ci autorizza a sostenere che un possibile significato di sim-plex, magari sviluppatosi da quello attestato di ‘uno, solo’, oltre che di ‘semplice’, poteva essere proprio quello di ‘uniforme, costante, identico, fedele’ non multi-plex’ molteplice, vario, instabile’ né du-plex ‘doppio, di duplice natura, falso’, riconfermando così il concetto di cui sopra, che sottolinea la fermezza e la forza di resistenza dei personaggi, che riappare in trasparenza anche nell’episodio fantasioso del ritrovamento dei martiri “illesi da corruzione, come se nel giorno innanzi vi fossero stati rinchiusi”[1]. Ma forse, più semplicemente (e la verità ha spesso il volto della semplicità più naturale, una volta scoperta), è da scorgere nella parola Simplicio null’altro che una simplex aqua ‘acqua pura”, espressione usata da Ovidio come ogni buon vocabolario latino registra. D’altronde il concetto di purezza non si discosta molto da quello di sincerità e di fedeltà.

Una fonte così abbondante avrà dato origine, fin da epoche lontanissime, a qualche divinità, sia pure minore, legata alle acque così importanti per la sopravvivenza dell’uomo preistorico, quando certamente non esistevano acquedotti. Quasi ogni fonte, ancora ai tempi di Roma antica , aveva la sua bella ninfa. E allora se Simplicio e Costanzo sono solo delle ipostatizzazioni di una o più caratteristiche dell’acqua di fonte Ranë, divenute magari appellativi del genius loci, possiamo e dobbiamo rivolgerci all’altro nome Vittoriano se si vuole approdare alla scoperta di originari idronimi trasformatisi evidentemente in nomi di divinità. Si dà il caso, ma non è un caso, che nelle immediate vicinanze della fonte si trovi la chiesa di San Giovanni Capodacqua (oggi nota come S. Maria delle Grazie) costruita forse nel secolo XI, ma che andava probabilmente ad occupare un suolo “sacro” da tempi immemorabili come è, appunto, logico supporre anche se nessuno può confermarcelo. Ora questo nome Giovanni deve essere stato immediatamente preceduto nel tempo da quello di Ianni o Sant’Ianni, come diversi toponimi nella Marsica e altrove stanno ancora ad attestare: e non sarà anche qui un caso se abbastanza spesso il toponimo indica direttamente o è in rapporto con qualche fonte, anche piccola , nelle vicinanze, come ad Ortucchio, Scurcola, località San Giovanni tra Subiaco e Jenne, come nel gruppo montuoso del Gran Sasso con le due fonti Giovanni e Acqua San Giovanni, e in tanti altri luoghi . L’idronimo è così antico, secondo me, da essere presente in una leggenda romana che voleva che, in occasione di una irruzione di nemici attraverso non ricordo quale porta, dal vicino tempio di Ianus scaturisse un torrente così violento che essi furono costretti a retrocedere o vennero addirittura travolti.

Procedendo nella nostra ricerca scopriamo che la fonte Ranë era nota in passato anche col nome di Fonte d’Oro o Fons Aurea , esatto doppione del nome di una fonte di Pescina: si tratterà evidentemente della stessa radice della seconda componente del Met-auro, fiume risultante dalle acque dei torrenti Meta e Auro. Un po’ dappertutto si trovano poi fonti che portano il nome di San Vito come a Cerchio, a Canistro, ecc. C’è anche da notare che una chiesa di San Vito è proprio di fronte alla notissima Fonte delle 99 cannelle all’Aquila. Ora se proviamo a mettere insieme le radici idronimiche di vito, oro (aureo),iani(ianni) otteniamo, quasi come dal cappello di un prestigiatore ma in realtà solo per naturale processo di sedimentazione linguistica attraverso i secoli, il nome di Vitt-or-iano, il terzo dei Santi, incrociatosi naturalmente col nome personale Victor, dell’ultima età repubblicana. Che sia avvenuta una operazione di tal genere mi pare confermato da una tradizione, riportata dal Di Pietro in quanto attestata in un non meglio precisato “manoscritto di Monsignor Febei” di epoca molto antica, secondo la quale altri tre santi Vittore, Giovanni, Stefano, martirizzati nella vicina Forme sempre al tempo di Marco Aurelio, furono rinvenuti, proprio come gli altri tre, dal Beato Giovanni da Foligno che scavava con un bid-ente ( si noti come bid-, la prima componente del termine, sia variante della suddetta radice vit- e si tenga presente il fiume Bidente in Romagna) e trasportati, come gli altri tre, nella chiesa di San Giovanni di Celano. Ognuno può vedere che i nomi dei due martiri Vittore e Giovanni ne formano in realtà uno solo, e cioè Vittor-iano, in quella che si può considerare la versione ufficiale di una medesima storia. Mi pare inoltre abbastanza sospetta la ricorsività del nome “Giovanni” in quelli di Giovanni da Foligno e di Giovanni da Parma, il presunto costruttore della cassa di marmo in cui furono posti i corpi rinvenuti intatti, per poterle accordare una qualche parvenza di verità. La cosa è invece una prova formidabile della vocazione mitopoietica di certi toponimi, radicati come rocce nel terreno, che pazientemente e imperturbabilmente assistono al lento ma continuo fluire dei secoli e dei millenni intorno a loro modellando i fatti, sia pur minimi, della storia locale. A suggello di questa considerazione si può aggiungere la notizia ( tratta dal sito internet: http://www.santiebeati.it/dettaglio/91925) secondo la quale la famiglia dei santi martiri, originaria della Borgogna, sarebbe stata battezzata da San Gennaro, non quello di Napoli, come si affretta a specificare l’autore del sito, ma nemmeno da qualche altro possibile santo perché esso è solo un nome immaginario scaturito, è evidente, dalla fonte inesauribile della radice Iani o Iano, da cui Ianu-arius e quindi Gennaro. Ma le meraviglie non finiscono qui. Ad Aielli celebriamo la festa della Madonna della Vittoria la quale, secondo la tradizione, dopo un periodo di sei mesi di siccità, avrebbe mandato, invocata da un frate dinanzi la chiesa di San Rocco dove era stata posta e ripulita la sua statua abbandonata, tanta acqua quanta non se n’era mai vista. Ricordo che i vecchi di Aielli precisavano che, prima della pioggia ristoratrice, era apparsa una nuvoletta sulla sommità del monte Sand’ Uttërìnë (San Vittorino, a nord-est di Celano). Mi pare quindi inoppugnabile la stretta colleganza tra il nome di uno dei Santi martiri, Vittore o Vittoriano, e quello della Madonna della Vittoria. A questo si aggiunga anche che il termine lat. unda ’acqua, onda’, il greco hýdor ‘acqua’, l’inglese water ‘acqua’ nonché l’umbro utur ‘acqua’ sembrano formazioni da una stessa radice wed/ud. Tenendo d’occhio la voce greca e quella inglese si ricava un preistorico *wydor che, secondo me, sta dietro il santo Vittore. Non è ancora una volta un caso se esistono le Terme di San Vittore (Ancona) e se San Vittorino è un altro santo che subì il martirio presso le Terme di Cotilia sulla via Salaria. Il suo corpo sarebbe stato traslato e sepolto a San Vittorino vicino L’Aquila, l’antica Amiternum. E’ inoltre appena il caso di accennare alle molte Fonti Vittoria, La Vittoria, Santa Vittoria, sparse in tutta Italia e alla Fonte Vittor-iana (Valli del Pasubio, Vicenza).

Se si vogliono poi vedere le teste cadere sotto i colpi del carnefice basta, secondo me, rivolgere l’attenzione al nome di San Giovanni Capo (dacqua), per immaginare una ‘testa’ di san Giovanni, o della divinità precristiana a lui precedente, ruzzolare orrendamente per terra. Ho usato le parentesi per –dacqua- perché Capo-, anche da solo, è una radice idronimica ben nota in tutta l’area del Mediterraneo, che è presente, secondo me, anche nel giapponese kawa, gawa ‘fiume’, e che si ritrova, infine, nel nome del rio Capo-ri-torto (Rocca di Mezzo-Aq) nonché in quello del paese Cappa-docia,alle sorgenti del Liri, dove esiste anche una fonte Cap-equa. La voce cavò (cavone) 'sorgente d'acqua' del dialetto di Marcellina-Roma è una formidabile conferma a tutto ciò come la voce acqua-duce' sorgente' del dialetto di Villapiana-Cs lo è nei riguardi della componente -docia del toponimo Cappa-docia. Il nome Capo-ri-torto presenta una seconda componente –ri- equivalente a 'rio', come attestano in Italia i diffusi idronimi Rio Torto, nome in cui, però, l’elemento Torto è solo ampliamento di una radice tor, dor, tur, presente anche nel fiume svizzero Turt-männa e forse nel germanico *trott-on ’correre’, ted. tret-en ’camminare’. Credo che non esista in natura un corso d’acqua che non sia più o meno “torto” nel suo tracciato. Dulcis in fundo anche il nome di Gaudenzia, la presunta madre dei Santi Martiri, può derivare, senza alcuna difficoltà linguistica, da una forma originaria *Caput-entia o *Cavud-entia (per influsso del corrispondente antroponimo), con una seconda componente notoriamente idronimica (cfr. fiume Liv-enza,fiume Pot-enza, fiume Dig-entia nella Sabina presso la villa di Orazio, ecc.) che richiama anche la seconda componente del bid-ente del beato Giovanni.

Il significato di ‘testa’ è riscontrabile anche nel nome di fonte Ranë,italianizzato in “Grande”. Probabilmente esso rimanda al greco krénē o krána ‘sorgente, fonte’, termine molto simile a greco kára, káran-on ’testa, cima’. D’altronde anche l’italiano capo si presta ad indicare sia la 'testa' sia la 'fonte'. La gutturale iniziale, assimilatasi a quella di 'grano' , in dialetto ranë, è caduta senza lasciare traccia. Il maggiore ostacolo che si oppone all’interpretazione di fonte Ranë come 'grande' è il fatto che nei nostri dialetti la voce più diffusa per ‘grande’ è l’aggettivo rossë o grossë e l’italiano ‘grande’ suona ai nostri orecchi alquanto estraneo.

A questo punto mi si offre la possibilità di far notare che nemmeno i linguisti si sono resi conto della natura profonda delle radici, le quali si comportano come le cellule staminali di cui oggi tanto si parla. Esse, infatti, sono inizialmente indifferenziate nel significato e sono anche totipotenti perché capaci di assumere il significato specifico che di volta in volta è necessario alla comunicazione. Qualcuno osserverà che questo in teoria è possibile (partendo dall’idea di 'movimento', ad esempio, si può agevolmente passare a quella di 'espansione, protuberanza, capo, monte, estensione, distesa orizzontale, piano, diffusione, flusso, fiume, ecc') ma che in pratica nessuno può confermarcelo, dato che attualmente tutte le lingue posseggono un numero sovrabbondante di vocaboli specifici per indicare i concetti magari più sottili e più diversi tra loro. Ma io mi permetto di far notare che è proprio la toponomastica a darci un aiuto insostituibile per farci capire che le cose sono andate proprio come ci indica la teoria secondo la quale, ripeto, i concetti si diramano l’uno dall’altro anche perché, secondo me, ogni radice ne possedeva uno all’origine talmente generico da poterli contenere tutti, esattamente come si comportano le cellule staminali. Se prendiamo l’oronimo Gran Sasso, ad esempio, esso non è così trasparente come a tutti sembra, ingannati dall’apparente dato di fatto che esso avrebbe sostituito la denominazione antica di Fiscellus mons. A mettere una salutare pulce nell’orecchio bastano oronimi, dello stesso gruppo del Gran Sasso, come Piano Grande, relativo ad un costone ripidissimo come mostrano le ravvicinate curve di livello della carta, dove, tra l’altro, non si scorge nemmeno un accenno di un “piano” (questa è un’altra radice oronimica che conosco molto bene ma di cui risparmio la storia al paziente lettore); come Montagna Grande che certo ‘grande’ non è se paragonata al Gran Sasso vero e proprio; come Macchia Grande che nel sostantivo richiama il Monte Le Macchie del gruppo della Maiella dove si incontra anche un monte Macell-aro, tutti facenti capo evidentemente a forme originarie simili ruotanti intorno ad un archetipo *Magella, che i linguisti conoscono, e che ha dato nome alla stessa Maiella. Ciò premesso, è inevitabile dedurre che il falso aggettivo “gran, grande” fosse in realtà all’origine un termine per ‘monte’ con la stessa radice greca che ho citato per Ranë. Mi conforta in questo giudizio la presenza nel gruppo del Gran Sasso di altri oronimi di chiara ascendenza greca. Essi sono Pizzo Cefalone (cfr. greco kephalē ’capo, testa’ che fa il paio secondo me con Pietra Cavalli) e monte Corvo (cfr. greco koryphē o kόryphos ‘cima, cocuzzolo’). Va da sé, comunque, che sia il concetto di ‘grande’ sia quello di ‘monte’, per quello che ho detto sulla genericità dei significati radicali, attingono a quello più generico di 'espansione, estensione' e simili.

Chi tributa dal profondo del cuore il proprio omaggio ai tre Santi Martiri o alla Madonna della Vittoria non deve sentirsi sfiorare o offendere dalle mie considerazioni perché esse, pur razionalizzando i dati della tradizione alla luce delle mie competenze linguistiche e toponomastiche, del resto scarse, restano sempre e solo una mia opinione. E poi dovrebbe essere, a mio avviso, molto bello scoprire o riuscire ad intravedere che il culto dei santi del proprio paese va a perdersi nella notte della preistoria e dell’umanità.




[1] Cfr. Andrea Di Pietro, Agglomerazioni delle popolazioni attuali della diocesi dei Marsi, Avezzano,1869, p.132.

La Madonna della Vittoria di Scurcola Marsicana

Forti dubbi sull’origine del culto


Dopo aver indagato sull’origine del culto della Madonna della Vittoria di Aielli e dei Santi Martiri di Celano ad essa connessi nella motivazione originaria, l’acqua, è stato direi inevitabile andare a curiosare su quanto la storia e la tradizione ci ammanniscono sulla figura della Madonna della Vittoria di Scurcola. Leggendo il Di Pietro[1] ho appurato che ai suoi tempi la festa a Scurcola si celebrava con pompa solenne l’ultima domenica di settembre, giorno abbastanza distante da quello del 23 agosto in cui si era svolta, nel 1268, la famosa battaglia da Tagliacozzo, / dove sanz’arme vinse il vecchio Alardo[2], e in cui avrebbe avuto un senso ricordare l’evento. Ed io rammento la meticolosità con cui, quando ero ragazzo, ancora si rispettavano le date tradizionali delle feste, che probabilmente erano passate indenni attraverso i secoli, dato che le condizioni socio-economiche della gente erano rimaste più o meno le stesse da lungo ordine di anni.

La questione si fa ancora più intrigante se si riflette su quanto il Di Pietro dice della chiesa di San Nicola (e di un annesso convento) di Cappelle dei Marsi, che fu oggetto di permuta con la chiesa di Santa Maria del Pertuso in quel di Sora, tra il Vescovo dei Marsi e l’abbazia di Casamari, dove erano presenti i frati cistercensi fin dal 1140. Successivamente, e precisamente nell’anno 1216 (Il Di Pietro, non so se per errore di stampa o altro, riporta la data erronea 1236) quella permuta fu dichiarata nulla dal pontefice Onorio III (1216-1227). Ma con il suo successore Gregorio IX (1227-1241) i diritti sulla chiesa tornarono completamente e forse definitivamente al vescovo dei Marsi. Sono riportate, come usa il Di Pietro, le testuali parole in latino con cui la chiesa appare nell’Elenco dei sussidi caritativi e cioè: …Item pro Ecclesia Sancti Nicolai de Cappellis (Monasterium Sanctae Mariae de Victoria)[3]

Dal precedente quadro di riferimento si desume che frati cistercensi, dipendenti da quelli dell’abbazia di Casamari, dovettero pur operare a Cappelle, sia pure per un periodo piuttosto breve, già molti anni prima di quelli introdotti invece, come tutti dicono, per la prima volta da Carlo d’Angiò in occasione della erezione della splendida e sontuosa chiesa con relativo convento della madonna della Vittoria sulla sponda del fiume Imele, ricco di possedimenti vicini e lontani, di feudi e rendite. L’altra interessantissima osservazione riguarda l’attestazione dell’Elenco, in base alla quale la chiesa di San Nicola risulta essere in stretta connessione col monastero di Santa Maria della Vittoria. Ora, nel “proemio” della sua opera, il Di Pietro afferma che l’Elenco sarebbe stato scritto nel secolo XII, ma l’opinione oggi corrente, mi sembra, è che esso sia più recente e risalga al secolo XIV. Io, da semiprofano, sostengo che delle due l’una: o l’Elenco è stato scritto prima della data della battaglia (1268) e della costruzione del complesso chiesa-convento, pressappoco negli anni 1274-82, da parte di Carlo, e allora sarebbe evidente l’esistenza del culto della Madonna della Vittoria già prima del suo arrivo in Italia, o esso è stato scritto successivamente a quegli avvenimenti, magari nel corso del XIV secolo, e allora, in conseguenza del dato certo che le chiese che compaiono nell’Elenco sono esclusivamente quelle soggette alla giurisdizione del Vescovo, si deve con altrettanta certezza e rigore ugualmente dedurre che la chiesa ivi nominata, di San Nicola, annessa al convento di Santa Maria della Vittoria, non poteva far parte del complesso costruito da Carlo e posseduto dai Cistercensi. Il precedente ragionamento mi si è rivelato del tutto attendibile quando, andato a rileggere la citazione dall’Elenco fatta dal Di Pietro, mi sono accorto che essa, letta nella sua interezza, offriva un elemento inoppugnabile per stabilirne la datazione : vi si dice che un augustale d’oro, nella festa di Ognissanti, doveva essere pagato come tributo dalla chiesa di San Nicola, annessa al convento della Madonna della Vittoria, alla Diocesi dei Marsi. Il testo latino che continua quello sopra citato recita “…nomine census in festo omnium sanctorum debet auri Augustale unum, et quartam mortuorum, et decimarum”. L’augustale d’oro, introdotto da Federico II, fu coniato dal 1231 al 1250, come risulta da un sito internet da me consultato, e probabilmente anche sotto Manfredi e Corradino, fino al 1266: comunque la sua coniazione finisce due anni prima della battaglia di Tagliacozzo del 1268, ben otto anni prima dell’inizio dei lavori del magnifico convento e della splendida chiesa di Carlo (1274), e ben dodici anni prima della consacrazione del santuario, avvenuta, alla presenza del re, quando i lavori del complesso non erano stati però ancora tutti terminati (fine 1277). Mi sembra pacifico quindi pensare che l’augustale di Federico II, in questo periodo di tempo, dovette sparire dalla circolazione come moneta corrente, almeno nel regno di Sicilia, visto che esso era un potente mezzo di propaganda per il precedente regime, con la magnifica effigie di Federico II rappresentato con la testa coronata d’alloro. Mi risulta, infatti, che in un primo momento e fin dal 1266, anno della scofitta di Manfredi a Benevento, il sovrano angioino, in sostituzione dell’ augustale, coniasse il “reale” d’oro. Di conseguenza l’augustale nominato nella citazione deve riferirsi a un periodo precedente a quello della costruzione e consacrazione della chiesa di Carlo. A questo punto mi chiedo perché sia sostanzialmente sfuggito, a quanti si sono occupati di queste cose, il valore di questa importante citazione del Di Pietro. Il motivo deve essere lo stesso che indusse anche il Di Pietro a non riflettervi sopra quando, in contrasto con essa, nelle pagine dedicate a Scurcola, affermava che il culto della Madonna della Vittoria traeva la sua origine dal santuario fatto costruire da Carlo d’Angiò nei pressi del fiume Imele, dove avvenne la battaglia, e poi andato in rovina: la cosa, a tutti nota, era talmente “evidente” che nemmeno uno, degli storici precedenti, si era posto il problema. Le cose a mio avviso saranno perciò andate in questo modo: inizialmente esisteva in Cappelle un complesso costituito da un monastero della Madonna della Vittoria e dalla chiesa di San Nicola, complesso che come abbiamo visto passò sotto la giurisdizione del Vescovo dei Marsi e che evidentemente mantenne l’antica denominazione che andò poi a coincidere con quella del nuovo e molto più potente e noto complesso messo su da Carlo, che di conseguenza oscurò il nome originario (messo tra parentesi nell’Elenco e probabilmente scomparso nel corso del tempo) di quello relativo alla chiesa di San Nicola, che forse fu retto da parroci-abati e da canonici direttamente dipendenti dal Vescovo, come avveniva ancora nell’Ottocento, ai tempi del Di Pietro. La coincidenza delle denominazioni avrà generato tutte le confusioni fatte successivamente da quelli che si sono occupati della questione.

Io non pretendo di avere in mano la verità indiscussa e indiscutibile ma una somma di osservazioni, che spero sensate, mi ha portato ad esprimere il punto di vista di cui sopra, e suppongo che anche per questo caso la motivazione originaria del culto sia da ricercare nell’acqua, elemento vitale e di per sé divino per le antiche popolazioni. Il non lontano paese di Santa Anatolia, nome che in greco significa ‘sorgente’, venera accanto alla Santa dello stesso nome anche una Santa Vittoria. E’ quasi superfluo far notare che in prossimità del paese esistono abbondanti sorgenti, captate da un acquedotto. Peraltro una fonte chiamata FiumeNatolia sgorga a pochi passi dall’antico alveo del Fucino, nel territorio di Aielli. Nella tradizione orale il “fiume” deriverebbe, passando sotto il paese, dalle sorgenti delle Suriendë, a 6-7 km dalla fonte: credenza formatasi automaticamente nella lontana epoca in cui il valore di anatolia (sorgente) era ancora trasparente per il parlante, e andava a coincidere con quello di suriendë (sorgente).

Se la verità storica dovesse essere diversa circa tutta quanta la delicata questione dell'origine del culto della Madonna della Vittoria di Scurcola, gradirei essere smentito, anche sonoramente.



[1] Andrea Di Pietro, Agglomerazioni delle popolazioni attuali della diocesi dei Marsi, Avezzano 1869, p. 206.
[2] Dante Alighieri, Inferno, XXVIII, 18.
[3] Andrea Di Pietro, op. cit. p. 197.

domenica 28 giugno 2009

Epiteti di Ade

Lo studio degli epiteti esornativi riguardanti l’Ade e il suo dio credo possa far riflettere seriamente su simili questioni anche coloro che, a torto o a ragione, nutrono dubbi sul mio metodo di interpretazione. Elenco alcuni epiteti. 1) Poly-sem-an-tor ‘che comanda su molti’ (sem-an-tor sarebbe letter. ‘guida, condottiero, colui che dà il segnale’; 2) Poly-koinos’ comune a molti’, il cui secondo membro richiama le espressioni kynee Aidou ‘l’elmo di Ade (che rendeva invisibile)’, e kyon Aidou ‘il cane dell’Ade o di Ade (Cerbero) di Omero, nonché il luogo di sepolture preistoriche in Olanda chiamato Hune-bedden’ letti degli Unni’ o, meglio ‘dei giganti’ come è volgarmente noto (cfr. ted. Hüne=gigante); 3) Poly-deg-mon o Poly-docos o Poly-dektes ‘che riceve molti’: dochos significa ‘recipiente’. Ora mi chiedo come sia possibile che ci si lasci ammaliare da questi significati superficiali alquanto cerebrali e artificiosi dato che esiste anche un 4) poly-andrion ‘luogo di sepoltura comune, cimitero’ che deve essere ragionevolmente inteso non come ‘(luogo) di molti uomini’ ma semplicemente come ‘sepoltura’ in quanto ‘fossa, cavità, casa’ in ambo i membri: infatti il termine significa anche ‘luogo di raccolta di uomini’, significato che sarà derivato da quello di ‘sala,casa’ : allora il secondo elemento originariamente doveva essere an-tron ‘antro, grotta, cavità’ e non aner, andros ’uomo, vir’. Poi, perché l’Ade dovrebbe ricevere ‘molti (uomini)’ e non ‘tutti (gli uomini)’? Io credo che quel poly- sia della stessa natura di pyla ‘porta’, di cui sarebbe guardiano il famoso Cerbero. Ci sono infatti diversi termini che ci danno man forte come il dialettale pugliese pulo ’conca carsica caratteristica della campagna pugliese’ oltre al serbo-croato polje ’bacino chiuso a fondo piatto tipico delle regioni carsiche’, greco phole-os ’grotta’, it. pula, lat. palea ’paglia, pula’, in quanto ‘rivestimento, buccia’: cfr. lat. pellis ’pelle’ e, quindi, lat. se-pel-ire, se-pul-crum nonché il secondo membro di it. casu-pola (per il secondo membro -pola cfr. il paese Polla-Sa., vicino alla ‘grotta di Polla’; la città di Pola-Istria, all’interno di una insenatura; la Grotta Polla, in una zona di tombe arcaiche a Sovana-Gr.); ecc. A non parlare delle illuminanti storielle che ci vengono dal mito, come quella del pescatore Diktys (cfr. greco dikty-on’ rete da pesca’: cfr. anche l’espressione diktyon Aidou’ la rete di Ade’, ad indicarne, credo, la ineluttabilità) dell’isola di Serifo che trova la cassa nella quale è racchiusa Danae e la porta dal re Poly-dekte, suo fratello ( nome che combacia con l’appellativo di Ade e spiega la ‘parentela’ del re con Diktys oltre a mostrare un’evidente somiglianza con la grotta Dikte a Creta, dove sarebbe stato partorito Zeus da Rea che lo voleva sottrarre alla voracità di Crono. Si racconta che Rea, mentre stava partorendo, premette le dita (si tenga presente il nome della grotta e il lat. digit-us ‘dito’) sul suolo e comparvero i Daktyloi ’Dita’, demoni che protessero Zeus. Mi pare che diverse parole possano rendere conto dei tratti del mito, come il gr. dik-ein’ gettare’, che rimanda all’idea di ‘spinta’ allo steso modo del lat. digitus, il quale per me equivale al concetto di ‘protuberanza’, una spinta verso l’esterno che dà ragione anche dei significati contenuti in lat. dic-ere ‘dire’, ted. zeich-en ’mostrare’, gr. deik-nymi ’mostro’. Interessante anche quello che dice Semerano su Eury-dike, a p. 228 del suo L’infinito: un equivoco millenario, a cui rimando. Dimenticavo di analizzare Poly-sem-an-tor che risulta pertanto composto di tre elementi tautologici con il secondo che combacia perfettamente con greco sema ‘segno, segnale, tomba’ , ed -an-tor che anche qui allude secondo me ad an-tron. Il ricorrente poly-, che formerebbe dei composti eufemistici secondo i più, lo ritroviamo nel termine Pl-ut-on ‘Plutone’ identificato con Ade e confuso con Pl-uto, dio della ricchezza avente la stessa radice di polys ‘molto, abbondante,ecc.’, di greco pim-ple-mi ‘riempio’, di greco ple-thos ’ folla, massa’, di lat. im-pl-ere ‘riempire’, lat. plus ‘più’. C’è anche il toponimo Plutonion ‘grotta di Plutone’, creduta l’ingresso dell’ Ade, oltre alla foiba Plutone. E non si può escludere a cuor leggero che la Palude stigia (palus stygia) non riecheggi, nell’appellativo, lo stesso Pl-uto (cfr. ingl. pool ’stagno, pozza, ansa profonda’ e anche ’profondità’ nei signif. figurati – deep pool of memory (profondo pozzo della memoria)-. Il verbo to pool significa anche ‘praticare un buco per mina’). In tutti questi esempi l’antica radice che indicava la ‘cavità’ e che si ritrova in greco pella 'secchio, vaso, coppa’ e in greco pel-ike ’coppa, tazza’, è andata a confondersi con quella più chiara nella coscienza del parlante, e cioè con quella di polys 'molto'.
Scientificamente l’unica cosa che conti veramente in questo frangente è secondo me il ricorrere continuo della radice pol, pel, ple che, vedi caso, ritorna anche in occasione del concepimento di Pluto, dio della ricchezza, quando la madre Demetra si congiunge con Giasione in un campo tri-polos ‘tre volte rivoltato o arato’ (Noi esaltiamo troppo la ‘fantasia’ degli antichi i quali invece non facevano altro che seguire scrupolosamente le parole della tradizione, perché senz’altro più disposti di noi a tendere gli orecchi all’insolito, allo strano, al magico, al divino, e certamente non potevano rendersi conto del tiro giocato nei loro confronti dalle stesse parole che trascoloravano nei significati di generazione in generazione, in un tempo in cui esse non erano nemmeno fissate nella scrittura. Resta comunque anche il fatto che Demetra era una dea ctonia, la cui figlia Persefone fu rapita da Ade) come dice Esiodo nella Teogonia, riecheggiando un passo dell’Odissea: ciò va spiegato con la postulazione di un significato necessariamente unico dietro la radice che non vale alcune volte molti uomini e altra volta molte cose (in Pl-utos oppure Pl-uton), ma che rimanda, con ogni probabilità, al mondo sotterraneo al di là dei vari significati superficiali con le relative spiegazioni (ce n’è sempre pronta qualcuna; anche Plutone sarebbe stato così chiamato per allusione alle ricchezze della terra in superficie o del sottosuolo: però in questo modo si potrebbero trovare gratuitamente dozzine di altre spiegazioni, come il fatto che l’aldilà è ricco di persone morte, o che Plutone, che rappresenta la morte, è il più saggio e più ricco di tutti gli uomini che si lasciano abbagliare dalle false ricchezze del mondo dei vivi!). In tri-polos, il secondo membro è messo dai linguisti in stretta relazione col lat. col-ere ’coltivare’, nel senso originario di ‘rivolgere’ la terra con l’aratro. Io non so se questo collegamento sia formalmente giusto, comunque sta di fatto che in greco polos ha il senso di ‘movimento circolare, rotazione, volta celeste, cielo, polo, globo terrestre’ , il che equivale a dire, per me, che la radice si prestava ad indicare anche la ‘cavità, la rotondità, la palla, ecc.’. Si potrebbe elencare una lunga serie di vocaboli che vanno dal lat. pila ‘palla’, al tibetano pulu ‘palla, da cui il gioco del polo , per tornare al franc. peloton ‘ gomitolo, palla, plotone’ , che assomiglia molto, vuoi per il significante che per il significato, a Plutone e con cui così si torna anche al concetto di ‘gruppo, massa’, presente anche nel franc. antico com-plot ‘gruppo, folla, complotto’. Una conferma di quanto detto è data da Tri-polje, nome di un sito preistorico dell’Ucraina e del relativo villaggio. Si tratta di una facies culturale in cui gli insediamenti, costituiti da case di legno o di clay bricks ‘mattoni d’argilla’, erano vicinisimi ai loro cimiteri che erano una duplicazione degli insediamenti stessi con locali rotondeggianti chiamati archeologicamente con la parola greca tholos ‘volta, casa a volta’ (cfr. ted. Tal ‘valle’). Anche la parola neios usata in questo caso per ‘campo’ sia da Omero che da Esiodo fa riflettere: essa è messa in relazione da taluni con la radice ni-,ne- di neio-then ‘dal basso, dal profondo’, nozione del resto inclusa anche in neiatos, neatos ’il più basso, il più profondo’ ma anche ‘estremo, ultimo’ , significato presente anche in neos (lat. novum 'nuovo' ). Quanto al greco Aides ’Ade’ il termine combacia col lat. aedes ‘tempio, casa’ perché inizialmente esso faceva riferimento alla cavità sotterranea degli Inferi , e del resto il nome Ade è spesso accompagnato da parole greche per ‘casa’. Quindi, a mio parere, sono da scartare le interpretazioni che rimandano all’ invisibilità (cfr. *a-(w)ides ’invisibile’), o a quella di ‘luogo d’incontro degli avi’ (anche se così intendevano gli antichi almeno riguardo all’invisibilità) modificando anche la scrittura della parola che oscillava tra la forma col dittongo iniziale (Haides) e l’altra senza (Aїdes). L’onestà intellettuale vuole che io citi anche un altro epiteto eufemistico riferito ad Ade da Eschilo e cioè nekro-deg-mon ‘accoglitore dei morti, cadaveri’ che potrebbe essere neoformazione del poeta modellata su poly-deg-mon, già presente nell’inno omerico a Demetra, ma potrebbe essere anche un composto tautologico più antico che richiederebbe un’analisi approfondita del primo elemento su cui ora sorvolo (cfr. comunque it. nicchia, ingl. nick ’tacca, gattabuia’, ingl. nickey ’tipo di barca’, e l’espressione oraziana delectari sale nigro ’dilettarsi di facezie pungenti’, esempi che sembrano deporre per un significato di 'cavità' della radice ). Ed è, quindi, ugualmente interessante introdurre ora anche il termine nekro-polis che indicava all’origine il cimitero sotterraneo di Alessandria d’Egitto e che, alla luce di quanto ho sostenuto precedentemente, non fa arricciare il naso se sostengo che il suo membro –polis solo accidentalmente rimanda al termine per ‘città’, essendo legato strettamente ai precedenti poly- e al concetto di ‘cavità’. Del resto anche il concetto di ‘città’ potrebbe derivare da quello di ‘abitazione, casa’. A conclusione di tutti questi esempi cade a pennello un ultimo epiteto relativo a ouranos ‘cielto, volta celeste’ costituito dallo strano poly-chalkos ‘ricco di rame, bronzo’ che, invece, richiama polos ’volta celeste’ nel primo membro e chalche ’guscio della porpora, voluta’ con la variante kalche, nel secondo, della stessa famiglia di kalyx ‘bocciolo, calice del fiore’ e di kylix ‘calice’, da cui il lat. calix ’calice’. Quando incontro esempi come questi che chiaramente non vanno sbrigativamente risolti tirando in ballo l’eufemismo ma solo col dare una spiegazione del dato assolutamente rilevante, ma misconosciuto dai linguisti, della insistita occorrenza della radice pol-, pel-, pl- nei supposti eufemismi, non riesco a trattenere un senso di sgomento verso coloro che, senza battere ciglio, passano oltre imperturbati e verso la loro meticolosa e ‘scientifica’ ricostruzione della vita delle lingue . In questi casi mi parrebbe perlomeno sensato porsi dei dubbi. Accenno in ultimo ad un’altra considerazione. La parola succitata ple-thos ‘folla, massa’ significa talora anche 'estensione, ampiezza, durata' ed apre così la porta ad altre considerazioni che vanno nella direzione del significato generico delle radici. Infatti essa non a caso tocca il campo semantico della parola platos ‘estensione, ampiezza, circuito, latitudine’ e di platys ‘esteso, ampio, piatto, piano, ecc.’, le quali non sono però collegate alla precedente dai linguisti, troppo fiduciosi nelle loro leggi fonetiche.
Sfogliando un dizionarietto tascabile di serbo-croato ho incontrato il sostantivo po-coj ‘riposo, pace, quiete’. La radice di lat. qui-es ‘quiete, riposo’ combacia con quella dell’elemento –coj e richiama il gr. kei-mai ‘giaccio, riposo, dormo, ecc.’, gr. koim-ao ‘metto a giacere’ da cui deriva anche gr. koime-terion ‘cimitero’, tutti significati che ruotano a mio avviso intorno a quello di ‘giaciglio, bassura, tomba’. Il cimitero non sarebbe quindi all’origine un ‘dormitorio’, ma indicherebbe semplicemente un luogo di sepoltura. In effetti un derivato di po-coj, e cioè l’aggettivo po-kojni, in serbo-croato significa ‘defunto, compianto’ , evidentemente dal significato etimologico di ‘giacente, in riposo’. Ora il prefisso po- è una preposizione dal significato un po’ vario rispondente all’italiano per oppure a, ma è anche forma abbreviata dell’avverbio pola, polu- che significa ‘mezzo, metà’. Se suppongo un legittimo originario *polu-cojni, antecedente o parallelo all’attuale po-cojni, ottengo un perfetto sosia dell’epiteto di Ade di cui sopra e cioè poly-koinos , spiegato dai linguisti con qualche difficoltà come ‘comune a molti’, e non a ‘tutti’, come sarebbe più logico. Ed è verosimile presupporre che i due significati di superficie del termine, quello greco (completamente erroneo) e quello serbo-croato (più prossimo a quello vero) derivino da una forma originaria comune che faceva diretto riferimento all’idea di ‘tomba, sepoltura, mondo sotterraneo, aldilà’. Certamente risulta difficile accorgersi di queste per me lampanti corrispondenze, una volta sepolto il significato di gr. poly-koinos e di tutti gli altri epiteti simili relativi ad Ade sotto la banalità e l'incongruenza di quei vari significati di superficie.
I latini se-pel-ire ‘seppellire’, se-pul-cr-um ‘sepolcro’ cui ho accennato sopra e che quasi tutti rimandano ad un verbo presente nel sanscrito dal significato di ‘onorare’, molto probabilmente sono composti della stessa radice pol, pel testé analizzata e simile a quella di lat. pellis ‘pelle’, come giustamente pensa Mario Alinei, una delle poche voci fuori dal coro. Il prefisso se- si ritrova secondo me sotto mentite spoglie sempre nel serbo-croato sa-hr-ana ‘sepoltura’, sa-hrani-ti ‘seppellire’ (cfr. serbo-croato po-hrani-ti ‘depositare, custodire’, in cui si ripresenta il prefisso po), sa-kri-ti ‘nascondere, celare’ (cfr. kri-ti ‘nascondere’). Esistono anche l’antico slavo po-gre-ti ‘seppellire’, il serbo-croato po-greb ‘sepoltura’ (cfr. ted. Grab 'fossa, sepoltura, tomba'). A questo punto c’è da supporre che il presunto suffisso –cr-um di lat. se-pul-cr-um sia in realtà un’antica radice tautologica rispetto alle altre della parola, in linea con la radice kr, hr dei diversi termini precedenti, corrispondente a mio avviso anche a quella di Ker-beros ‘Cerbero’, nome del famoso cane dell’ Ade.

Le categorie aristoteliche ostacolano la comprensione dei concetti generali all'origine del linguaggio

Diversi mesi or sono, chiudendo l'articolo "I vaveze (le /e/ non accentate sono mute) di Lecce nei Marsi e le balàte siculo-calabre", osservavo che bisognava tener conto anche dell'ingl. boulder 'macigno, ciottolo arrotondato' nello spiegare la parola leccese vàveze 'macigno' che presuppone una forma latina balteum, voce che nel dialetto d'Aielli e di altri paesi della Marsica e oltre, ha dato come esito ugualmente vàveze, ma col significato apparentemente tutto diverso di 'legaccio (per covoni di grano, formato con steli di grano sapientemente intrecciati)', vicinissimo a quello latino di 'cintura, bandoliera'.
Ora, trasponendo in italiano il testo in dialetto aiellese del poemetto Paponeide (cfr. Giuseppe Gualtieri, Paponeide, Grafiche Di Censo, Avezzano 2004), ho letto la nota n° 40 esplicativa del gioco a vota (it. 'a volta') e ho così appreso che il vote era un sasso rotondo del volume di un uovo, verso il quale una schiera di adolescenti, a turno, cercava di lanciare il più vicino possibile monetine d'identico valore. Il vote, quasi maschile di vota, deve rimandare ad un precedente volte, quasi uguale a danese bolt 'palla' e ad ingl. bould-er 'ciottolo, macigno' di cui parlavo prima. La sua rotondità, inoltre, mette ben in evidenza il valore di fondo di lat. balteum 'cintura', e cioè avvolgimento, in stretto rapporto, quindi, con ted. Walze 'cilindro, rullo' e con a. a. ted. walz-an 'girare, rotolare'.
Su questa idea di rivolgimento è basato tutto il gioco. Infatti il giocatore che ha mandato la propria moneta , che è rotonda, più vicino al vote, anch'esso rotondeggiante, le raccoglie tutte e ne forma una catasta, cioè un rotolo, e poi col vote stesso cerca di rovesciarle (erano state composte tutte a testa in su), verbo che secondo l'etimo significa rigirare.
Un macigno, per altro, anche quando è irregolare, resta sempre una massa o protuberanza grosso modo rotondeggiante, e così bisogna dedurre che i concetti, nella nostra mente, si tengono saldamente per mano, nel senso che essi formano una lunghissima catena in cui gli ultimi anelli, in conseguenza delle leggere variazioni successive, non assomigliano apparentemente più agli anelli iniziali della serie. Sempre a Lecce i masi piccoli vengono chiamati pallùtte, qualunque sia la loro forma, tondeggiante, puntuta o comunque irregolare. Ma noi, nel rintracciare i significati originari delle parole, siamo ancora abituati a ragionare sostanzialmente secondo i principi logici aristotelici, i quali secondo me rispecchiano solo la fase mentale successiva a quella primitiva, quando il significato si era inevitabilmente specializzato: di conseguenza duriamo fatica ad accettare e comprendere che, nella mente dell' homo loquens, una palla equivaleva concettualmente ad una massa informe, che un cerchio condivideva la sua natura con quella di un cilindro, di una sfera o anche di un monte, e che una valle rimandava anch'essa alla medesima idea generale di fondo. A conferma di ciò si incontrano in toponomastica monti e valli designate col nome Cerchio e suoi derivati. Inoltre non riflettiamo ancora abbastanza sul fatto che " (...) In tutta l'epoca moderna , quasi ogni progresso nella scienza, nella logica o nella filosofia, si è dovuto compiere sotto forma di opposizione alle teorie di Aristotele" (i).
Il gioco della vota si praticava soprattutto nel periodo natalizio che era caratterizzato, presso i popoli antichi, da feste solstiziali in onore del Sole che, in quel momento dell'anno, inverte la sua rotta nel cielo tornando a promettere calore e vita ai miseri mortali: non è affatto da escludere, quindi, che dietro il gioco della vota si celi un'allusione anche al rigirarsi del Sole (cfr. ted. Sonnen-wende ' voltata del sole, solstizio').
Durante queste festività era permesso dalle autorità il gioco d'azzardo e così la ruota della Fortuna poteva girare liberamente. Si noti anche che a Roma la festa della Fors Fortuna si celebrava il 24 giugno, data che in età repubblicana coincideva col solstizio estivo, come ci conferma Plinio (2).
Concludendo, credo torni utile far notare, in base a quanto ho detto, che l'it. volta (dial. vota) non deve necessariamente rinviare ad un supposto *volvita (dal lat. volvere 'girare') come pensano i linguisti, ma ad una volta o bolta, varianti di toscano balta 'ribaltamento, rovesciamento' e di it. ri-balta, i quali non debbono a loro volta fare salti mortali per dimostrare la propria origine, come invece sostiene il Devoto (3) che considera balta un incrocio di balza e volta. Queste voci secondo me fanno tutte parte ab ovo della grande famiglia testè individuata di ted. Walze 'cilindro, rullo', dan. bolt 'palla', lat. balteum 'cintura', voci leccesi vàveze e pallùtte, le quali, oltre a presentare una somiglianza innegabile se si pensa alla forma originaria di vàveze ( balte -um), mostrano un gioco d'alternanza vocalica simile a quello di parole semitiche).




(1) Cfr. Bertrand Russell, Storia della filosofia occidentale, Ed. Club del Libro su licenza della Longanesi, 1982, p. 209.
(2) Cfr. Alfredo Cattabiani, Calendario, Mondadori S.p.A., Milano, 2004, p. 238.
(3) Cfr. Giacomo Devoto, Dizionario etimologico, Ed. CDE S.p.A., Milano, 1984.

I Ciclopi e il concetto di rotondità

Ad integrazione dell’articolo Le categorie aristoteliche ostacolano la comprensione dei concetti generali all’origine del linguaggio risulta oltremodo utile riflettere su alcuni tratti del mito dei Ciclopi, esseri giganteschi e selvaggi di cui ci parla già lo stesso Omero (Od. IX).
In greco l’aggettivo kýklops significa ‘rotondeggiante’, senza alcun riferimento ai Ciclopi o al loro unico occhio (gr.óps ‘vista,occhio’) sulla fronte, cosa che dovrebbe già farci balenare nella mente la possibilità che il mito sia un derivato di qualche termine antichissimo che faceva riferimento a qualcosa di diverso dalle figure dei suddetti ‘bestioni’. E in effetti, se si tiene presente il racconto omerico nonché la considerazione, fatta già in occasione dell’articolo di cui sopra, che i macigni nascondono in genere il concetto di ‘rotondità’ dietro i nomi con cui vengono variamente indicati in una medesima lingua o in lingue diverse, non si può escludere, nel nostro caso, che dietro l’idea di ‘cerchio’ (kýkl-) si possa vedere quella di ‘macigno', appunto. Il termine kýklos comprende infatti, tra i suoi significati, quello di ‘globo, sfera, bulbo dell’occhio’ formando così una tautologia con l’altra componente –óps dell’aggettivo di cui si parla. Il fenomeno viene ulteriormente sottolineato dai significati di vari termini che, a mio parere, non sono che varianti di kýklos come kóklos ‘conchiglia, chiocciola’, chóchl-ax ‘ciottolo, pietra da macina’, kokkália ‘conchiglie o lumache marine’, kókkalos ‘pigna’. E qui bisogna introdurre l'abruzzese cìcele 'ciottolo, endice, cinguettio, bisbiglio' (cfr. vocabolario del Bielli) di cui ho parlato anche nel post Etimo di chicchirichì 'gheriglio'. Il vocabolo mi sembra rimandare proprio a greco kyklos 'cerchio' con l'inserimento di una vocale anaptittica tra la /k/ e la /l/, come avviene, ad esempio, per il termine dialettale aiellese becechellétta (le /e/ non accentate sono mute) dall'italiano bicicletta. Una curiosità. Sappiamo che in Teocrito il ciclope Polifemo diventa un tenero cantore dell'amata Galatea: molto probabilmente in questo caso la metamorfosi era un riflesso di altra interpretazione, magari presente in racconti mitici a noi non noti, delle componenti del nome kykl-ops. La prima componente, infatti, mi sembra vicina al suddetto abruzzese cìcele 'cinguettio' (cfr. aiellese arcaico chechelà 'cinguettare', greco kichlìzo' scoppio a ridere, cinguetto, nitrisco') e la seconda è la stessa del greco ops 'voce', diversa da ops 'occhio, vista': sicchè il nome proprio Poly-phemos col suo etimo trasparente 'pieno di sonorità, di voce' sembra configurarsi come una mera 'spiegazione', in chiave musicale, del precedente.
Il ciclope Polifemo è paragonato da Omero al cocuzzolo (gr. rhíon ‘vetta, promontorio’) isolato di alta montagna selvosa . Egli chiude l’ingresso della sua spelonca con un masso enorme. Il recinto antistante la sua grotta è formato da enormi sassi confitti nel terreno. Quando si accorge che Ulisse con i suoi compagni si sta allontanando con la nave dall’isola, svelle e lancia contro di loro la cima (gr. koryphé ‘cima’, nome che secondo me è all’origine dei molti monti Corvo in Italia, come meglio suggerisce la variante kórphos) di una grande montagna, ripetendo invano il lancio una seconda volta e imprimendo al sasso un moto rotatorio . Conosciamo inoltre tutti l’espressione mura ciclopiche con cui ci riferiamo a cinte murarie cittadine composte di enormi massi più o meno squadrati, come quelli delle mura di Tirinto e Micene che sarebbero stati sistemati proprio dai Ciclopi. L’idea di ‘rotondità’ si era realizzata anche in quella di ‘caverna, spelonca’ in cui questi mitici mostri vivevano, dando origine anche a toponimi come Kyklópeia, grotta nell’Argolide, ad altri nomi di grotte del mondo greco, oltre che alle Isole dei Ciclopi, faraglioni (quindi grossi massi) dinanzi ad Acitrezza, non lontano da Catania.
Un altro termine greco per ‘cerchio, ruota, disco’, e cioè tróchos, oltre a significare ‘pillola’ (corpo rotondeggiante), ne ingrandisce le dimensioni passando a significare ‘macigno’ nel nome composto oloí-trochos, la cui prima componente ritorna nell’altro composto tautologico cretese ouló-sphaira ‘sorta di pastiglia’. Sphaîra, anche da sola, può indicare la ‘pillola’. Le componenti oloí-, ouló-, a detta dei linguisti, rimandano al lat. volv-ere ‘girare’ e a diverse altre parole greche dello stesso campo semantico come olaí, oulaí ‘grani d’orzo’, ólyra ‘spelta’, élymos ‘panico, miglio, invoglio, astuccio’, oûlos ‘covone’, oulamós ‘torma, schiera, lat.globus’. Nel termine tróch-malos ‘pietra arrotondata, ciottolo’ compare nella seconda componente una variante di greco mýle ‘macina, mola’, greco mále ‘ascella, cavità ascellare’, lat. mola ‘macina’, ingl. mill ‘mulino’, got. mal-an ‘macinare’, ecc. L’aggettivo trócchjë ‘ tarchiato, tozzo, grassotto’, abbastanza diffuso nei dialetti della Marsica, credo si debba riportare a forme greche come troch(a)lós ‘ rotondo’.
Il greco rhómbos indica qualsiasi corpo sferico o circolare, come il ‘tamburo’ o la ‘trottola’, ma anche il ‘movimento rapido circolare, turbine’, oltre alla figura geometrica chiamata appunto ‘rombo’ o ‘losanga’, che rotonda non è, ma grosso modo rotondeggiante e, pertanto, figlia dello stesso identico concetto originario più generico di ‘involto, massa, pacco, ecc.’.
Ho incontrato proprio oggi 7 luglio 2009, in un vocabolario abruzzese presente in rete (una raccoltina di parole senza pretese ), il termine chichilùne 'pietre grandi, grandine', che conferma quanto dicevo sopra sull'altro termine abruzzese cicele 'ciottolo' e su greco kyklos 'cerchio': esso ha salvato anche la pronuncia gutturale!

In bocca al lupo! crepi!

  

    Il diffusissimo augurio In bocca al lupo! crepi! proveniente dal mondo dei cacciatori credo che debba essere spiegato diversamente da come normalmente avviene, anche se esso sembra adattarsi bene ad indicare una situazione di estrema difficoltà da cui il cacciatore saprà cavarsi, come è espresso dal perentorio “crepi!” il quale, però, suona un po’ vago perché non ci dice in conseguenza di che cosa (una fucilata?) il lupo debba crepare. Se si suppone che il detto abbia un’origine ben antecedente all’epoca dell’invenzione della polvere da sparo, come è molto verosimile, allora bisognerebbe pensare più che a una fucilata ad una frecciata o qualche altro termine che rispecchi le modalità di caccia di epoche remote, anche preistoriche.

    In effetti io penserei ai lacci con cui si catturavano uccelli e altri animali, sistemati in posti dove essi erano soliti trovarsi o passare. L’espressione simile (oggi poco usata) andare in bocca al lupo, trova infatti un esatto corrispondente nel francese donner dans le panneau (dare nel laccio). Ma la bocca del lupo che cosa starebbe lì a rappresentare? Secondo me essa, in tempi lontanissimi, stava ad indicare proprio il nodo scorsoio formato dal laccio usato dal cacciatore, se è vero che in italiano esiste ancora il termine marinaresco bocca di lupo ‘tipo di nodo scorsoio’. In tutte queste espressioni il lupo non sarebbe altro che il paravento di un termine antichissimo per ‘nodo scorsoio, cappio’ apparentato con l’ingl. loop ‘cappio’. Allora acqisterebbe tutto il suo luminoso valore il “crepi!” in questione riferito al laccio che il cacciatore si augura che 'si spezzi', uno dei significati del lat. crepare. Il laccio inoltre poteva essere formato di strisce di pelle, di spaghi più o meno consistenti e, nella notte dei tempi, di materiale vegetale come steli di grano, ramoscelli flessibili, ecc.

sabato 27 giugno 2009

Riflessioni sulla natura del concetto

Mi sembra che la mia concezione della genericità dei significati di fondo delle parole sia in qualche modo sostenibile anche attraverso quello che pare rivelarsi come un errore di ragionamento fatto dalla filosofia a partire dai Greci, circa la natura del concetto o idea , la quale, secondo l’empirista Locke, sarebbe il derivato dell’esperienza che offrirebbe all’intelletto, inizialmente una tabula rasa, i dati sensoriali provenienti dalle cose, molteplici e diverse. Si sostiene, insomma, seguendo la stessa linea logica di Socrate, che vedendo molti cavalli particolari la mente astrae dai dati prodotti dalla sensazione quello che di comune essi hanno e forma l' idea o il concetto di cavallo, la "cavallinità", la quale però, secondo Locke, è semplicemente un’astrazione della nostra mente, non ha consistenza di verità metafisica e non spicca il volo verso nessun iperuranio. Ma a me pare che non si potrebbero conoscere i cavalli singoli e particolari senza avere già bella e pronta nella mente proprio l’idea di cavallo in generale. Come si può stabilire che questo è un albero di noce, diverso dal ciliegio, pioppo, ecc. se prima non si ha nella mente l’idea generale di albero? Mi pare che, senza di essa, non si potrebbe nemmeno riconoscere alcunchè come albero. Si potrebbe obbiettare che quello che l’uomo onomaturgo vide, in prima istanza, non erano degli alberi bensì delle cose o cosi: ma si tratterebbe sempre di un’idea, anzi di un’idea rivelatrice, per la sua estrema genericità, della effettiva situazione in cui l’uomo si trovò all’inizio dello sviluppo del linguaggio, situazione simile a quella in cui ci ritroviamo quando, dimenticando i termini delle cose e delle azioni, adoperiamo il sostantivo coso e il verbo cosare. Quindi questa idea di albero non possiamo averla derivata dalla molteplicità delle specie arboree, come anche l’idea di noce non possiamo averla derivata dalla molteplicità dei noci singoli, individuali, perché nel preciso istante in cui affermo che questo noce è simile ma non uguale, nelle foglie, nel tronco, ecc. all’altro, io faccio un uso preventivo e abusivo della parola noce, generica rispetto ai vari rappresentanti della nocità ma, quello che più conta, anche antecedente, appunto, ai vari noci particolari dai quali invece avrei dovuto estrarla. Sarebbe cosa più logica e vera se dicessi che, nel momento in cui colgo la somiglianza dei vari individui di una stessa specie ancora da nominare, io non posso non usare il vocabolo generico albero immediatamente sovraordinato a quello della specie ancora senza nome o magari anche il termine genericissimo coso il cui significato è molto probabile che stia anche sotto a quello che a noi ora sembra appositamente creato per quella specie e non altra, aiutati in questo dalla intervenuta opacità etimologica dei termini usati. Non si può, d’altronde, assolutamente supporre che l’uomo preistorico abbia effettivamente passato un bel giorno in rassegna le varie specie arboree e animali e abbia coniato seduta stante per ciascuna, basandosi sui suoi tratti caratteristici (ma potrebbero sorgere delle incresciose disparità di vedute tra gli uomini nell’individuare questi tratti) , il suo bel nome nuovo di zecca! E’ molto più naturale supporre, come molti casi nelle varie lingue ci aiutano a sostenere, che vi sia stata una specializzazione di significato, nelle parole coinvolte, dal generale al particolare nel corso del tempo. Questo, oltretutto, sarebbe l’unico modo per sottrarsi all’ingrato compito di scegliere, per ogni cosa o idea da nominare, il corrispettivo termine specifico, e risolverebbe quel senso di sconcerto o mistero che promana a mio parere dalla cosiddetta arbitrarietà del segno linguistico, la quale per definizione, appunto, non ci dà nessuna indicazione sul perché un significante si ritrovi legato insieme ad un significato particolare nell’unità della parola. Il problema, che sembrerebbe irrisolvibile, trova invece in questo modo una soluzione, venendo ogni segno ad essere motivato da quell’unico significato generico di fondo, uguale per tutti. D’accordo, ciò in pratica equivale quasi a dire che ogni segno è arbitrario, potendosi scegliere allo stesso modo per ogni concetto da esprimere qualsiasi significante, ma la motivazione connessa dà all’uomo onomaturgo il grosso vantaggio di poter colmare agevolmente quello che altrimenti sarebbe un gap imbarazzante e quasi insormontabile tra un significante e un significato tra sé perfettamente estranei e completamente scollegati , in ogni atto di nominazione. Ciò costituirebbe, oltretutto, una netta violazione del principio del naturalista Linneo secondo cui Natura non facit saltus. Allora donde potrebbero scaturire questi concetti generali se è vero che essi sono antecedenti ai singoli e innumerevoli individui? Io debbo, alla luce di queste considerazioni e di un sano realismo, dedurre che le idee generiche di cavallo, cane, gatto, ecc., non potendo derivare dalle idee dei singoli cavalli, cani e gatti, i quali, prima che venissero in qualche modo distinti dagli altri innumeri appartenenti al regno animale dovevano perlomeno rientrare nella categoria generica di ‘animale’, scaturiscono proprio da quella più generica ed antecedente di animale, e che le idee di pioppo, ciliegio, noce, ecc. discendono da quella più generica ed antecedente di albero, vegetale e così via per tutte le altre classificazioni anche del regno minerale. E questo è stato possibile perché probabilmente, nelle fasi iniziali dell’attività linguistica, le comunità di parlanti, anche le più piccole, hanno creato e diffuso un numero alto di nomi di ‘esseri viventi’ i quali sono poi stati usati via via , in un processo di scambi reciproci e di incroci vari, ad indicare spessissimo solo delle classi specifiche di piante e di animali, caricandosi di significati più particolari. Del resto esistono diversi casi, come più su accennavo, in cui la parola per ‘animale’ è passata ad indicare un ‘animale particolare’ , come il deer ‘cervo’ inglese che in altre lingue germaniche significa ‘animale’. Il greco drys significa sia ‘albero’ che ‘quercia’, cogliendo il processo, per così dire, in fieri. Un amico mi diceva che a Pero dei Santi-Aq, un paesino della Valle Roveto, la parola albero indica l’ 'olmo'. Se si invertissero le parti e la lingua di questo paesino appartenesse ad una comunità vasta ed importante come quella latina e quest’ultima appartenesse ad una minuscola comunità , saremmo di conseguenza portati a dire che il termine latino arbor, col suo significato generico, è un tipico esempio del fenomeno di ampliamento del significato rispetto allo stesso nome usato a Pero dei Santi col significato specifico di 'olmo', trascinati dalla subdola convinzione che la lingua latina, nel caso supposto, appartenendo ad una minuscola comunità, dovesse essere per forza in una condizione di subalternità e posteriorità rispetto all’altra, molto più ampia ed importante: il che sarebbe una palese falsità, perché il ragionamento non tiene conto del fatto che nei tempi più remoti della preistoria i rapporti di forza tra il latino e la lingua di Pero dei Santi potevano essere completamente diversi da quelli supposti nell’esempio. Non è certo che la parola arbor sia passata dall’una all’altra lingua: potrebbero ambedue le lingue averla ereditata da una lingua precedente in cui essa probabilmente aveva il significato generico di albero come in latino. Resterebbero così in fondo a tutte le parole le poche idee generiche di 'animale, vegetale, cosa' che trovano, nonostante l’inerzia della parola ‘cosa’, un comune denominatore nel concetto di anima, concetto conforme alla mentalità primitiva. Ancora Seneca afferma che arbusta animam habent, nec sunt animalia : la correzione è dovuta solo al fatto che ai tempi di Seneca l’uomo aveva già operato la distinzione , nel linguaggio, tra piante e esseri animati, senza comunque aver attuato completamente quella tra uomo e animale. L’idea di anima coincide con quella di essere vivente, vita, e essere tout court, la quale ultima è un’idea indefinibile, a detta dei filosofi, in quanto ha la massima estensione e la minima intensione, cioè appartiene a tutti gli enti senza indicare le connotazioni di nessuno. Ed è la prima, naturale, inevitabile idea che la coscienza dell’uomo si trova davanti, quando riconosce l’esistenza delle cose (animali, piante e altro), nel momento in cui essa, uscendo dalla condizione animale, si illumina e riflette sulla realtà circostante. Io poi non credo, come d’altronde fortemente ci indica la stessa universalità dei concetti che si applicano non ad individui particolari ma a tutti gli individui, l’uno diverso dall’altro, d’una stessa classe, che le etimologie dei nomi debbano condurre ad aspetti secondari delle cose nominate, come sarebbero le corna rispetto ai cervi (il lat. cervus viene ricondotto all’idea di ‘corno’, ma così facendo, oltretutto, si decide arbitrariamente di non considerare la metà femminile della specie che non possiede corna), o la caratteristica di una coda mobile per l’uccello chiamato in dialetto cuterenzìnzela (cfr. l’articolo La ‘cotanzìnzera’ di Castellafiume e la ‘cuterenzìnzela’ di Aielli ) oppure, nello stesso articolo, il presunto luogo frequentato dal pipistrello, animale chiamato in alcuni dialetti sopre-ppinghe ‘sopra-tegole’ e in altri spara-pingule, come se esso si divertisse addirittura a lanciare (spara-) cocci (-pingule), ma credo che esse si riferiscano proprio alla qualità basilare e generica degli enti indicati, che nel caso degli animali è la loro animalità. Infatti lo spara-pìngule nel dialetto di Cerchio-Aq diventa sparv-ìngule e fa intravedere una sua possibile somiglianza con sparviere. Kant introduce i principi a priori i quali organizzerebbero i dati più o meno ciechi provenienti dall’esperienza sensibile. Ma oggi è chiaro che questo a priori, se è tale per il singolo individuo, non può esserlo più dal punto di vista filogenetico, se si tiene presente cioè tutto il percorso che la nostra mente ha compiuto nel corso dell’evoluzione, elaborando man mano dall’esperienza quei meccanismi che presiedono alle funzioni vegetative e a quelle razionali riguardanti il suo modo di guardare e nominare le cose del mondo.
E’ incontrovertibile il fatto che tutte le parole di tutte le lingue indicano gruppi o classi di individui, e non i singoli individui a cui pure si applicano. Se pertanto fossi costretto anche solo a scommettere sulla loro origine da concetti generalissimi come quelli di vita, forza, essere, spinta oppure da concetti più o meno particolari rispondenti alle singole e svariatissime classi e sottoclassi di animali, oggetti ed altro esistenti nel mondo, non c’è dubbio che, nella scelta, darei un gran peso alla caratteristica incontrovertibile, appunto, di tutte le parole: la loro costante vocazione al generale, all’universale, che deve essere allora il fedele specchio di una loro natura profonda che sale su fin dalle loro più antiche radici e che non può essere completamente oscurata dalla cangiante cosmesi dei significati superficiali, sia pure utili alla comunicazione stessa e alla distinzione della varietà del reale. E considererei i casi di specializzazioni o riduzioni di significato che inevitabilmente una lingua ci presenta, in parte generati dalla necessità di dover riferirsi a sottoclassi via via più ristrette, in parte causati dai numerosissimi incontri, incroci e sovrapposizioni di vocaboli simili, nel frattempo specializzatisi anch’essi, che, nella lunga storia delle lingue, si sono inevitabilmente verificati come tanti incidenti di percorso e che sembrerebbero deporre a favore di una lingua nata con la vocazione del particolare e non del generale, come nel caso dei significati particolari assunti da uno dei termini dialettali per ‘pipistrello’, di cui ho parlato più sopra, significati che svolgono proprio la funzione di paravento rispetto a quello che secondo me è il significato originario soggiacente a tutti gli altri che il vocabolo coinvolto può aver attratto in superficie, cioè quello di ‘volatile, uccello’ oppure, ancora più in fondo, quello di ‘animale, essere vivente’.