venerdì 18 dicembre 2009

Fare il portoghese

In merito all’articolo “Fare il portoghese: un gioco di parole, non un eterostereotipo” di Ottavio Lurati apparso in RIOn, XV (2009), 2, pp. 482-84, vorrei esprimere le seguenti considerazioni.
Come per tante altre espressioni, detti, motti, proverbi io sono convinto che la strada maestra per spiegarli sia diversa da quella seguita dal Lurati. Nel mio dialetto di Aielli-Aq, ad esempio, ricorreva il modo di dire ‘n-gòr’ a ssòlë 'in faccia al sole' ( cfr. n-gàr’ a ssòlë 'in faccia al sole' a Celano-Aq, carassole 'solatio' in nuorese) specialmente nella frase so’ statë ‘n-gòr’ a ssòlë tutta la jurnata ‘sono stato -a lavorare nei campi- tutto il giorno sotto al sole’, il quale non può essere spiegato come ‘nel cuore del sole’ perchè in questo caso si sarebbe detto allë còrë jji sòlë come si dice allë còrëllë callë ‘nel cuore del caldo, nel momento del massimo calore’, allë còrëjju mmérnë ‘nel cuore dell’inverno’. Mi pare pertanto plausibilissimo supporre che il detto ‘ngòr’ a ssòlë sia pari pari, senza l’intrusione di elementi estranei , il lat. incoram solis ‘in faccia al sole’. Il bello è che secondo me la stessa espressione latina ha dato luogo in siciliano ad un’altra reinterpretazione, sempre senza l’intrusione di elementi che vadano al di là del perimetro del significante incoram originario, che suona cucìrisi i corna ō suli ‘ essere costretto a lavorare in faccia al sole tutta la giornata’, letter. cuocersi le corna al sole. Ognuno può agevolmente vedere che è probabilissimo che il siciliano i corna, il quale, rispetto ad incora(m), si differenzia solo per uno spostamento metatetico della -n- , sia una semplice reinterpretazione o rietimologizzazione, nel contesto del dialetto siciliano, della preposizione latina che nel frattempo era divenuta semanticamente opaca per i locutori: il provvidenziale i corna, anche se prodottosi quasi casualmente dal sottostante incoram, permette al siciliano di continuare in qualche modo ad usare la probabilissima frase latina, visibile in trasparenza sotto quella dialettale, cioè coqui (o se coquere) incoram solis. Per queste considerazioni mi permetto di non condividere quanto asserito a proposito della locuzione siciliana (cfr. Cortellazzo-Marcato, I Dialetti Italiani, UTET, 1998, s. v. corna) dal Cortellazzo il quale la intende letteralmente ‘cuocersi le corna o la testa al sole’ e non si pone minimamente il problema rappresentato dal possibile trascinarsi nei vari dialetti di parole o espressioni latine, naturalmente camuffatesi sotto altre vesti. Potrei citare una sfilza di esempi simili ma credo che sia sufficiente fermarmi qui. Ed è bello constatare che anche il Saussure (cfr. Corso di linguistica generale, traduzione di Tullio De Mauro, Laterza, 1976, Bari, p. 104) avvertiva che “contrariamente all’idea falsa che noi volentieri ce ne facciamo, la lingua non è un meccanismo creato e ordinato in vista dei concetti che deve esprimere (il corsivo è mio). Al contrario, vediamo che lo stato risultante dai cambiamenti non era destinato a notare le significazioni di cui si carica”. L’esimio linguista in questo caso parlava del formarsi fortuito, quasi automatico, di alcuni plurali nelle lingue germaniche in conseguenza di intervenuti cambiamenti diacronici nei precedenti tipi di plurale, ma allargava contemporaneamente il discorso a tutto il sistema linguistico lamentandosi che la maggior parte dei filosofi della lingua non tenesse affatto conto di questa concezione di cui nulla era più importante.
Ora, all’inizio del suo articolo, il Lurati fa una importante osservazione sulla facilità con cui noi siamo inclini ad addossare agli altri (popoli, città, classi sociali, ecc.) determinate caratteristiche e qualità che in fondo possono essere comuni a tutti gli uomini. Si creano in questo modo i numerosi eterostereotipi di cui fare il portoghese ‘non pagare il biglietto, essere tirchio’ sarebbe un esempio, anche se, almeno questo, potrebbe essere spiegato, dice Lurati, a partire da un gioco di parole.
A Roma, nell’ambiente delle maschere e degli spettatori, serpeggiava l’espressione entrare a teatro a pporta rotta che voleva dire entrare a vedere lo spettacolo quando esso era già iniziato e la porta d’ingresso, quindi, era stata aperta. Il Lurati mi pare consideri già scherzosa la suddetta espressione forse per via dell’eccesso della “rottura” della porta che era stata invece soltanto “aperta”. Ma non si riflette sul fatto che in quella espressione l’aggettivo "rotta" poteva costituire benissimo la sopravvivenza di un latino rupta nel semplice senso di ‘aperta’. In effetti già il lat. rumpere aditus significava ‘aprire, forzare gli ingressi (tra ostacoli)’ ma il verbo, strada facendo, aveva finito forse per assumere anche il significato di un generico ‘aprire’ come starebbe a significare l’it. rotta ‘direzione, percorso, via (di una nave o aeromobile)’ , se è vero che proviene dal lat. (via) rupta, forse attraverso il franc. route.
Supporre poi, come fa il Lurati, che fare il portoghese possa essere espressione formatasi, per affinità fonetica, sull’onda di queste coniazioni scherzose riferite alla porta da parte dei romani significa a mio avviso fare un salto semantico gigantesco e uscire abbondantemente dai limiti del significante di porta, contravvenendo così anche all’avvertimento di Saussure di cui sopra nonchè al tipo di derivazione configurato dal caso dell’ incoram, perpetuatosi sotto traccia nelle due espressioni abruzzese e siciliana. Oltretutto il Lurati, a mio avviso, cade in palese contraddizione con quanto aveva asserito all’inizio dell’articolo circa il formarsi degli eterostereotipi, nel momento in cui afferma che i romani sarebbero naturalmente inclini (come se tutti i romani lo fossero e non anche gli altri abitanti d’Italia e del mondo) a simili coniazioni scherzose. Purtroppo succede spesso che quando si tratta di avvalorare proprie tesi, si cade inconsciamente vittima di subdole pulsioni autoconfermative. Partendo dal termine porta sarebbe stato molto più facile e naturale associarvi, ad esempio, la figura del portiere o portinaio ed addossare ad esso il vizio della taccagneria o spilorceria: non si vede infatti il motivo per cui a questo riguardo i portoghesi dovrebbero essere preferiti alla categoria dei portinai più a portata di mano.
Lo spirito della lingua, poi, non può essere paragonato, a mio avviso, a quello di uno sbrigliato giullare che infila un foulard sotto il cappello estraendone quindi un piccione per épanouir la rate de la noblesse. La lingua preferisce più spesso bazzicare le strade battute dalla gente comune che rappresenta il grosso dell’umanità, che ha, ed ha avuto soprattutto in passato, poco tempo e voglia per i divertimenti, che rabbercia alla bell’e meglio le cose che possiede, adattandole alla bisogna, poco adusa allo scarto e allo scialo. La lingua non spreca mai, ogni volta che sia possibile, il materiale residuato da un suo stato precedente. L’esempio portato dal Lurati per confermare genericamente “l’inclinare allusivo al calembour” è quello dell’espressione fare il polacco ‘fare il ruffiano’, che non ha nulla da dividere con l’abitante della Polonia “bensì gioca in tono allusivo –dice il Lurati- sul suono del termine riplasmando il motto portar polli con cui a lungo si indicò lo stratagemma del ruffiano che, con il pretesto appunto di portare polli nelle case, vi faceva giungere biglietti dolci e proposte per appuntamenti”. Ora, a me sembra quasi impossibile che si sia passati da pollo a polacco senza nemmeno una sia pur brevissima sosta mentale all’intermedia pollanca ‘pollastra, tacchina giovane’ o *pollanco (attestato come cognome). Come si può ben notare, allora, più che di inclinazione al calembour io parlerei, seguendo il Saussure, di quasi inavvertibile e graduale passaggio ad altro stato del termine coinvolto, che si carica così, per puro caso, di un significato verso il quale non era stato indirizzato in partenza.
L’espressione portar polli, poi, mal si adatta alla spiegazione sopra riferita dal Lurati, basata chiaramente sul suo significato letterale, visto che si incontra (cfr. Carlo Lapucci, Modi di dire della lingua italiana,Valmartina edit., Firenze, 1969, p. 344) l’altra espressione fare il pollo (in galantina) ‘fare lo svenevole, il galante’ di significato affine alla precedente ma refrattaria, per una sua spiegazione, all’idea del ruffiano-portatore di polli: molto probabilmente allora i “polli” sono in questi casi un paravento, che nasconde in profondità un significato completamente diverso da quello sbandierato in superficie. Forse qualcosa potrebbero dircela in proposito termini come l’it. bullo che, secondo l’etimo tradizionale, rimanda all’alto ted. medio būle ‘amico intimo, drudo’, cfr. ted. Buhle ’amante’, ted. Buhler ‘galante, amante’. Considerato che anche in francese (XVI sec.) abbiamo un poulet ‘biglietto dolce’, diminutivo di poule ‘gallina’, non è forse azzardato supporre che alla base di queste forme in labiale sorda iniziale si nasconda una variante, con la 2° rotazione consonantica, di una base germanica *būle con significato variamente modulato di ‘amore, amoreggiamento, corteggiamento, segno d’amore, galanteria, amato, amante, ecc.’. Allora tutte le tessere del mosaico andrebbero a posto e sparirebbero come neve al sole le false spiegazioni dei modi di dire che si insinuano nelle nostre menti col favore dei significati che prolificano sulle loro superfici. L’espressione fare il pollo in galantina è andata ad incrociarsi, senza motivo, con il piatto raguseo galantina preparato a base di carne bianca, specialmente di pollo farcito, e servito con gelatina (lat. mediev. galatina).
Ora, credo sia arrivato il momento di avanzare la mia proposta per fare il portoghese. Non si può certamente dubitare che l’attestazione dell’espressione è solo novecentesca, come con dovizia di citazioni constata il Lurati. Ma questa constatazione, a mio avviso, non chiude tutte le porte alla possibilità che la locuzione sia giunta fino a noi provenendo da tempi lontani. Il fatto della sua mancata registrazione nei vocabolari in lingua prima del ‘900 poteva essere dovuto, ad esempio, alla considerazione, da parte dei compilatori dei dizionari, che essa avesse una coloritura troppo dialettale, perchè ancora poco diffusa, ed è anche possibile che essa sia rimasta proprio per questo addirittura ignota a loro per alcuni decenni. E’ un fatto che dopo l’unità d’Italia confluirono nella capitale parlate provenienti da tutte le parti della penisola, qualcuna delle quali poteva aver portato con sè la locuzione, la quale, dopo aver vivacchiato per secoli all’ombra di qualche sconosciuto dialetto, potè, dopo un periodo di incubazione nella capitale, esplodere con tutta la sua forza fino a diffondersi sull’intero territorio italiano. I dizionari dialettali romaneschi potevano, dal canto loro, averla ignorata anche perchè essa magari appariva già in veste italiana nella capitale, in quanto introdotta appunto dal di fuori da chi, non sapendo ancora parlare romanesco, cercava di parlare secondo l’italiano standard del tempo. D’altronde si sa che il romanesco non si discosta molto dall’italiano.
Dopo questa premessa io mi sento confortato a supporre che la parola portoghese sia in questo caso il risultato della fusione di due termini, il primo dei quali dovrebbe essere por- (da un precedente porë oppure poro) contrazione, diffusissima in vari dialetti, di un originario povero dal lat. pauper, mentre il secondo dovrebbe essere il greco ptokhós ‘povero, poverissimo, mendicante’ con la perdita della labiale iniziale come avviene per it. tisana dal gr. ptisánē, it. Tolomeo dal gr. Ptolemaîos. D’altronde la labiale, inserita tra la -r- di por- e la dentale di ptokhós, creava qualche difficoltà di pronuncia e pertanto sarebbe stata lasciata a maggior ragione cadere. Il nome bilingue avrà assunto prima la forma latineggiante *por-(p)tochosum, per influsso dei molti aggettivi latini in –osus, e poi, fatalmente, sarà andato a cadere in braccia all’etnico portoghese, una volta divenuti opachi i due componenti della parola. Il suo significato doveva essere quello di ‘povero, mendicante, straccione, pidocchioso, taccagno’ o anche di ‘povero straccione, povero taccagno’ con un senso di compatimento indotto proprio dal ‘povero’, come avviene nelle espressioni simili in voga anche oggi. Nella Toronto degli anni ’60, mi assicura Angelo Gualtieri, un mio carissimo amico che vive in Canada, circolavano dei composti simili come pizza pie, prosciutto ham, ricotta cheese. Quando due civiltà si incontrano è naturale che il linguaggio si mescoli. Cosa che è avvenuta sempre, fin dai primordi della vita associata dell’umanità dotata di parola.
Così stando le cose, io credo che gli eterostereotipi siano quasi tutti falsi, non solo quello relativo al portoghese. Il Lurati cita il tedesco er ist ein Nassauer ‘è un abitante della città di Nassau’, usato per chi entra di sotterfugio a teatro: a me sembra percorribile, almeno come punto d’avvio per la spiegazione, la strada che ho trovata in Wikipedia, seguendo la quale il detto deriverebbe dall’espressione berlinese for nass ‘gratuitamente’, che a sua volta rimanderebbe al furbesco nassen, scaturito dallo jiddisch occidentale nossenen ‘regalare’. Ma già nel XVI sec. nass, da non confondere con l’omofono nass ‘bagnato, umido’, stava per liederlich, ohne Geld riferito a persona spregevole e senza un soldo. Di nessun valore, comunque, è l’aneddoto cui ha dato vita l’espressione, aneddoto che anche in questo caso non poteva mancare. Infine per il francese grivèlerie ‘frode allo scotto’ (da grive, lat. graecus), cui Lurati accenna, rivolgerei l’attenzione al logudorese crecu (che nulla ha a che fare con logud. grecu ‘greco’) e campidanese creciu ‘interesse, usura, strozzinaggio’ (catalano creix, escreix), considerato il senso collaterale di avarizia e taccagneria che spesso accompagna la parola usuraio.
Ora, sono certo che si dirà che il mio *por-(p)tochosum ha il difetto di non essere attestato. Ed è vero. Ma tutto sembra congiurare a renderlo per così dire self-evident, perchè si situa quasi alla perfezione, senza slabbrature, sbavature o spazi vuoti, all’interno del significante portoghese. Le altre spiegazioni possono essere dotte quanto si vuole e svolte secondo i canoni più scientifici, ma danno tutte la chiara impressione, a mio avviso, di abbandonare l’alveo naturale in cui bisogna ricercare le origini della locuzione, perdendosi nelle plaghe o della pura fantasia aneddotica (la quale, se si va ad indagare, risulterà magari anch’essa un prodotto di suggestioni emananti dalle parole) o di quelle che, francamente, mi sembrano soltanto delle mezze idee che fanno guardare in tralice la presenza di un improbabile portoghese là dove si spalanca solo l’enigma di una porta rotta.

martedì 24 novembre 2009

Vecus Eidus (Eidius, Eidium, Eidianus, Eidianellus?)

La dedica ad Ercole (Hercolo), del II-I sec. a. Ch., rinvenuta in località Santa Monica a Cerchio presuppone la presenza di un tempio, dato anche il ritrovamento di 109 monete, due delle quali d’argento, in quello che doveva essere il thesaurus in pietra squadrata del santuario. Il nome del Vecus (lat.Vicus) Eidus (nell’epigrafe compare il genitivo Veci Eidi, nome, quest'ultimo, che potrebbe però essere anche l’abbreviazione di *Eidiani, l’aggettivo etnico derivato da una base Eidius, forse in epoca più remota Eidus), il centro abitato dei due magistri realizzatori del donario, con moltissima probabilità deve avere a che fare col toponimo Vëcènna relativo alla abbastanza vasta zona a sud del Cimitero di Aielli confinante, al suo lato sud-est, con la suddetta località Santa Monica. Si tratta di contrade in cui è facile notare in superficie frantumi minutissimi ma numerosi di materiale laterizio, come nell’attigua località Fontillara, sicuro indizio della presenza di un agglomerato o di diversi agglomerati di una certa grandezza in antico. La forma vecus, comparente anche in altre epigrafi della Marsica, sta al posto di lat. vicus.
Il nome del vicus, man mano che dal latino parlato (già diverso da quello di Roma) si passò a quello che sarebbe stato il nostro dialetto, dovette suonare dapprima come Vëk(ë)-èidë o Vëk(e)-èdë, secondo norme linguistiche assodate, riscontrabili anche nelle attuali parlate che riducono al suono indistinto schwa (in altri termini alla e muta) vocali finali di parola e molte di quelle non accentate . Nel dialetto di Celano è muta anche la -a finale di parola. In un secondo momento, quando ormai l’agglomerato non esisteva più e se ne era persa magari anche la memoria, il probabile toponimo Vëk-èidë, unico resto dell’antico vicus, trasformatosi nel frattempo in un Vëcèidë (con intervenuta pronuncia palatale della velare) di significato oscuro alle orecchie della gente o, semmai, assonante con la radice di vicem ‘vece, vicenda’ o di un suo derivato, dovette incrociarsi – cosa che avviene normalmente in linguistica, in virtù della cosiddetta etimologia popolare - con altro termine dialettale dalla medesima radice di vicem (vice, vicenda) ma di chiaro significato, cioè vëcènna ‘vicenda, rotazione agraria’ (lat. parlato *vicenda , plur. neutro -passato poi in italiano a femminile singolare- che presuppone un sing. *vicendum, dial. *vëcèndë) e ne assunse, senza tentennamenti, i connotati che gli calzavano del resto a pennello, perché magari nel frattempo il suolo dell’antichissimo vicus era tornato ad essere pascolo per le pecore o terreno per l’aratore come è avvenuto fino a qualche decennio fa. Vëcèndë è passato successivamente a Vëcènnë e poi a Vëcènna, con normale assimilazione progressiva della dentale sonora d alla nasale precedente n.
Ma, cosa molto più interessante, nell’area della suddetta località Vëcènna si trovava nel medioevo un Casale con la chiesa di Sancti Johannis in Ozzanello, come dice il Di Pietro, luogo ricco di acqua. Nel nostro dialetto la località suona solo Sandë Jannë. La specificazione Ozzan-ello potrebbe molto probabilmente derivare dall’eventuale etnico del vicus Eidius, cioè *Eidianus che avrebbe dato *Eizzàno oppure Ezzàno, Izzàno fino ad arrivare ad Ozzan-ello, con la chiusura in suono indistinto della vocale E oppure I protonica successivamente reinterpretata, per ipercorrezione, come U oppure O . Ma anche il nome del santo cristiano Johannes potrebbe essere, in questo caso, il camuffamento di un originario Sant’ Eidiano, Sant’Idiano divenuto Santë Dianë e poi san Dianë , attraverso il distacco della I di I-diano, nel frattempo divenuta vocale indistinta a causa dell’accento tonico sulla sillaba seguente, e sua agglutinazione col Sant’ precedente, facilmente trasformabile a questo punto in un dialettale Sandë Jannë (sempre per distacco della D di D-iano e sua agglutinazione con il San precedente) e, con il beneplacito della Chiesa, nel cristiano Sanctus Johannes. Oppure si sarebbe potuto passare a Sandë Jannë attraverso una mera semplificazione aplologica direttamente da Sandë (D)ianë. Il fatto confermerebbe quindi la presenza anche in questo luogo di una divinità pagana il cui nome aveva la stessa radice del vicus , e cioè Eidius, Eidianus. Sicchè, a mio parere, il nome remoto del vicus Eidius sarebbe continuato oggi dal toponimo Vëcènna mentre Sandë Iannë sarebbe legato più al nome della divinità e Ozzanello al relativo villaggio medievale. Anche a Cerchio, ma nel piano lungo la strada che dalla via Tiburtina conduce a Fucino, c’era nel medioevo una chiesa, con relativo villaggio, di Sancti Viti in Ozzano . Io sono del parere che quest’ultima specificazione (Ozzano) derivi dalla fonte San Vito ancora esistente, se si tiene presente che a Celano e anche ad Aielli un nome come Vittoriano, ad esempio, era pronunciato in antico Uttriànë: quindi un eventuale originario etnico *Vitianus avrebbe dovuto dare come esito *Utiànë e poi *Uzzànë, *Ozzànë. Il diminutivo Ozzanello forse è spiegabile con la necessità di distinguere il villaggio da quest’altro Ozzàno, a meno che non si debba spostare tutto nella preistoria e considerare il suffisso –ello come un apparente diminutivo, spiegabile in realtà come radice per ‘acqua’ identica a quella della attigua località Font-ill-ara. Allora sarebbe sensato porre la motivazione dell’acqua all’origine remota dei relativi toponimi. La presunta divinità *Eidianus è supponibile, quindi, che sia divenuta tale (e tale sia rimasta nel nome) prima che la vena d’acqua ad essa collegata, e il connesso vicus, acquisissero anche l’ultima radice –ello. La probabile forma abbreviata Eidi dell’epigrafe potrebbe sottintendere un *Eidiani ma anche un *Eidianelli, da cui l’Ozzanello medievale.
Io insisto comunque sull’idea, manifestata in altri scritti (cfr. il mio articolo Il nome del Paese di Cerchio), che la figura di Ercole, figlio di Giove, in questo caso coincidesse con una divinità solare, la quale nel trascorrere dei lunghi millenni della preistoria potè attrarre a sé molti nomi, sempre attinenti al culto del Sole. E in effetti il nome del vicus Eidus, Eidius (Eidium?) all'origine magari riferito alla vena d'acqua del luogo potè attrarre un nome di divinità identico al lat. Eid-us, più comunemente Id-us ‘Idi’, che nel calendario romano cadevano normalmente il 13, in alcuni mesi il 15, giorno dedicato a Giove, divinità del cielo e della luce diurna, cui il flamen Dialis sacrificava in quel giorno una pecora bianca, la cosiddetta ovis idulis, appunto. Secondo Macrobio l'etrusco idus significava 'giorno'. Era in auge in passato, per lat. Idus, l’ipotesi di connessione con la radice indeuropea idh col valore di ‘brillare’: questa connessione è stata abbandonata senza però trovare una soddisfacente proposta alternativa: a mio avviso sarebbe invece il caso di tornare a quella precedente ipotesi. Il sistema calendariale romano derivava da uno precedente basato sulle fasi lunari, in cui le Idi corrispondevano alla "luna piena". Allora un nome come quello di Eidus nella nostra epigrafe potrebbe aver attratto nella preistoria il culto di una divinità lunare dal nome simile che va a combaciare, a mio avviso, col secondo componente di Mon-eta, appellativo di Giunone, considerata anche divinità lunare. La località Santa Monica (cfr. nel mio blog l'articolo Località Santa Monica o Li Cantoni), luogo di ritrovamento dell'epigrafe, confermerebbe questa mia supposizione. E' probabile quindi che in questi luoghi vi sia stato in epoca preistorica un culto per le due divinità del cielo, legate etimologicamnte alla luce diurna e notturna. Una confraternita di Santa Monica e un altare di Santa Monica all'interno della Chiesa della SS. Trinità di Aielli compaiono in documenti dell'archivio diocesano a partire dalla prima metà del '600: chiaro indizio di un culto antichissimo tramandatosi attraverso i secoli. Copie dei detti documenti mi sono state gentilmente fornite dall'amico Maurizio Di Censo. Un'altra possibilità interpretativa viene offerta da uno degli epiteti di Ercole, cioè Monoecus (cfr. portus Herculis Monoeci nell'attuale Principato di Monaco). Allora il nome della località Santa Monica potrebbe essere il riflesso dell'epiteto, diventato femminile per influsso del nome della Santa cristiana. I toponimi conservano gelosissimamente i loro millenari segreti che è spesso difficile scoprire, ma una cosa è certa: essi non sono quasi mai mero e vano flatus vocis nè sono da interpretare per quello che evidenziano in superficie, come a mio avviso dimostra il nome di questa località. Il poeta latino Anneo Lucano (I sec. d. C.) accenna al porto di Monaco in questo brano della Farsaglia (I 405-8):

Quaque sub Herculeo sacratus nomine portus
urget rupe cava pelagus; non Corus in illum
ius habet aut Zephyrus: solus sua littora turbat
Circius, et tuta prohibet statione Monoeci.

In sostanza il poeta osserva che il porto d'Ercole è riparato naturalmente da ogni parte dai venti tranne dalla parte del vento Circius o Cercius, che, solo, riuscirebbe a sconvolgerne la spiaggia e a proibirne l'accesso con le grosse onde del mare. Ora, però, sorge la difficoltà che il Circius è altro nome del Corus o Caurus, vento di nord-ovest o del nord, oggi chiamato Maestrale. E' effettivamente strana questa confusione specie se aggiunta alla considerazione che il porto in questione è aperto all'influsso dei venti provenienti da est, come quello che oggi è chiamato Marino (cfr. Mediterranean Pilot, ii. 132). Io penso pertanto che questa descrizione del poeta non abbia quasi nessun valore reale, ma sia scaturita da qualche racconto mitologico a noi ignoto che collegava il vento Circius con Ercole e il suo appellativo Monoecus, situato a chiusura del v. 408, come a specchio del termine Circius all'inizio dello stesso verso. Questa mia osservazione andrebbe, in effetti, a completare e rafforzare quelle che ho fatte nell'articolo presente in questo blog Il nome del paese di Cerchio, tese a dimostrare uno stretto legame tra il teonimo Hercules e il toponimo Cerchio.
Riporto, per soddisfare la curiosità dei lettori, il testo dell’epigrafe, così come mi è stato comunicato dall’amico Fiorenzo Amiconi di Cerchio che ha avuto contatti col famoso archeologo Cesare Letta: è probabile che qualcosa non sia esatto. Attendo la pubblicazione ufficiale dell’epigrafe.

C. DEIDIO. PE.F. ET. VE. ALFIO. PV.F. MAGISTRES

VECI. EIDI. HERCOLO. LOCAVERONT

I nomi personali Deidio e Alfio, seguiti dagli acronimi dei rispettivi patronimici (la /F./ sta per filios, lat. filius’ figlio’, le lettere precedenti costituiscono le iniziali di nomi paterni) sono dei nominativi della 2° decl.( Deidios e Alfios); magistres sta per lat. magistri ‘autorità, capi (del vicus)’; Hercolo è dativo della 2° decl., quindi diverso da lat. Herculi, dativo della 3° decl. 'per, ad Ercole'; locaveront sta per lat. locaverunt, perfetto, che significa ‘fecero fare, fecero costruire’.

sabato 21 novembre 2009

Commento dell'articolo di Riccardo Regis su alcuni fitonimi di area piemontese

Ho letto il saggio di Riccardo Regis apparso in RIOn, XV (2009), 1, pp. 41-70 e sono rimasto ammirato della sottile e puntuale classificazione deonomastica dei numerosi fitonimi presi in esame. Debbo però dire che a me dilettante di linguistica, sia pure molto appassionato, sono sorti forti dubbi circa la bontà degli etimi di svariati nomi e perciò mi permetto di fare la seguente osservazione prima di passare all’analisi di casi singoli.

A me pare che la scienza etimologica commetta un grande errore nel far risalire, di fatto, la stragrande maggioranza dei fitonimi al medioevo o al massimo all’ evo antico, perdendo di vista la probabilità che essi affondino invece le radici nello sterminato lasso di tempo della preistoria. Io penso, in effetti, che la più parte di essi ostenti in superficie vesti ingannevoli che offrono un’apparente chiarezza etimologica, mentre la loro vera identità se ne sta a giacere nel profondo.

Io sono del parere, ad esempio, che non si possa accettare ad occhi chiusi l’etimo comunemente proposto, dagli antichi e dai moderni, per il Prunus persica, (it. pesca e persica) che riporterebbe al presunto paese d’origine della pianta, cioè la Persia, mentre risulta che essa è originaria della Cina. Credo in effetti che il nome possa contenere dentro di sé un riferimento alla entità che esso esprime, un frutto rotondeggiante, e che la Persia sia solo il risultato di un incrocio abbagliante. La parola andrebbe divisa nelle due componenti per-sica di cui la prima (cfr. greco perí ‘intorno’) è a mio avviso variante della seconda di greco diós-pyros ‘diospiro, loto’, genere di pianta di cui fa parte anche il Diospyros kaki, originario del Giappone. In greco pyrós valeva ‘grano, frumento’: anche qui si tratta di una ‘rotondità, chicco’. Probabilmente anche il lat. pr-unum ’prugna’ alludeva, nel nesso consonantico iniziale, alla stessa radice: nel mio dialetto di Aielli-Aq la parola è pronunciata, infatti, con un suono intermedio tra le due consonanti, e cioè për-una, pur non accadendo lo stesso fenomeno in tutte le altre parole con le stesse consonanti iniziali. E non è detto che il latino debba servire per forza come paradigma perché potrebbe essere stato proprio esso ad innovare facendo cadere un eventuale suono vocalico originario, in una parola che poteva esistere autonomamente in area italica (cfr. greco pérna ‘prosciutto’ probabilmente dall’idea di ‘rotondità, massa’, it. perla, greco per-óne ‘ardiglione della fibbia, spillone, caviglia, tumore, escrescenza, ecc.’). Da notare che sia l’idea di “punta” come quella di “tumore, escrescenza” fanno capo, secondo me, ad una stessa idea più generica di “spinta, sollevamento, rigonfiamento” entro la quale rientra anche quella di “arbusto, cespuglio, pianta” come nel ted. Trieb ‘spinta, impulso, germoglio’. Va da sé che altra variante della radice in questione possa essere il lat. pirum ‘pera’, un’altra rotondità. La seconda componente di lat. per-sica dovrebbe richiamare il greco sŷkon ‘fico’ ma anche ‘porro sulle palpebre, orzaiolo, tumore’, greco síkyos ‘cocomero’: questi termini potrebbero spiegare anche la seconda componente del fitonimo martin-sec di cui il Regis parla a p. 63, noto anche come pruss ‘peruzza’. Per la prima componente di diós-pyros penserei, oltre che al greco dios-bálanos ‘castagna, lett. ghianda di Giove’, anche all’ungher. dió ‘noce’. Il piem. persi ‘pesca’(p. 55) potrebbe essere il continuatore di greco perséa ‘albero con frutto simile alla pera’ e non forma accorciata di persica.

Si trova in greco anche il termine syko-basíleia ‘fichi reali’ che in realtà doveva richiamare, nella seconda componente, qualche variante di greco pháselos ‘fagiolo, battello’ nonché la seconda componente di gotico weina-basi ‘uva, acino d’uva’, la quale ritorna anche in un nome volgare del frutto della Rosa canina, e cioè caca-vascë per cui cfr. lat. vas ‘vaso, capsula’, it. vascello, dial. aiellese vascéjjë ‘botticella, barile’. Non è azzardato sostenere, a mio avviso, che per la prima componente di caca-vascë sia da tener presente anche il giapponese kaki, frutto ben noto, oltre alle voci caca-fugnë ‘vescia, lett. caca-funghi’ nel dialetto di Ovindoli-Aq, caca-mmàni ‘ciclamino’ nel dialetto di Rocca di Botte-Aq, caca-malune ‘ciclamino’ nel nuorese. Il termine cicla-mino, greco kykláminos, credo tragga la sua motivazione dalla radice tuberosa di forma sferica. La componente –mino sarà variante della seconda di caca-mmani e fa venire in mente il lat. minae ‘sporgenze, merli’. In abruzzese esiste il termine cìcëlë (cicele) ‘ciottolo, endice’ (cfr. Domenico Bielli, Vocabolario Abruzzese, Adelmo Polla Editore, Cerchio-Aq., 2004 –ristampa della edizione Nicola De Arcangelis , Casalbordino, 1930) di cui ho scoperto recentemente la forma chichil-one ‘pietra grossa, grandine’ nel dialetto di Lanciano (Chieti) che è la quasi diretta fotocopia del greco kýklos ‘cerchio, globo, bulbo dell’occhio’. A Paganica–Aq la voce caca-vascë indica il ‘ventriglio, grecile’ rimanendo sempre nell’ambito delle ‘rotondità’, le quali includono anche le ‘cavità’.

Alcune volte anche Regis (p. 48) si accorge che i fitonimi non sono sempre credibili: l’aggettivo grech ‘greco’ che si accompagna ad alcuni di essi quali piem. erba greca, fagn grech ‘fieno greco’ per la Cuscuta campestris, oppure műs-c grech ‘muschio greco’ per l’Erodium ciconium moschatum (it. beccho di gru maggiore, becco di gru aromatico) non trova giustificazione plausibile. Ed a ragione, perché dietro di esso credo di vedere qualche base greca ampliata rispetto a quella comparente nel termine kalli-kéra che, oltre a significare ‘dalle belle corna’, designa anche il ‘fieno greco’. Allora, secondo me, si infittisce il dubbio sulla genuinità dell’aggettivo anche per quelle denominazioni per le quali esso sembra credibile come per il fen grech ‘fieno greco’ (Trigonella monspeliaca) già nota in età classica col nome di faenum graecum. Il fatto è che l’idea che sorregge il concetto di ‘corno’ deve essere simile a quella che sorregge l’idea di ‘stelo, erba, escrescenza’. Lo stesso gioco dei travestimenti è messo in opera da uno dei nomi correnti per la Calluna vulgaris, cioè quello di crecchia, grecchia il quale rimanda ad un precedente *grec-ula. Il gioco si ripete alla grande con l’ornitonimo Anas crecca , riferito ad un’anatra nota anche come crec-ola, grec-orello, nomi la cui base è presente già nel lat. querque-dula ‘alzavola’.

La ciresa greca (p. 48) per il Celtis australis (it. bagolaro) il cui frutto già i latini chiamavano faba graeca mi offre il destro per importanti osservazioni. Intanto non è azzardato in questo caso accostare l’aggettivo graeca al grecile degli uccelli, noto anche come cipolla, che è tutto dire. Inoltre non credo che ciresa stia qui come normale metafora di it.ciliegia (greco kérasos). Purtroppo l’abitudine inveterata di riportare quasi tutti i termini ai più recenti strati linguistici non tenendo conto della loro preistoria, che pure può essere in qualche modo avvertita e ricostruita attraverso l’analisi profonda dei significati, ci costringe ad errori di prospettiva notevoli. Fin tanto che restiamo convinti, ad esempio, che il significato di kérasos ‘ciliegio’ sia stato l’unico ad accompagnare la parola fin dai primordi lontanissimi nella preistoria, e che esso non ne avesse invece uno più generico di ‘frutto, rotondità’ o anche ‘germoglio, albero’, non potremo evitare di subordinare a quel significato specializzato nello strato linguistico greco-latino, anche tutti gli altri che a quanto pare esistevano come cercherò di mostrare con gli esempi che farò, e che non accettavano lo status di sudditi rispetto all’altro. A conforto di questa mia tesi mi viene incontro la nota parola dialettale di ascendenza greca crësòmmëla (con varianti) ‘albicocca, pesca’. Solitamente si afferma che essa derivi dal greco chrysó-melon ‘mela d’oro, probabilmente cotogna’ ma nel greco moderno la si ritrova ad indicare l’ ‘arancia’. Ora, si dà il caso che nel dialetto di Torano-Ri crisò-mmola designa la ‘testa, capo’, il che mi aiuta a sostenere che il significato profondo della prima componente del termine dovesse essere quello corrispondente alla radice indoeuropea per ‘testa’, e cioè *keras di greco kéras ‘corno, testa’, greco kára ‘testa’, greco krás ‘testa’, la cui radice è in fondo simile alla prima di chrysó-melon. Non si può pensare ad un uso metaforico di crësommëla ‘albicocca’, data la grandezza della ‘testa’ rispetto a quella del frutto. E’ utile citare, a ribadire la cosa, anche il serbo-croato krs ‘roccia’, istriano krasa ‘terra sassosa’ donde il topon. Carso, ma ci viene incontro anche il calabrese grasciò-mulu ‘albicocca’ nonché l’espressione ingl. Carson peach ‘pesca di Carson’ in cui probabilmente la radice si è ammantata del personale Carson. Ma c’è di più. Nel mio dialetto di Aielli le crësommëlë avevano anche il significato di sassi, sassate (Arrëvévanë cèrtë crësòmmëlë! –Arrivavano certe sassate!). Da questo ampio quadro di riferimento si può agevolmente desumere che il significato preistorico della radice non poteva essere quello specializzato di ‘albicocca’, di ‘pesca’, di ‘ciliegia’, di ‘mela cotogna’ o di ‘testa’ ma quello più generico di ‘corpo tondeggiante’ compresa la ‘pietra’ la quale, anche quando è irregolare, mantiene sempre una qualche idea di ‘rotondità, corpo, massa’. Credo inoltre che appartengano alla stessa radice, o sue varianti, i vocaboli lat. grossus ‘fico che non matura’, greco króssai ‘sporgenze di pietra, merli’, greco kórsion ‘bulbo del loto’, ted. Kreis ‘circolo, cerchio’. Così stando le cose il greco chrysó-melon è da considerare un bell’esempio di rietimologizzazione e specializzazione di parola più antica formata da due componenti tautologiche di cui la seconda corrisponde alla seconda di greco tróch-malos ‘ciottolo, sasso’ il quale, per la prima, rimanda a sua volta a greco troch-ós ‘disco, ruota, cerchio, pillola,ecc.’.

A questo punto è lecito sospettare che anche il lat. prae-coqua ‘specie di albicocche’ sia la reinterpretazione di un termine precedente composto di una prima radice per, pri, ecc. già analizzata per per-sica e di una seconda radice mediterranea kok, kuk,ecc. col significato di ‘punta’ o ‘rotondità’. In alcuni dialetti infatti il frutto in questione è chiamato per-cocca (con la seconda /c/ geminata), in linea col corrispondente nome del sardo nuorese marra-cocco ‘albicocca’. La precocità cui il nome latino accenna in superficie avrà naturalmente indirizzato il sottostante significato generico di ‘ frutto’ verso la designazione di qualche varietà precoce della specie. La componente marra- rispunta nell’it. marr-one ‘castagna’ e nell’abruzzese marr-occa ‘ pannocchia, mais’.

L’erba maroca (p. 48), come si avvede il Regis, non dà un’informazione di carattere geografico ma rimanda alle bacche nere della morella. Solo che egli vede l’origine del nome nell’ it. marocca ‘rifiuto, scarto’ forma alterata di marra, con la spiegazione che quelle bacche venivano “scartate” in quanto velenose. A me sembra invece più naturale riagganciare il termine all’abruzzese marrocca prima citato, anche perché l’altro nome della pianta, morella, presenta una base che è variante di marra ‘mucchio, branco’ e non allude al colore delle bacche. L’abruzzese morra, morrë, infatti, significa ‘branco, gregge’ ma anche ‘spiga del frumento o altre graminacee’ perché anche questa è composta da più elementi (chicchi) come se si trattasse di un ‘mucchio, ammasso’. Come si può ben notare, i nomi spessissimo denotano direttamente la sostanza, la natura del referente e pertanto, ogni volta che si va a pescare l’ origine del suo nome in parole variamente ed indirettamente ad esso connesse, senza aver prima tentato questa strada, si commette a mio parere un grave errore di metodo. La forma occitanica paternostre (pp.50-51) per Cholchicum autumnale (it. colchico d’autunno, zafferano falso) non può trovare la sua origine nell’usanza di trasformarne per gioco i bulbi in piccoli grani da rosario o in quella contadina di infilarli al collo dei bambini malati recitando un Padre Nostro ad ogni bulbo. Semmai è il contrario: questi usi sono il riflesso diretto della suggestione esercitata negli uomini del passato, spesso impotenti e disperati dinanzi alla fame e alle malattie, proprio dal nome della pianta, di cui ora non so dare una chiara spiegazione, ma sento che esso potrebbe realmente essere il risultato di un abbaglio: le sue componenti, infatti, potrebbero essere state tre e non due, cioè pat-ern-ostro. L’ipotesi acquista più consistenza se si trae in ballo il nuorese pat-illa ‘pietra’, il gallurese pat-accia ‘sasso’, gallurese pat-ecca ‘cocomero’, ingl. pate ‘testa’; la componente –ern- potrebbe richiamare, ad esempio, il marso-sabino herna ‘pietra’, e –ostro il greco óstreion ‘ostrica, conchiglia’. Anche il nome Colch-icum ‘della Colchide’, affiancato alla denominazione friulana cidiv-oc dal lat. Cilic-us ‘della Cilicia’ (p. 51, n. 21) fa balenare l’idea che si tratti di varianti di parole assonanti preistoriche in rapporto ad un unico concetto di ‘rotondità, bulbo’: cfr. greco kýliks ’coppa, calice, bicchiere’, greco kyllós ‘curvo’, greco kólliks ‘pane d’orzo, pastiglia’, greco kályks ‘calice, bocciolo, cerchietto per capelli’, greco kálche, chálke, chálche ‘murice, conchiglia,voluta’, greco cháliks ‘selce, pietra’. Per l’ Actaea spicata (p. 51 e n. 23) con le varie denominazioni (piem. cristoforiana, it.barba di S. Cristoforo, fr.Herbe de Saint Christophe, ingl. herb Christopher, ted.Christophskraut) non bisogna ugualmente prestare orecchio alle spiegazioni tendenti a collegarne i nomi a S. Cristoforo, protettore dei tesori nascosti e contro la peste, e proporrei invece il confronto con l’abruzz. (cfr. vocabolario del Bielli) fuojjë dë Cristë (foglie di Cristo)‘senape selvatica’, abruzz. cristorë ‘scopa, realizzata legando piante di ginestra’ e farei nel contempo riferimento al lat. crista 'cresta, pennachio’, logudorese cristas ‘sopracciglia’. La seconda componente di Cristo-foro, credo abbia relazione con lat. fur-unculus ‘protuberanza, getto (nella pianta)’, parola che ancora una volta rifiuta, a mio avviso, l’interpretazione metaforica secondo cui queste escrescenze sarebbero come “ladruncoli” che succhiano linfa sottraendola alla pianta. Questo san Cristoforo è a mio avviso una figura mitica i cui contorni si erano probabilmente delineati già in epoca precristiana presso popolazioni orientali. Egli avrebbe subito il martirio in Licia nel 250 come leggo in un sito internet (wikipedia). Secondo una leggenda sarebbe stato un uomo, per taluni un gigante, che faceva il traghettatore su un fiume. Viveva solo in un bosco di cui era padrone. Una notte gli si presentò un fanciullo che gli chiese di portarlo all’altra riva. Se lo mise sulle spalle e, pur grande e robusto, si piegò sotto il peso di quell’esile creatura, che sembrava ad ogni passo pesare sempre più. In alcune versioni della leggenda cresce anche il fiume. Il gigante alla fine, stremato, raggiunge l’altra riva. Il bambino gli rivela di essere il Cristo, dicendogli anche che egli aveva portato sulle spalle il peso di tutto il mondo. Ho messo in evidenza le parole in corsivo per sottolineare che esse, a mio avviso, si possono spiegare tutte con una radice greca, quella del verbo korýssō ‘eccitare, far gonfiare, elevarsi, armarsi,ecc.’ E’ inoltre molto comprensibile, dato il nome del Santo (portatore di Cristo), che in epoca cristiana si formasse una simile leggenda, ma a me pare anche evidente che essa non si sia originata dal nulla ma da precedenti credenze o almeno sfruttando la radice di quel verbo che assuona con la parola Cristo: d’altronde k(o)rystés ‘armato, guerriero, fornito di elmo’ ne è un derivato, e potrebbe giustificare il fatto che il personagggio è considerato uno dei quattordici santi ausiliatori invocati in occasione di gravi calamità naturali o di pericoli vari, come quello della peste. In altra leggenda, in effetti, egli è considerato un guerriero antropofago (cfr. greco koré-nnymi ‘mi sazio di cibo’ che è quindi un ‘gonfiarsi’, della stessa radice di korýsso). Il gigante è il riflesso del ‘crescere, elevarsi’ significato dal verbo, come pure il crescere, ingrossarsi del fiume e l’aumento del peso del fanciullo. Il bosco di cui era padrone mi pare ancora strettamente legato al significato di ‘crescere’ del verbo nonchè ai nomi delle piante nominate precedentemente, in specie il logudorese cristas ‘sopracciglia’. Ora, tornando alla funzione di protettore dalla peste, mi pare di poterne sufficientemente capire il motivo: la forma più comune di peste, quella bubbonica, era caratterizzata dalla apparizione, appunto, di numerosi rigonfiamenti in varie parti del corpo. Secondo alcune versioni della leggenda, infine, il nome originario dell’uomo prima della conversione era Reprobus o Reprobatus: la quasi esatta traduzione in latino del partic. passato passivo ch(ō)ristheís ‘separato, respinto, ripudiato’ del verbo greco chōrízō, da cui sarà derivato anche il suo vivere da solo della leggenda. Questo, secondo me, significa che tutto il patrimonio di racconti, leggende, tradizioni popolari non può essere utilizzato per derivarne l’etimo di un nome: casomai è vero l’inverso: è proprio il nome che spiega la nascita del folclore ad esso relativo.

Ci sarebbero altre interessanti osservazioni relative a molti fitonimi di cui parla Riccardo Regis nel saggio, ma mi fermo qui, anche per non approfittare troppo della bontà del Direttore della rivista.
In ordine al significato di gigante c'è da notare che in diversi paesi della Marsica, tra cui Aielli e Luco dei Marsi, la voce Criste significa anche 'uomo grande e grosso'.



Oggi, 17 agosto 2012, ho incontrato il termine craeso-maelae del dialetto di Spinazzola-Ba che significa 'grossa defecazione'.  La parola è la stessa  di criso-mmola 'albicocca, pesca, testa' anche se è finita ad indicare il prodotto, il frutto di una abbondante defecazione.  Non tutti i cloni di uno stesso termine purtroppo sono fortunati!  ma il prodotto della defecazione può rientrare anche nel concetto di 'mucchietto, grumo, cumulo ecc.' prossimo a quello di 'rotondità, pietra, ecc.'.


Oggi, 5 settembre 2012, ho incontrato un altro splendido termine che suona carasò-mmeli e che significa 'testicoli del toro'.   La parola appartiene al dialetto del paese di Magliano Romano e riconferma il valore generico di 'rotondità, palla, protuberanza, cumulo' del termine che certo non può continuare ad essere ricondotto impunemente al greco chryso-melon 'mela d'oro', quando il greco stesso rietimologizzava un composto tautologico col valore generico suddetto che di volta in volta ne assumeva uno particolare.  Chi continua a farlo, e sono anche  grossi nomi della linguistica, non ha il diritto, a mio avviso, di risentirsi se si osserva che, così facendo, egli sembra appartenere alla preistoria della scienza etimologica.  Nel caso della parola di Magliano Romano si assiste anche ad un altro importante fenomeno: come in moltissimi composti germanici, il primo membro caraso-, che inizialmente aveva lo stesso valore del secondo e cioè 'testicolo' o 'palla'(cfr. napolet. carus-iello 'salvadanaio, palla di creta' che non deriva, quindi, dalla voce carus-are 'tosare' per via della somiglianza con una "testa rapata"! Bello fantasticare!), deve essersi incrociato con altro termine significante 'bue, toro' che ha prodotto la specializzazione del significato dell'intero composto.  In nuorese, infatti, la parola carasu vale 'bue vecchio, macilento', ma anche qui c'è stato l'incrocio col verbo carasare 'abbrustolire, rinsecchire' che ha aggiunto all'originario significato di 'bue' la qualità del rinsecchimento, e della macilenza (cfr. nuorese carasà-mene 'macilenza').  Questo termine carasu 'bue vecchio' è senz'altro in rapporto con un'altra voce dialettale diffusa nel meridione, quella di caruso nel significato di 'puledro' e anche di 'ragazzo', ma ne parlerò in uno dei prossimi  post.   

domenica 25 ottobre 2009

La cotanzìnzera di Castellafiume e la cuterenzìnzela di Aielli: ornitonimi rivelatori di meccanismi profondi della Lingua

Ho avuto tra le mani il pregevole libro Storia di Castellafiume di Dante Di Nicola, ispettore della scuola elementare a riposo, e, come succede spesso in questi casi, mi è capitata una gradita sorpresa relativa ad un ornitonimo, o nome di uccello. Ho appreso, infatti, che a Castellafiume, paese della valle di Nerfa, la cotanzinzera, formale equivalente della nostra (aiellese) e di altri paesi cuterenzinzela, non indicherebbe, però, la cutrettola o ballerina (uccello con una coda molto mobile), come da noi, ma la gazza ladra che noi chiamiamo ciciaccòva. Un fatto del genere è linguisticamente molto interessante: esso in effetti costringe a riflettere che un nome siffatto non può essere dovuto all’inventiva dei parlanti che, vedendo un uccello che agita continuamente la coda (ad Aielli il verbo ‘nzenzelà significa qualcosa come ‘agitare vanamente, a vuoto’), gli affibbiano magari quel nome che, poi, gli rimane addosso per sempre. Questo ragionamento potrebbe andare bene per il nome aiellese della cutrettola ma sarebbe smentito dal nome uguale o molto simile di Castellafiume per la gazza, uccello molto più grande del precedente e non caratterizzato da coda mobilissima, anche se lunga. Secondo il Di Nicola “il nome dialettale è stato coniato mettendo insieme il riferimento alla lunga coda dell’uccello e allo zinzilulare (voce onomatopeica), che è il verso caratteristico del predetto animale (cicaleccio aspro e sgradevole)”. Come si può agevolmente vedere, ad Aielli noi parlanti siamo portati a dare un etimo del nome in questione che si attaglia perfettamente al comportamento e alla forma dell’animale indicato (la cutrettola), mentre i parlanti di Castellafiume sono portati a dare a quello stesso nome un etimo diverso, che si attaglia ugualmente, anche se con qualche difficoltà, all’altro referente (la gazza), ma che allo stesso modo trae giustificazione dalla lingua di riferimento, in questo caso il dialetto castellitto (di Castellafiume). I due ragionamenti tesi a dare una spiegazione di quel nome simile sembrano ambedue ineccepibili ma inevitabilmente vanno poi a cozzare, a causa della diversità dei due uccelli cui si riferiscono, contro l’ostacolo di quel nome unico che è quasi impossibile, per la sua rarità, che sia il risultato di una coincidenza casuale di due termini originariamente diversi per etimo: esso, da solo, deve essere l’origine del nome dei due uccelli e deve avere allora un etimo diverso da quelli che però sembrano ineccepibili, almeno in superficie. Il fatto è che, a mio modesto parere, quando noi cerchiamo di rintracciare l’etimo del nome, commettiamo l’errore, denso di conseguenze, di dimenticare che quel nome potrebbe riguardare strati linguistici lontani anche anni luce da quelli più o meno recenti sui quali andiamo comodamente a depositarlo. Allora comincia a balenare nella nostra mente che quel nome poteva avere, all’origine, un significato diverso dai due rispettivi proposti dai dialetti di Aielli e Castellafiume. Esso poteva contenere il significato generico di ‘uccello’, come è avvenuto, a mio parere, in tanti altri casi e come ho spiegato, in altro articolo, che è secondo me avvenuto anche per l’inglese butter-fly ‘farfalla’ e il danese sommer-fugl ’farfalla’, i quali rimanderebbero al concetto di ‘volatile’ in ambo i costituenti dei nomi, non solo in –fly ‘volatile’ e in – fugl ‘uccello’.
Così stando le cose è allora molto probabile che anche l’it. cutrettola (forma arcaica cutretta) non debba derivare dal lat. cauda trepida ma che debba essere avvicinato al termine regionale cuter-one , un imenottero, che richiama gli altri nomi regionali cedr-onella, un lepidottero, e cedr-onello, un cardellino, oltre all’it. gallo cedr-one.
Che la lingua proceda per generalia è un fatto sottolineato da molti e non è il caso di insistervi, ed io penso che come quando la lingua, nominando l’albero della quercia, ad esempio, evita nel contempo di apporre un nome diverso alle singole querce (operazione che risulterebbe lunghissima e poco pratica), allo stesso modo essa ha creato inizialmente solo nomi generici che comprendevano tutte le entità vegetali, nomi che poi si sono specializzati ad indicare le varie specie di piante ed alberi, come è avvenuto per il greco drys, ad esempio, il cui significato era quello di ‘albero’(cfr. ingl. tree ‘albero’) ma anche di ‘quercia’. Un sacerdote proveniente dal Paraguay e rimasto per qualche anno ad Aielli, don Annibale, mi diceva che nella lingua indigena guaranì non esiste un termine per indicare gli ‘alberi’ o, meglio, che il termine per ‘albero’ comprende tutto ciò che è ‘verde’. Quando ero un ragazzino di sei-sette anni per me il termine dialettale cellìtte indicava solo i ‘passeri’, i soli uccelli con cui ero in costante contatto in paese. Solo quando appresi il loro nome specifico di pàssare ‘passeri’ mi fu chiaro che cellitte era il termine generico per ‘uccello’. Ma nel libro di Di Nicola leggo che céllitto a Castellafiume mantiene il suo specifico significato di ‘passero’. Similmente, come sostenevo già nell’introduzione al mio Principi di una nuova linguistica del 1992, il tedesco Wolf ‘lupo’ e il lat. vulp-em ‘volpe’ non possono e non debbono essere ricondotti ad archetipi diversi, come tutti i linguisti purtroppo fanno. Tutti questi fatti presentano anche un risvolto interessante in campo filosofico. Quando, da Socrate in poi, si parla della natura del "concetto" e lo si intende come il risultato di una operazione di astrazione, da parte della mente, di elementi comuni a tutti gli individui di una certa classe di animali, piante e cose, si commette l’errore di credere che la parola relativa a questa o quella classe in cui sono suddivise le varie entità di questo mondo si sia formata in conseguenza di uno sforzo di attenzione, di volta in volta diretto dalla mente a ciascuna di esse, mentre mi pare evidente, secondo i dati di cui sopra, che il significato originario di detta parola debba essere rintracciato in qualcosa di più generico, precedente e sovraordinato alla classe stessa di animali o cose che direttamente designa. Facendo degli esempi si può asserire che, all’origine, il termine per ‘cavallo’ non sia sorto per indicare quel tipo di animale, ma per indicarli tutti, gli animali, comprese molto probabilmente, come arguisco dalla toponomastica, anche quelle cose che nella fase animistica dell’umanità rientravano nella categoria di ‘animale, essere vivente’, e cioè tutta la realtà, il fiume, il vento, il mare, il monte. ecc. E’ pertanto curioso notare come il ‘concetto’ o ‘idea’, da qualche filosofo posto alla base del propria Weltanschauung e considerato lo strumento caratteristico del livello superiore della conoscenza, come se esso fosse garanzia di una presa diretta vera e precisa delle cose del mondo, debba in realtà essere considerato alla stregua di un escamotage a cui il cervello ricorre facendoci credere che entro i suoi limiti si trovi circoscritta l’indicazione dell’essenza della singola cosa rappresentata, la quale in verità continua a sfuggire e ad essere inconsistente come un fantasma, se si astrae da quell’unico e vago significato che giace al fondo di ogni parola, corrispondente al concetto di ‘forza, spinta, vita, essere’ e simili. Si può ben dire, allora, che il "concetto", contrariamente a quello che il suo etimo latino vuole farci credere, com-prende ben poco della singola realtà che rappresenta così come l’ "idea", col suo etimo greco, vede ben poco di essa. Il nostro cervello sapientemente ci sollecita a concentrarci su presunti contenuti distintivi della singola parola, distogliendoci, col favore della variegata diversità della sua materia sonora in superficie, da quell’unico significato di fondo che, da solo, non avrebbe potuto dar luogo al formarsi di una lingua, e piegandolo subdolamente ad esprimere tanti altri specifici significati, corrispondenti alla varietà del reale, i quali, però, ad un’analisi ravvicinata, rivelano la loro inconsistenza di fantasmi, appunto, scaturiti via via all’interno del loro involucro sonoro, da cui assorbivano, facendola surrettiziamente propria, quella diversità che li allontanava, distinguendoli, dalla loro origine semantica comune e li avvicinava, invece, ai loro referenti, diversi gli uni dagli altri. Del resto questo è uno dei tanti esempi della mirabile parsimonia con cui opera la Natura che, nel caso della lingua, si risparmia la fatica di elaborare ab origine tanti contenuti semantici tra loro differenziati (ammesso che ciò fosse stato possibile, dato che la lingua secondo me nasce col crisma e col destino della genericità, non della specificità) quanti erano i contenitori, cioè i significanti, ad essi riservati. Possiamo altresì asserire che tutti i concetti, tranne quello di essere, sono in certo senso ‘vuoti’ di contenuto specifico a causa della loro condizione di eteronomia, nel senso che la loro definizione deve ricorrere sempre all’ausilio di concetti di altre realtà, in genere sovraordinate, che hanno rapporti di somiglianza, di contiguità o comunque di interdipendenza con quella da definire. Per dare la definizione di ‘cane’, ad esempio, si dirà, senza ricorrere a tassonomie scientifiche, che esso è un ‘animale’ con determinate caratteristiche e qualità. Paradossalmente l’unico concetto autonomo, che cioè ha un contenuto proprio non ricavato da altri concetti, è contemporaneamente anche privo di definizione perché il suo significato è talmente esteso da non poter essere contenuto da nessun altro concetto, perché quest’ultimo sarà sempre una riduzione o specializzazione di esso, anche se non ce ne rendiamo più conto. Queste riduzioni o specializzazioni hanno quindi vita solo apparente e fittizia perché, se interrogate e messe alle strette sulla loro vera natura originaria, non sanno indicare altro che iperonimi, ad esse sovraordinati. Ora, tornando alla cotanzinzera ‘gazza’, si può pensare che la prima componente coda- possa essere una variante di greco kìtta ‘gazza’ . Anche il termine ‘gazza’ che i linguisti riconducono ad un tardo lat. gaiam, potrebbe in realtà risalire ad una forma precedente *gadiam, la quale avrebbe perso la dentale sonora come è avvenuto, ad esempio, per l’italiano poetico rai ‘raggi’ attraverso il provenzale, e all’aggettivo baio, dal lat. badium, baium. Altro nome volgare della ‘cutrettola’ suona cuttì, simile a ‘coda’. Forse il nome della cincia è responsabile della componente –nzinzera .
Un travaglio simile, per quanto riguarda il ‘significante’ (la forma esterna, la materia sonora del nome), si riscontra in alcuni termini dialettali riferiti al ‘pipistrello’, dietro la spinta delle reinterpretazioni paretimologiche popolari . Questo animale è chiamato, nel Molise e nelle Puglie, sopre-ppìnghe oppure sopra-penga [1]. Ernesto Giammarco, famoso e benemerito linguista abruzzese, lo intende come ‘sopra tegole (pinghe)’ , per il luogo dove l’uccello sarebbe solito collocarsi, benchè io sappia che esso si rifugia nelle grotte, nelle soffitte o in ogni altro luogo buio ma non ‘sopra le tegole’: sotto le tegole, se mai, a tal punto che si incontra anche la forma sotte-pinghe 'pipistrello', che ha tutta l'aria di essere una correzione di quanto incredibilmente voleva far credere l'altra definizione. L’esimio linguista in questo caso avrebbe senz’altro evitato di dare una spiegazione che a me sembra banale se avesse confrontato il nome con quello di spara-pingule, in uso in alcuni paesi della Marsica sempre per lo stesso volatile, e portatore di un’altra reinterpretazione popolare un po’ strampalata, esattamente come avviene secondo i modi propri delle etimologie popolari evidenziati da molti studiosi. Seguendo quest’altra linea interpretativa il pipistrello sarebbe un ‘lanciatore di pingole’ , termine che nei nostri dialetti equivale a ‘cocci’, il che naturalmente, oltre a farci ridere, ci allontana da quella che secondo me è la vera natura del nome, la quale comincia a rivelarsi nel rispettivo termine cerchiese per ‘pipistrello’ e cioè spar-vìngule, che ci fa capire, finalmente, donde siano potute uscire quelle –pìngole. Esse non sono altro che un fraintendimento della supposta componente finale di spar-vìngule, la quale così viene almeno ad assumere un significato purchessia e a sottrarre il nome all’oscurità in cui si trova avvolto, coinvolgendo in questo desiderio di ‘spiegazione’ anche l’altra componente spar- che si allunga in questo caso in spara-, e che, nella forma molisana sopra-penga, sembra prima passare attraverso la sua variante metatetica spra-intesa quindi come sopra-. Un po’ di riflessione, però, ci induce a pensare che la parola cerchiese abbia a che fare con l’it. sparviere, dal franco sparwari. Quest’ultimo a sua volta tira in ballo l’ingl. sparrow ‘passero’, il dan. spurv ‘passero’ e la voce sbirrù ‘passero’ del dialetto di Roio-Aq. Queste forme inviterebbero a segmentare la parola cerchiese per ‘pipistrello’ in sparv-ìngule : la seconda componente del nome, e cioè –ingule, io la vedo attiva nella seconda componente del termine aiellese per ‘pipistrello’ e cioè pr-engell-òtta, oltre che nel lat. fr-ingilla ‘fringuello’.
Un’altra gradita sorpresa l’ho ricevuta dal termine stataroio , riportato dal Di Nicola nel suddetto libro, che deve risalire ad un precedente *statarolo, attraverso la palatalizzazione della /l/, fenomeno abbastanza diffuso nei nostri dialetti e in quello di Castellafiume. Si tratta del nome di un fungo che cresce sui tronchi dei faggi e che, come vuole il suo nome scientifico fomes fomentarius, doveva essere ottimo per la preparazione di un’esca per accendere il fuoco. E già! noi abbiamo dimenticato che il fuoco, elemento indispensabile di cui l’uomo si dotò a partire da un certo punto della preistoria (400-500 mila anni fa?), veniva o conservato in continuazione con scrupolo religioso (si pensi alle Vestali a Roma) o riprodotto con una tecnica, ancora in uso presso i popoli primitivi, che consiste nello sfregamento di una pietra focaia con l’acciarino o di legni secchi fatti roteare velocemente, le cui scintille riescono ad accendere un’esca costituita di foglie secche o di altro materiale organico come quello, appunto, di certi funghi particolarmente adatti allo scopo. Il fatto è che anche in inglese la parola punk, con la variante dialettale funk, indica il ‘legno marcio, fungo essiccato (per bruciare), esca, miccia’ ricollegandosi contemporaneamente al lat. fungus ‘fungo’ e al ted. Funke ‘scintilla’. Ma il nome del fungo stataroio di Castellafiume che cosa c’entra con il fuoco? Ci può entrare se si tiene presente il nome latino Stata Mater, dea protettrice contro gli incendi e compagna di Vulcano, e il greco Zeus Stadaios il cui appellativo, secondo me, parte da un’idea di ‘luce’ come Zeus. Ma esiste in greco anche il verbo statheuo ‘riscaldo, ardo , brucio’.
Un altro termine del dialetto castellitto mi ha gradevolmente confermato quello che pensavo sul danese sommer-fugl ‘farfalla’, letteralmente ‘uccello (fugl) dell’estate (sommer). Il termine è samar-occa ‘testa di morto’, una farfalla diffusissima in Europa ed altrove, il cui primo membro corrisponde, come avevo già pensato e scritto per sommer-fugl, al lat. samara, il tipico frutto dell’acero munito di ‘ala’.
Questi esempi che ho portato sembrerebbero dimostrare che la linguistica, purtroppo, si accontenta dell’interpretazione superficiale, smentita dai fatti, di moltissimi nomi, in specie di ornitonimi e fitonimi ritenuti in genere il prodotto recente del periodo altomedievale, ma la realtà a me sembra ben diversa e destinata, prima o poi, a svelare panorami molto più ampi e straordinariamente sconvolgenti, anche per il comune lessico, per quanto riguarda lo spessore semantico delle radici. La storia di cuterenzinzela e di sparapìngule docet.



[1] Cfr. M. Cortellazzo C. Marcato, I dialetti italiani, UTET, Torino, 1998, s. v. sopreppìnghe, p. 408.

Risposta a Dante Di Nicola

Ho letto, nell’ultimo numero di questa rivista (9/2008), l’articolo di Dante Di Nicola in cui si mettono in dubbio alcune considerazioni da me fatte, in un precedente articolo di quasi un anno fa, circa etimologie di parole del dialetto di Castellafiume, riportate nel suo pregevole libro Storia di Castellafiume, Grafiche Di Censo, Avezzano, 2007. Finalmente qualcuno con cui discutere di linguistica! Ma, prima di tutto, mi preme chiarire alcune cose. Io ho l’impressione che Di Nicola sia stato spinto a scrivere il suo articolo, anche perché forse un po’ risentito per l’espressione in cui sostanzialmente dicevo che alcune etimologie non possono non suscitare ilarità, come quella che si accontenta, ad esempio, del significato di superficie espresso dall’appellativo dialettale spara-pìngule ‘pipistrello’. Si può, di grazia, sostenere, senza una minima reazione da parte di chi la legge o la ascolta, che la motivazione di quel nome vada ricercata nel fatto che il pipistrello, nell’immaginario dell’uomo onomaturgo, sia stato visto come quell’uccello che vola sparando qua e là cocci (pingole), magari sulle teste di malcapitati? Eppure i linguisti sanno che simili assurdità non sono rare all’interno di quella che si chiama etimologia popolare, la quale cerca sempre di dare un significato purchessia a parole divenute opache per il significato, di cui essa si vuole in qualche modo riappropriare. In tedesco dromedarius, ad esempio, è diventato Trampel-tier ‘l’animale (-tier) che pesta i piedi’: l’etimologicamente oscuro (per i parlanti tedeschi) dromedarius si è trasformato in un composto contenente parole familiari, trampeln e Tier, ma l’etimo ne è stato del tutto stravolto! Allo stesso modo, come mi pare di aver ben spiegato in quell’articolo di un anno fa, in cui tra i tre termini dialettali riferiti al ‘pipistrello’, e cioè sopre-ppìnghe, spara-pingule, sparv-ingule indicavo quest’ultimo come rivelatore del loro vero etimo in quanto inglobava in sé la base di sparv-iere, bisogna di volta in volta aguzzare l’ingegno per scovare la verità sotto queste operazioni di maquillage che la lingua continuamente opera, non appena se ne presenti l’occasione. Con quella espressione che forse Di Nicola non ha gradito io volevo solo richiamare una maggiore attenzione su questi importanti fenomeni linguistici, che ognuno di noi farebbe bene a non dimenticare, e non certo brutalmente umiliare nessuno. Detto questo debbo anche ammettere che qualche volta la mia penna mi tradisce, e, sotto l’impulso di questa passione linguistica che mi porto dietro da una ventina di anni, mi lascio andare a qualche espressione forse un po’ rude nei confronti di qualcuno: non si abbiano comunque remore a ripagarmi con la stessa moneta, perché io non me la prenderei, anzi esprimerei i miei ringraziamenti per l’interessamento mostrato nei miei confronti. Del resto è indiscutibile che nell’incrociarsi delle spade di una polemica genuina e appassionata possa finalmente scoccare la scintilla della Verità alla quale soltanto sono incline a pagare il mio tributo, anche se solitamente ama starsene ben rincantucciata e nascosta.
Che la gazza non sia –contrariamente a quanto sostiene Di Nicola, dopo aver citato abbondandemente le definizioni di lessicografi e zoologi- lo stesso uccello rappresentato dalla cutrettola lo dimostra senza ombra di dubbio il fatto che la prima appartiene alla famiglia dei Corvidi mentre la seconda è un passeriforme dalle dimensioni molto più piccole. Del resto ho letto più volte la prima pagina dell’articolo di Di Nicola e non ne ho ricavato altro che la constatazione che gli studiosi da lui citati mettono da una parte l’uccello chiamato di volta in volta diversamente gazza, gazzera, gassa, agassa, cecca, pica, putta (termini con lo stesso significato dell’appellativo castellitto cotanzinzera) e dall’altra l’uccello chiamato variamente coditremola, cutrettola, ballerina, batticoda, motacilla alba (termini dello stesso significato dell’appellativo aiellese cuterenzìnzela – le /e/ sono tutte mute-). Affermando che qui forse Di Nicola ha preso un granchio o un abbaglio non intendo affatto ridicolizzarlo perché egli, dalle poche notizie che posso derivare dal suo libro, è certamente persona onesta, genuina, istruita e degna di rispetto. Siamo però uomini e come tali soggetti a tutte le défaillances della specie. Anch’io naturalmente commetto spesso sbagli, e nell’articolo cui si riferisce Di Nicola avevo, infatti, erroneamente affermato che noi Aiellesi chiamiamo “pica” la gazza. In verità quest’ultima la chiamiamo ciciaccòva: io conoscevo quest’uccello ma non sapevo che corrispondesse alla gazza. Nel dizionario Devoto-Oli si incontra anche un bel disegnino dell’uccello, rappresentato con una lunga coda e zone bianche sulle ali e sul ventre. La pica è in realtà da noi un altro Corvide, più piccolo, e uniformemente nero. Che non si tratti di altro nome dello stesso corvo?
Prendo lo spunto dalla or ora introdotta cicia-ccòva per spiegare come, a mio modesto parere, la Lingua opera nella formazione delle parole. C’è da premettere che circolano altre versioni di questo nome come ciaccia-cole o il semplice cole (cfr. Domenico Bielli, Vocabolario Abruzzese, A. Polla, Cerchio-Aq, 2004). Non posso pertanto lasciarmi sfuggire l’accostamento di cole al greco koloi-ós ‘cornacchia, gazza’ e il fatto che esso sia stato variamente maltrattato in bocca al popolo come nel secondo costituente del nome aiellese o in quello cerchiese ciccia-ccòra. Ora, mi sembra molto interessante collegare cicia- con l’appellativo cecca , uno dei diversi nomi per ‘gazza’ citati da Di Nicola, ma anche altro nome dell’occhiocotto, un passeriforme ( anche in questo caso un solo nome indica due uccelli diversi). I linguisti, che non immaginano o semplicemente non fanno simili connesioni, in questo caso sostengono che si tratti del nome di donna Cecca, diminutivo di Francesca, e risolvono bellamente il problema, ma dovrebbero anche spiegarmi perché ricorrono regionalmente ornitonimi simili come ceca ‘beccaccino’, ceci-òra ‘occhiocotto’, leggera variante omosemantica di cecca, e buon’ultimo, per non tediare troppo i gentili e pazienti lettori, céc-ero ‘cigno’, ma anche ‘airone cenerino’, nome risalente a un lat. volg. *cyc-inus , class. cyc-nus ’cigno’. L’unica spiegazione è secondo me la constatazione che queste radici, nella notte dei tempi, avevano un significato molto ampio, fino ad arrivare a quello che per me è alla base di tutte le parole, il significato di ‘forza, animo, spirito,vita, essere vivente, movimento, ecc.’. Questo voglio dire quando affermo che la Lingua procede per generalia: essa si muove da nozioni generalissime per specializzarle poi via via sempre di più.
Io non amo le sottili teorizzazioni sulla lingua che un po’ mi spaventano perché talora generano incresciosi fraintendimenti, e anche perché forse non sarei nemmeno in grado di svilupparle con abilità e maestria come fanno tanti dotti studiosi. Quando Di Nicola parla di “teoria della convenzione” presentandola, mi pare, come moderna sarebbe stato bene però ricordare anche che essa si trovava già nel Cratilo di Platone, opera da lui citata. Il suo sostenere, in modo critico nei miei confronti, che la parola sarebbe frutto di una convenzione basata sulla libertà di scelta, sull’arbitrio, ecc. ho l’impressione che scaturisca dal fatto che egli non conosce il mio pensiero al riguardo, non avendo magari letto i tanti miei articoli pubblicati precedentemente in questa rivista e raccolti, insieme ad altri, nelle mie Meditazioni Linguistiche, pubblicate lo scorso anno. Comunque egli può farsene un’idea leggendo l’articolo intitolato Fonte della Vita e Fonte Vipera pubblicato nell’ultimo numero (9/2008) insieme al suo intervento che sto commentando. A p. 25 di quel numero più o meno affermo che l’uomo delle origini si trovava nella comoda posizione di scegliere, per dar corpo alla parola, tra i vari suoni a sua disposizione, dato che per lui l’uno valeva l’altro: quest’idea non coincide forse con quella che Di Nicola mi rimprovera di non condividere?
Quanto al biunzo ‘bigoncio’ castellitto che viene riferito a due tipi di bigonci, l’uno fatto di vimini per il trasporto dello stallatico nei campi, l’altro di listelli di legno per il trasporto delle uve, voglio far sapere che ad Aielli essi erano indicati con due appellativi diversi: evidentemente la Lingua, come sostenevo sopra, aveva in questo caso ristretto, nel nostro dialetto, il significato più generico del castellitto biunzo. Difatti da noi la parola piunze designava solo il recipiente per le uve, mentre quello per lo stallatico era chiamato cestóne (con le due /e/ mute). Questo recipiente, quindi, non era in uso solo a Castellafiume, come afferma Di Nicola, anche se in forma dubitativa.
L’etimo dato da Di Nicola per il castellitto ronzane ‘gocciolamento dell’acqua piovana dai tetti senza canale di gronda, stillicidio’ mi offre il destro per fare delle osservazioni che definirei da manuale. Intanto il termine rispunta anche ad Aielli nella forma alquanto diversa di verenzàle (tutte le /e/ sono mute), il che dovrebbe far capire che l’etimo non può essere “onomatopeico” come sostiene Di Nicola in riferimento al “ronzio” causato dallo stillicidio. E ancora non si tratta di parola esclusiva di Castellafiume, come Di Nicola dubitativamente sostiene. A me pare evidente che egli abbia una visione piuttosto localistica del fenomeno lingua, la quale, invece, se potessimo conoscerla a fondo mostrerebbe in diacronia radici talmente profonde e talmente lunghe e vaste in estensione da farci rimanere sbalorditi. Sicchè potrebbe essere a mio avviso almeno ipotizzabile che il nome castellitto del pipistrello (cui Di Nicola accenna) nòttia, simile al lat. noctua 'civetta', possa affondare le sue radici in uno strato linguistico molto precedente a quello del latino, dove esso poteva avere un significato del tutto generico come ‘uccello’. Ma, una volta rimasto impigliato nello strato latino, ha conseguentemente stretto un patto di necessaria e mutua dipendenza con la parola latina noct-em ‘notte’, talché è difficilissima e quasi impossibile operazione, per i non iniziati in questa impietosa e severissima scienza etimologica, tentare di districarne il nodo strettissimo. Quando poi bisogna determinare l’etimo di una parola è indispensabile e fondamentale la comparazione di essa con quelle corrispondenti di altre parlate vicine e lontane. Perché una cosa è certa: una parola quasi mai è un prodotto locale, degli abitanti di un determinato paese. La forma aiellese verenzàle suggerisce che originariamente il termine faceva parte della famiglia a cui appartiene l’italiano gronda , lat. tardo grunda. E in effetti molte parole dei nostri dialetti presentano la perdita della gutturale sonora /g/ seguita da consonante, come è avvenuto a mio parere per ronzane nel dialetto castellitto, o, più raramente, la vedono trasformarsi in fricativa sonora /v/, come è avvenuto per verenzàle nel dialetto aiellese, dove tra l’altro si è avuta del tutto normalmente anche la chiusura della /u/ non accentata di un originario *grundjàle nella vocale indistinta schwa, meglio nota come /e/ muta. D’altronde ho sostenuto in altre occasioni che per me l’onomatopea difficilmente può essere considerata un fenomeno importante nella glottogonia, appartenendo essa alla sfera ludico-iconica più che a quella squisitamente conoscitiva dell’uomo. Ma non è il caso di cercare di approfondire la cosa qui. Lo stesso trattamento della gutturale sonora iniziale si ritrova nell’altro termine aiellese verescìle (tutte le /e/ sono mute) ‘ventriglio’, noto anche come ‘grecìle’, voce laziale diffusa anche in Abruzzo. La parola castellitta riccia ‘pietruzza, piccolo frammento di pietra’ corrisponde all’aiellese verìcca (la /e/ è muta)’ pietruzza’, ma originariamente il termine era *bricca, come attesta l’it. breccia.
Per ribadire il concetto della profondità e genericità dei significati credo sia il caso di portare un altro bell’esempio rappresentato dalla parola aùcchio ’gufo’ del dialetto castellitto, parola che francamente non può presuppore altro dietro di sé che una forma del lat. tardo *au-culus, class. avi-cula ’uccellino’ della stessa famiglia di tardo lat. aucellus, diminutivo masch. di class. avis (femm.). La forma immediatamente precedente ad aùcchio è pertanto *auc(u)lus, *auclu. C’è da osservare che molto probabilmente la parola si sarà incrociata con occhio, dati i due occhioni dell’uccello notturno, ma non per questo sarebbe legittimo un eventuale etimo fatto derivare da occhio, lat. oculus.
Così posso concludere osservando, senza scendere nei dettagli, che per me la cotanzìnzera di Castellafiume e la cuterenzìnzela di Aielli sono destinate a rimanere separate nel loro significato attuale anche se molti secoli o millenni fa ne esprimevano uno generico ed unitario, come del resto attesta il loro significante.
Do un consiglio, ognuno ne faccia naturalmente ciò che crede: se si vuole veramente andare al fondo delle parole, ci si tenga il più possibile lontano dalle teorie che pure possono servire di generico orientamento, di spunto e di verifica. Si leggano e studino i toponimi, cosa che io faccio da una ventina di anni senza perdere l’entusiasmo e la curiosità della ricerca. Essi sono stati i miei veri maestri che, umili e tenaci come querce, hanno sfidato i millenni, portando fino a noi i loro sensi nascosti, purchè li si sappia interrogare nel modo giusto. Non si dimentichi che anche nelle piccole cose sono scritti i grandi principi del nostro mondo, come ben diceva il grande Galilei.

venerdì 23 ottobre 2009

Ingoiare il (un) rospo

Ancora una volta debbo constatare l’insufficienza della linguistica tradizionale nell’individuare l’origine di detti, proverbi, espressioni varie come, ad esempio, quella che suona ingoiare il rospo (cui fa da pendant l'altra che suona sputare il rospo). Gli etimologi ricorrono, in casi di questo genere, a spiegazioni metaforiche, traslati, paragoni a volte bislacchi: taluno (cfr. Carlo Lapucci, Modi di dire della lingua italiana, Ediz. CDE, Milano, 1986, p. 292) avanza l’ipotesi che l’origine di questa espressione nasca dal fatto che l’ingoiamento di un rospo da parte di un serpente dovrebbe poi provocare una digestione laboriosa e, quindi, dare l’idea dell’ amaro, del pesante e del disgustoso inclusi nell’espressione. E non si accorge che questo fatto varrebbe semmai per il serpente, che non esprime in effetti nessun parere sull'eventuale e tutto da dimostrare pasto indigesto, e non per noi! La soluzione, è chiaro, sa di artificio e di approccio indiretto al problema da affrontare.
In verità essa è lì a portata di mano, non richiede di sfoderare capacità straordinarie di collegamento con realtà linguistiche remote, ma solo di affiggere lo sguardo sull’aggettivo italiano ruspo ‘ruvido, scabro’, usato oggi raramente ma ancora circolante in qualche testo del ‘900. Se si suppone che la forma neutra dell’aggettivo, comunque vada sciolta la sua incerta etimologia, nel tardo latino o nel latino medievale doveva essere *ruspum, col significato di ‘cosa ruvida, aspra, dura’ (ma si può anche pensare ad un aggettivo sostantivato del volgare, posteriore a quella data), si comprende bene che il significato dell’intera espressione è semplicemente e direttamente ‘ingoiare qualcosa di ruvido, raschiante’, che lascia letteralmente il segno nella gola e una spiacevole sensazione nell'immediato e nel nostro ricordo, tanto è vero che il “rospo” ritorna in una espressione del dialetto di Roccacasale-Aq ad indicare una evacuazione dura e faticosa: ch’ stei a cachè gli rusp? (che stai a cacare i rospi?). Più o meno alla stessa area semantica appartiene anche il termine rospìttegrumo tenace di catarro alla gola che stimola la tosse’ del dialetto di Luco dei Marsi-Aq (cfr. Giovanni Proia, La parlata di Luco dei Marsi, Grafiche Cellini, Avezzano-Aq, 2006, p. 146, sub voce). Una moneta ruspa o un ruspo era a Firenze una moneta appena coniata, con i bordi ancora ruvidi, non levigati dall'uso. Alla luce di questi ricorrenti significati del termine rospo, ruspo mi sembra insostenibile il rapporto che la tradizione popolare ci consegna e l'illustre Mario Alinei, nel suo studio sui nomi degli animali, sancisce, fra l'animale rospo e la ranula (tumoretto, cisti) che si sviluppa sotto la lingua dei bovini, o anche degli umani, chiamata rospo in qualche dialetto. A me pare chiara l'estraneità tra i due concetti espressi dal significante rospo che si sono qui incontrati solo per caso, dunque, senza formare un tandem affiatato tramite le misteriose vie magico-religiose della teoria dell'Alinei, la quale a mio avviso andrebbe rovesciata (non sono le credenze e la cultura in genere a dar ragione del nome, ma è il nome, pienamente e rettamente inteso, che dà ragione del folclore e della cultura in genere, da esso stesso in buona parte generati) , anche se io penso che la "forza" che provoca il tumore e le prominenze di un corpo scabroso è la stessa di quella che dà vita all'animale: cfr. ad esempio gr. thymòs 'animo' e gr. thymos (con accento sulla prima sillaba) 'timo, escrescenza carnosa, verruca, fico'; ma questo tipo di ragionamento lo lascerei per il momento solo agli iniziati un po' fuori di testa come me. Tutto qui. Con l’aggiunta della notazione che, man mano che l’aggettivo sostantivato che fa parte dell’espressione ingoiare il (un) rospo  tendeva ad essere relegato ai margini della lingua, lo spazio vuoto da esso lasciato veniva inevitabilmente occupato dalla omofona, o quasi, parola indicante il ‘rospo’, animale che oltretutto difficilmente potrebbe entrare nella strozza dell’uomo, ammesso che uno volesse ingoiarlo. Se qualcuno pensasse poi che il tumoretto bovino o umano in questione è cosi chiamato perchè la pelle del rospo è ricoperta di tubercoli simili si sbaglierebbe ugualmente, dato che non solo l'etimologia che collega anche il nome dell'animale all'aggettivo ruspo non è oggi più in auge, ma soprattutto perchè anche il termine tecnico-specialistico ranula, usato per la suddetta tumefazione, viene direttamente dal latino ranula(m) 'piccola rana, ranocchio, piccola cisti sotto la lingua dei bovini' benchè la rana abbia una pelle liscia! Non si può pensare che i latini abbiano qui confuso il rospo con la rana, e perciò la motivazione del significato di 'cisti, tumore' per quest'ultimo termine va a mio avviso cercata altrove, non nel tipo di pelle dell'animale simile chiamato rospo. La pianta erbacea chiamata ranuncolo, ad esempio, ci parla anch'essa di una 'piccola rana' , secondo l'etimo latino ranunculus 'ranocchio', pur non avendo nessun rapporto con l'animale! A meno che non si faccia ricorso a quella sorta di paese di Bengodi, che per me è la teoria magico-religiosa, dove ognuno trova il suo posto a tavola e riesce così a far quadrare i propri conti. Naturalmente la mia idea da iniziato (un po' folle?) è che anche il ranucolo costituisce un' escrescenza come quella indicata dal gr. thymos 'timo, escrescenza carnosa, ecc.' più sopra citato. Così pure le lucciole: lasciamole sciamare felici nelle calde serate estive e non riteniamole responsabili, con sentenza inappellabile ottenuta col favore della magia o altro, delle ulcere della lingua come vorrebbe qualcuno (in alcune zone della Toscana e altrove lucciola è la voce per 'ulcera')! Si capisce subito in questo caso che i vagolanti e ammiccanti esserini sono soltanto un travisamento delle ulcere, prodottosi non per sortilegio ma per via della banale metatesi e dell'etimologia popolare: nel mio dialetto di Aielli-Aq l'ulcera alla lingua o allo stomaco diventa (meglio: diventava) infatti la lùcera, pronta a trasformarsi in lucciola, lì dove nella parlata locale questo fosse il nome dell'insetto, anche per l'instabilità delle sillabe postoniche come nella serie degli abruzzesi quatràne, quatràre, quatràle 'ragazzo'. Per favore, allora, sforziamoci di guardare, almeno quando l'evidenza trabocca da ogni parte, dietro il paravento sonoro di questi termini che dentro di sè nascondono sempre, secondo me, una diversa identità che ama tenacemente e quasi burlescamente mantenere l'incognito: ma come può sfuggire che dietro i siciliani bicchignu 'tosse secca', bicchineddha 'tosse convulsiva' non opera l'ignaro becco (capro), come qualcuno sostiene, ma il puro greco béek-s 'tosse'? Solo la deformazione professionale, guidata dalla ora prevalente teoria magico-religiosa, può arrivare a queste sviste ed eccessi. Vorrei pertanto concludere osservando che sì, l'uomo primitivo vedeva la realtà tutta immersa in un'aura magico-religiosa, ma solo nel senso che essa appariva ai suoi occhi animata e vivente e tale egli la rappresentava semanticamente nella lingua in ciascuna delle parole che andava formando. Le quali, segnate così da un comune marchio semantico d'origine, erano fatte apposta per tessere, nelle loro ricadute folcloristico-culturali, un'irrazionale rete di rapporti che inevitabilmente ingannava la mente istintiva, ingenua e disponibile del selvaggio della preistoria e che mi pare continui a lusingare, seppure in maniera diversa, anche lo smaliziato uomo supertecnologico moderno, quando questi si sforza invano di capire le ragioni del comportamento totemico e magico-religioso dei suoi antichi predecessori, perchè, in questo tentativo di comprensione e spiegazione, cade nella trappola, a mio parere, di quelle stesse maglie che avevano irretito il suo antenato agli albori dell'umanità. Solo che il selvaggio credeva alla voce delle sue alate (Omero così le chiamava ancora) parole e cercava di ammansire le minacce o di ingraziarsi i favori degli esseri divini che egli scorgeva in ogni cosa e in ogni parte, e di cui esse erano le messaggere incontestabili, attraverso l'accumulo di formule magiche, scongiuri, preghiere, riti via via suggeriti e modificati dai significati mutevoli e diversi delle stesse parole appartenenti alla sfera di quegli esseri, soggette alla girandola delle contaminazioni più sopra descritte. Lo studioso moderno di quelle parole, lontano le mille miglia dalla ipersensibilità quasi patologica che il selvaggio avvertiva per esse e per i loro riverberi polisemantici accumulati in diacronia, le osserva e le vede ormai spoglie di ogni venatura mistica e mitopoietica, ridotte a mero, anodino strumento di comunicazione, come uno specchio che automaticamente e univocamente riflette su un piano sincronico la trama, ormai senza profonde risonanze interne, di quelle credenze e quei riti , di cui, al contrario, erano state le vere, anche se cangianti, versicolori generatrici e animatrici attraverso i millenni.

sabato 17 ottobre 2009

Le Procaristèrie

Le Procaristerie erano feste annuali dedicate ad Atena, considerata anche dea dell’agricoltura insieme a Demetra e Core, che si svolgevano ad Atene il 21 marzo, all’inizio quindi della primavera, quando le messi cominciavano a germogliare nei campi e la natura si risvegliava.
Il termine sembra voglia alludere ad una festa di ringraziamento (cfr. charis-terion ‘ringraziamento’) che però mal si adatta ad un rituale dell’inizio della primavera. Esso sarebbe più consono ad una festa autunnale, o anche estiva, del raccolto. Pertanto in un primo momento avevo pensato che la parola volesse indicare i nomi delle piantine di grano che in quel periodo spuntano dal terreno, e avevo individuato nella componente iniziale pro-‘prima,davanti’, che d’altronde non si sa bene come valutare ed intendere, la radice di gr. pyrós ‘grano’, concetto che a mio parere ritornava nella seconda componente –charis- che in greco significa ’grazia, gratitudine, ringraziamento’ ma che pensavo fosse solo la rietimologizzazione di un termine preistorico diffuso nel centro-meridione d’Italia, e cioè carusë, carusella ‘grano, tipo di grano’. L’intera parola (ta Procharisteria ‘le Procaristerie’), concludevo, si prestava ad indicare una festa primaverile del grano in germoglio. Ma un’attenta riflessione sul significato della radice di cháris, deverbativo da chaíro ‘mi rallegro, gioisco,ecc.’, mi ha portato alla conclusione che la parola dovesse indicare, in epoca preistorica, proprio il risveglio della Primavera, con tutta la sua luce, il suo rigoglio, e la sua forza germinativa portatrice di vita, calore e salute (chaíre ‘salve’ è la formula di saluto per i Greci), vitalità ben espressa dal nome inglese per ‘primavera’, cioè spring ‘primavera, salto, sorgente’. Ma forse, risolvendo la cosa in questo modo, non tocco completamente la verità che giace al fondo. In effetti non è illogico sostenere che quella ‘forza e vitalità’ presente nella Primavera è la stessa che fa germogliare anche il grano, e che pertanto lo stesso termine impiegato in una parlata ad indicare la Primavera poteva essere usato in un’altra ad indicare più specificatamente le piante, i fiori, e il grano. Ceres, la dea dell’agricoltura italica, da cui i cerealia ‘cereali’ (della stessa famiglia di ted. Hirse ‘miglio’, a mio avviso), mostra una radice molto simile a quella di carusë ‘grano’ e a quelle di lat. cre-are, cresc-ere nonché di gr. kóros,kûros ‘fanciullo, giovane, maschio’ e, significativamente, ‘rampollo, giunco, stelo’ (cfr. Kóre ‘Giovane, Fanciulla’, figlia di Demetra, rapita da Plutone in Sicilia mentre raccoglieva fiori). La notazione del mito, secondo la quale Demetra perse tutta la sua naturale gaiezza dopo la perdita della figlia, non credo sia stata inventata da qualche mitografo, che voleva evidenziare la  tristezza profonda che si impadronisce dell’animo umano dopo simili disgrazie, ma è molto più probabile che questa gaiezza fosse uno dei significati che il termine Kóre aveva in qualche parlata della Grecia. Io sono del parere che quasi nulla nei miti è inventato, essendo essi invece un prodotto quasi automatico dei numerosisimi incroci di parole che si sono verificati nel corso della loro vita plurimillenaria. In questo caso, inoltre, l’idea di ‘soddisfazione, contentezza’ poteva essersi insinuata in Kore dal verbo corradicale koré-nny-mi ‘mi sazio, sono soddisfatto’.
La componente pro-, nel senso di ‘forza primaverile’, penso si possa accostare al dan. for-år ‘primavera’ la cui seconda componente a mio parere qui non dovrebbe valere ‘anno’ ma richiamerebbe il greco (w)éar ‘primavera’ e il lat. ver ‘primavera’ la cui radice è presente anche in area germanica. La parola sarebbe quindi un composto tautologico e non dovrebbe essere sciolta in ‘pre-anno, inizio dell’anno’. Significativamente la radice rispunta, secondo me, anche nel ted. Frűh-ling ‘primavera’ (benchè incrociatasi con altre simili che qui tralascio), e nel serbo-croato pro-ljeće ‘primavera’ il quale potrebbe ancora erroneamente far pensare che si tratti di una ‘pre-estate’ dato che pro-ljetni vale ‘primaverile’ e ljeto vale ‘estate’, forse connesso con lat. laetum ‘rigoglioso, lieto’. Conferma il mio ragionamento la voce ted. froh ‘gioioso, lieto, fausto’ che ci riporta al piacere e alla gioia, in altri termini alla ‘vitalità’ e alla ‘gioiosa eccitazione’ della Primavera.
Se tutto ciò non bastasse ad accreditare l’idea di Atena=Primavera, potrebbe venirci incontro, a sua volta, un altro epiteto della dea, cioè Ergáne, Orgáne ‘protettrice delle arti’, dal gr. (w)érgos ‘opera, lavoro, faccenda’, termine che svela la sua parentela con gr. orgá-o ‘sono pieno di umore, sono fecondo, rigoglioso’ in riferimento a piante (ad Aielli-Aq j’òrganë è un’erba commestibile), ma anche ‘sono ardente, bramo, ecc.’. Sono da ricordare le órgia ‘culti misteriosi’ di Demetra Eleusina. E’ evidente che la funzione di protettrice delle arti, riservata alla dea, è un diretto derivato dell’altra di generatrice di tutte le forze della Natura.
Trito-géneia,Trito-genés, uno dei tanti epiteti della dea, viene spiegato diversamente come ‘figlia di Tritone’, o dal lago Tritonide nella Libia, dal torrente Tritone della Beozia, ecc. Io lo intenderei invece come composto tautologico col significato di ‘grano’ o ‘vegetale’ da accostare per la prima componente a lat. triticum ‘grano’, ted. Ge-treide ‘cereali, grano’; per l’altra componente bisogna supporre un sostantivo ‘nata, creatura’ e quindi anche ‘grano’ come, a mio parere, dimostra la forma semplice Tritó.
Korypha-genés ‘nata dalla testa (di Giove)’ presenta invece nella prima componente quella che a me sembra una semplice variante di kóre ‘fanciulla’: il maschile kóros che vale anche ‘stelo, giunco’, è fatto risalire a * kór(w)os, e il corvo è uno degli uccelli a lei sacro.
Interessantissime sono alcune notizie desumibili da racconti tradizionali della città di Enna in Sicilia, centro antichissimo del culto di Cerere e Proserpina. Nel quartiere di Valverde si trova una stradina chiamata di Cerere Arsa. Nella zona esisteva in antico un tempietto della dea Cerere con una statua lignea fatta bruciare da san Pancrazio, presunto evangelizzatore degli Ennesi, con la promessa che i raccolti sarebbero stati ugualmente copiosi sotto la protezione della Madonna, detta di Valverde. La stradina suddetta è nota come Cirasa : non è difficile leggere in Cerere Arsa una reinterpretazione del precedente nome o toponimo Cir-asa , probabilmente da Cer-asa, in cui riappare una variante della radice relativa alla ‘'forza vegetativa'’ di cui si discute, della stessa natura di car-usë ‘grano’ e di Ceres. Eppure –incredibile auditu!- la gente locale e gli studiosi credono che sia l’esatto contrario, che cioè Cirasa sia una deformazione dialettale dell’espressione Cerere Arsa!
Va da sé, invece, che la storiella di san Pancrazio che brucia la statua lignea della dea debba prendere l’avvio da questa banale rietimologizzazione. Anche il nome del Santo, Pan-crazio, che in superficie significa ‘onni-potente’, dal gr. pan-kratés, sembra invece alludere, in questo caso, al significato vegetale di pan-krátion ‘sorta di scilla marina’, soprattutto se si pon mente ad un epiteto di Atena, quello di Krato-genés ‘nata dalla testa (di Giove)’, che peraltro si allinea con gli epiteti sopra citati: c’è da notare che in fondo il concetto di ‘capo,testa’ equivale a quello di ‘protuberanza, escrescenza, crescita’ proprio della vegetazione e anche che il termine cháris, chárit-os ‘grazia’, di cui sopra, poteva facilmente diventare chár(i)t- andando così a confondersi con kártos, variante di krátos ‘forza’, la forza germinativa della Natura che è dietro questi nomi legati alla vegetazione e la forza tout court che sta dietro ogni parola. Da notare anche gr. krataí-gonos ‘persicaria (vegetale)’ in cui riappaiono in forme alquanto diverse le due componenti dell’epiteto, naturalmente senza che si possa estrarne un qualche significato di superficie accettabile, in relazione al referente, se non quello vaghissimo di ‘nato (-gonos) con forza, dalla forza (krataí-)’. La Madonna di Valverde, poi, è chiamata esattamente la Madonna della Visitazione, che è l’appellativo che normalmente si accompagna alla Madonna delle Grazie, venerata dalla Chiesa Cattolica a ricordo della visita che Maria fece alla cugina Elisabetta. E’ quindi singolare la coincidenza del nome Grazie con la seconda componente di Pan-crazio. Per il primo elemento pan- bisogna andare col pensiero a gr. pam-bótanon ‘erba’(cfr. gr. botáne ‘pascolo, erba’), alle feste ateniesi Pan-atenee dedicate ad Atena nonchè al dio agreste Pan, simbolo delle molteplici e misteriose forze della Natura. Buon ultimo l’aggettivo pán-chortos riferito da Sofocle a sĩta ‘cereali’ con significato presumibile di ‘copiosi’, letter. ‘tutta (pan-) erba, cibo, nutrimento (-chortos)’, che però a mio parere è tautologico rispetto a sĩta e richiama, nella seconda componente, il lat. hordeum ‘orzo’, anche se lo si volesse intendere, quest’ultimo, come ‘chicco, rotondità’ poiché chórtos ha anche il valore di ‘recinto’, cfr. lat. hortus.
Date le precedenti corrispondenze tra char(i)t- 'grazia', kratos, kartos 'forza', a me sembra che il lat. gratia 'grazia, gratitudine, favore, influenza, potere,ecc.', la cui origine non è moltissimo chiara, possa essere considerato una loro variante di tipo germanico (cfr. ted. gern 'volentieri' )anche per la presenza nel gr. charis, charit-os di diversi dei molti significati di gratia. Ho constatato che anche Ottorino Pianigiani, famoso magistrato e linguista vissuto tra Otto e Novecento, esprime la stessa idea nel suo Vocabolario Etimologico.
Per finire, a me pare evidente che anche il nome latino della città siciliana centro del culto di Cerere, Henna, dovette indicare in epoche remotissime qualche divinità della fertilità dei campi e degli animali, nome collegabile in qualche modo al gr. genés di cui sopra, se solo si tiene presente l’uso che nel Medioriente, fin dall’antichità più lontana, si fa della pianta henna (hinna), con la cui polvere si dipingono figure ornamentali sulle mani e sul corpo di giovani donne nelle cerimonie nuziali, prima che si incontrino coi loro mariti. Henna è anche nome arabo personale femminile che significa ‘benedetta, beata’ e quindi connesso con l’idea di ‘gioia, felicità’ di cui sopra. L’ uso della pianta, in funzione ornamentale, ricorre in occasione di eventi legati anch’essi all’idea di ‘fertilità’ come nascite, compleanni e circoncisioni.
Sono altresì convinto che, prima che una divinità si appropriasse del nome della rocca famosa della città di Henna , esso doveva indicare proprio l’altura ab omni aditu circumcisa atque directa, come la definisce Cicerone, secondo quanto di solito accade toponomasticamente, in casi simili.
E non finiremo mai di ringraziare gli uomini della preistoria che hanno dato il via al mirabile complesso di storie e miti e tradizioni che, ampliato di generazione in generazione e approdato nella Storia, è riuscito ad arrivare fino a noi, preziosissimo scrigno di vocaboli remotissimi senza di cui sarebbe stato quasi impossibile dare man forte, verificandone i princìpi, alla mia singolare teoria sull'origine, natura ed evoluzione della Lingua.