sabato 24 dicembre 2016

Il termine "salario": un altro etimo imprevisto



   "La via Salaria affermano i più con una cert’aria di stupore mista talora a saccenteria è così chiamata perché venne costruita per portare il sale dalle saline del Lazio costiero alla Sabina, a nord-est di Roma spingendosi fino ai Piceni sul mare Adriatico". Oppure ci si corregge dicendo che il nome deriva dal fatto che lungo quella via avveniva il trasporto essenziale del sale. Questa seconda affermazione credo che si sia resa necessaria quando ci si rese conto che la prima effettivamente non sembrava accettabile.  Si è mai costruita in effetti una strada solo perché essa dovesse permettere il trasporto di questo sia pur importante alimento o di qualche altra merce? Molto probabilmente prima che la strada venisse resa carreggiabile esisteva già un tracciato percorribile da animali da soma che trasportavano di tutto compreso il sale, tracciato che poteva avere già il suo nome originario che magari andava a perdersi nella notte dei tempi. In questi casi il nome poteva trarre origine dalla natura essenziale della strada, cioè proprio dal suo essere un percorso, una mulattiera, una via.   Esiste in sanscrito infatti una radice sar-, sal- col significato base di ‘andare, scorrere’ che andrebbe a pennello per la denominazione di una via.  Ma c’è anche chi suppone che la Salaria fu così chiamata perché collegava il Tirreno all’Adriatico, dal lat. sal-u(m) ‘mare’. Non mancano,poi, nella odonomastica le vie Salara, Salera o del Sale.

    Con la stessa sicurezza si afferma da molti che il lat. sal-ari-u(m) ‘salario, paga, stipendio’ prende il suo nome dal fatto che i soldati e i magistrati venivano pagati con razioni di sale, alimento certamente prezioso oggi ma soprattutto allora.  La prima difficoltà per questa opinione la si incontra quando si viene ad appurare che i soldati romani, almeno all’inizio, non venivano pagati con razioni di sale: il cittadino romano, divenuto soldato, pagava di tasca propria tutto ciò che serviva al suo mantenimento (non solo il sale!) e al suo armamento, somma che però, da quando fu a lui assegnato uno stipendi-u(m) ‘stipendio’, veniva defalcata da esso in anticipo.  Sicchè qualcuno, per evitare l’impasse nella spiegazione del termine, suppone che comunque ci deve essere stato un periodo in cui il sale costituiva lo stipendio o parte di esso. Ora, si può anche pensare che lat. sal-ari-u(m) indicasse una razione di sale, ma riesce difficile credere che questo fatto avesse dato il nome all’intero stipendio.  Quando si tratta di trovare l’etimo di parole antiche e sono le più numerose si cade facilmente nel tranello di spiegarle ricorrendo esclusivamente al lessico della lingua cui esse appartengono.  Si pensa, insomma, che  prima di andare a cercare altrove bisogna a tutti i costi non distogliere lo sguardo dalle parole della stessa lingua che possono prestarsi alla comprensione di esse come avviene qui con il lat. sal-e(m) ‘sale’. 

   Non è ammissibile però supporre che una lingua nasca come a tavolino e che possegga parole, almeno nella maggioranza, che siano pura espressione di un’unica civiltà d’origine: quella che le avrebbe create secondo uno spirito rintracciabile nelle parole stesse. Nulla di più falso, invece, secondo il mio modo di vedere le cose.  Chi potrà mai, in un organismo che si perpetua da decine di migliaia di anni, come quello della lingua, rintracciare tutti gli innumerevoli rivoli che invece hanno dato vita ad esso e nello stesso tempo lo hanno via via modificato, lentamente ma inesorabilmente? E’ normale che accanto ad una parola facente parte di quella lingua da epoche immemorabili ne viva un’altra simile nella forma ma trascinata da un rivolo diverso immessosi in quel lessico solo successivamente nel tempo, di poco o di molto.  In questo senso il concetto di purezza di una lingua è solo espressione dell’orgoglio dell’uomo che non vuole morire nell’animo di ciascuno di noi, il quale è portato a credere di essere detentore di una lingua particolare, quasi avulsa da quelle degli altri.  Abbiamo dovuto già subire nel secolo scorso le nefaste conseguenze politiche legate al concetto di razza, concetto scientificamente falso. Ed io sostengo che tutte le lingue del mondo si sono formate da uno stesso meccanismo di fondo, la cui regola principale è l’estrema volatilità dei significati delle parole i quali derivano, a mio parere, da un solo concetto primordiale, così generico che non lo si può delimitare con precisione: spinta, forza, anima, vita, ecc.

    Ora, tornando alla radice sal-, credo si possano fare interessanti osservazioni circa alcune espressioni che la contengono, come quella ricorrente nel veneto lagunare che suona ciapà la sàla (con la /s/ sonora) ‘prendere il cibo della giornata’[1].  L’espressione, usata dai pescatori di ritorno dalla pesca, indicava il pagamento in natura che essi ricevevano dal datore di lavoro.  Solo che il significato letterale è ’prendere la gialla’, cioè – si interpreta- la farina di mais per fare la polenta. 

    La mia supposizione, invece, è che sia nella parola sal-ari-u(m) ’salario’ sopra citata, sia in questa voce veneta sàla ‘gialla’ ci sia nel fondo, prima degli incroci della radice rispettivamente con le voci per ‘sale’ e per ‘gialla’, proprio il significato di ‘paga, pagamento’ in denaro o in natura.  Infatti nel diritto germanico il termine sala indicava i documenti di rito con cui si attuava il passaggio di proprietà. Il termine doveva essere legato quindi al concetto di “vendita” o “acquisto”[2].   Non per nulla in inglese si incontra il sostantivo sale ‘vendita’ e il verbo sell (sold,sold) ‘vendere’ che in dialetti americani presenta un passato salde e un part. passato ge-sald, con radice preceduta dal prefisso ge-, usuale nei part. passati tedeschi[3].  Il bello è che in inglese si incontra anche l’espressione idiomatica to be worth one’s salt ‘essere competente, capace’ ma, letteralmente, ’valere la propria paga (sale)’, in altri termini cioè “ben guadagnarsi, con abilità e impegno, il proprio stipendio”, sia esso in denaro che in natura. E in quest’ultimo significato esso poteva concretizzarsi in ogni specie di cibo per il proprio sostentamento e quello della famiglia.  Anche in questo caso ritorna, come vediamo, il concetto di “sale” (ingl. salt) ad intorbidare le acque. E gli esegeti ci raccontano ancora una volta la falsa storia del pagamento dei soldati romani che avveniva col sale.  Sta di fatto che l’ingl. salt ‘sale’ è molto simile formalmente all’ingl. sale ‘vendita’ e non è affatto impensabile che nella notte dei tempi il termine si sia incrociato con quello per ‘sale’ confondendo le nostre idee, a meno che non abbiamo elaborato un metodo adatto che ci consenta di andare più in profondità rispetto allo strato superiore in cui il concetto di “sale “ la fa da padrone.  Inoltre in ant. norreno, lingua germanica, la voce sal valeva proprio ‘pagamento’. 

     Per le radici di it. sald-are, sia nel significato di ‘connettere stabilmente (metalli o altro)’ sia in quello di ‘pagare, chiudere’ riferito a conto o debito, sono propenso  a considerare sald- una variante, sin dall’origine, di quella dell’aggettivo it. sol-ido, e legata per vie molto profonde allo stesso concetto di “sale”: un solido cristallino composto di granuli simili a pietruzze nella forma.  Così si spiega anche il termine it. sal-gemma specializzatosi ad indicare il sale minerale, mentre all’inizio doveva indicare genericamente il sale, anche quello marino.  Sappiamo che in lat. il termine gemma valeva anche ‘pietra, pietra preziosa’.  Ma anche il lat. sal-e(m) ‘sale’ doveva indicare un granello o qualcosa di simile se si pon mente all’abruzzese sal-éttë ‘ghiaieto, greto (di un fiume)’, luogo appunto pieno di ghiaia e ciottoli[4]. Quindi sal-gemma nacque come composto tautologico per ‘sale’, anche se in latino esso non c’è. Per il mediolatino sal-petr-a(m) ‘salnitro’ vale lo stesso ragionamento: all’inizio la parola era un termine generico per ‘sale’ specializzatosi poi ad indicare quel tipo di sale prodotto da umide pietre e calcinacci. Il lat. pl. sal-es significava proprio ‘granelli di sale’ ma non perché, a mio avviso, questi granelli sono formati dalla materia sale (sineddoche), ma perché all’origine sal-, da solo, valeva proprio ‘granello, pietruzza’.

    Lo stesso it. pag-are a mio avviso non deriva direttamente dal lat. pac-are il quale, a detta di tutti i linguisti rinvierebbe al lat. pac-e(m) ’pace’  con la spiegazione che il pagamento metterebbe in pace il debitore (la lingua non opera in questo modo indiretto!).  Si tratta sempre della stessa radice pac- / pag- ma nel significato di ‘pattuire, fissare (un prezzo)’, senza passare per il significato più specializzato di pace, la quale comunque è sempre un portato del significato di ‘pattuire, concordare’.  Non c’è di ciò dimostrazione più chiara della frase latina di Ovidio non fuit armillas tanti pepigisse Sabinas ‘non era necessario acquistare (pagare) i braccialetti sabini a così caro prezzo’[5].  Letteralmente il nesso tanti pe-pig-isse vale ‘aver fissato, pattuito a così alto prezzo (tanti)’. L’infinito perfetto pe-pig-isse è relativo al verbo lat. pango, is, pe-pigi, pactum, pang-ere, un verbo che contiene la radice pac-/pag- di cui sopra.  





[1] Cfr. M. Cortelazzo-C. Marcato, I dialetti italiani. UTET, Torino, 1998 s. v. sala.

[2] Cfr. T. De Mauro, Il dizionario della lingua italiana, Paravia, B. Mondadori edit., 2000.

[3] Cfr.   la voce sold nel vocab. Merriam-Webster.

[4] Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, Adelmo Polla edit., Cerchio-Aq  2004.

[5] La frase è spesso citata nei vocabolari scolastici sub v. pangere

venerdì 25 novembre 2016

La voce regionale trappeto 'torchio, frantoio (per le olive)'

      

Incredibile! Sono numerose le volte che mi ritrovo ad usare quest’esclamazione quando scovo il vero etimo di una parola, diverso da quello ritenuto scontato da tutti o dalla maggioranza dei linguisti: segno che il mio metodo di lavoro, che va abbondantemente controcorrente, scende anche molto più in profondità rispetto agli altri, evidenziando significati molto più generici delle radici, tanto che queste possono riferirsi ad una rosa di termini molto più vasta di quella comunemente contemplata.

   Mi pare che tutti i linguisti riconducano il centro-meridionale trappitë  al lat. trapet-u(m) risalente al gr. trapēt-ès ‘torchio’, una glossa di Esichio, e alla radice di gr. trapé-ō ‘pigio l’uva’. 

   Ora, cercando qua e là nel web, ho incontrato dei post che parlano di particolari  tappeti della famosa città di Erice nel trapanese, i quali vengono localmente chiamati trapp-ìte, non tapp-eti. Di primo acchito si potrebbe supporre che la voce ericina sia uno storpiamento dialettale dell’it. tappeto, ma così non è. Questi tappeti, usati come scendiletti, sono composti da scampoli variopinti di stoffa cuciti insieme a formare spesso figure geometriche multicolori. Si tratta, insomma, del solito concetto di “connessione, combinazione, centone, unione, mucchio, serie, coacervo, struttura, ecc.” di cui ho molto parlato nei miei articoli. Il termine inglese trap o trap-rock indica una roccia costituita da una serie di colate di lava sovrapposte che danno l'idea di enormi gradini rivela lo stesso concetto o concetti di cui sopra: d'altronde anche il ted. Treppe 'scala' fa parte di questa serie. Cfr. oland. trap 'gradino, gradini, scaglione'.

   Anche un torchio è una struttura composta da vari elementi interconnessi e difatti la parola centro-meridionale trapp-ìtë e simili è usata per indicare non solo il ‘torchio’ ma anche altri strumenti che con esso non hanno nulla a che fare: cfr. gli abr.  tràp-ëlë ‘trappola’, trap-ël-ónë ‘trappolone, bindolo’, trap-ul-ìnë ‘bindolo’, trapp-ël-ìnë ’palettina’, trapp-iédë ‘treppiede’, trapp-ìtë ‘treppiede’[1]. Queste ultime due voci fanno pensare, travolgendo la credenza comune, che il termine it. treppiede ‘arnese a tre piedi’ non sia stato creato apposta quando il treppiede fu costruito, ma che esso sia una specializzazione di un termine precedente col valore generale di ‘strumento, sedia, ecc.’.  Lo stesso ragionamento va fatto per gr. tráp-eza (dor. tráp-esda, beot. trép-edda) ‘tavola, mensa’, il quale non è una forma contratta di un primitivo  tetra-peza ‘quattro piedi’ come tutti sostengono ma, a mio parere, appartiene alla serie di trapp-itë precedentemente mostrata. Una mensa è una struttura composta di vari elementi, in genere lignei. Il numero dei piedi è ininfluente per la sua denominazione. La radice si ritrova anche nello sp. trap-iche ‘frantoio’, sp. trap-icheo ‘traffico, intrigo, intrallazzo’  col quale ritorniamo al concetto di “intreccio, confusione”. La radice, quindi, non è necessariamente da ricondurre al greco storico, data la sua presenza in Sicilia, in Ispagna e in Gran Bretagna con significati molto diversi da quello di ‘frantoio’.

    Dobbiamo metterci in testa una buona volta che la Lingua non è una entità che sta lì pronta ad inventare le parole appropriate per ogni nuovo referente.  Essa sfrutta di norma solo concetti e parole già esistenti ab antiquo nell’economia del linguaggio, ma dal significato più generico, come è naturale, che si restringe e specializza di volta in volta proprio nell’atto di nominazione. Il problema l’ho trattato anche nell’articolo precedente Giochi dei significati delle parole… Il fatto era noto già al Saussure, il quale anzi si lamenta che la maggior parte dei filosofi della lingua lo ignorano, anche se nulla, dal punto di vista filosofico, è più importante.[2] E’ vano credere, come generalmente avviene, che la lingua sia un meccanismo formatosi in vista dei concetti da esprimere, i quali sono sempre o quasi il risultato fortuito di una specializzazione di termini dai significati di fondo più generici di quelli a cui danno origine. Si tratta di belle conferme che allargano felicemente lo spirito e non lo restringono.

   La stessa radice, ma con la labiale sonora, dà vita ad altri interessanti termini.  Il lat. trabe-a(m) ‘toga’ può essere inteso appunto come tessuto, cioè un intreccio di fili. Ma il significato poteva risalire anche al concetto di “coprire”, il quale rientra sempre in quello di “unire, porre insieme, mettere in contatto” di cui ho parlato altrove. Cfr.anche lo sp. trab-ar  ‘unire, collegare, bloccare’, sp. trab-uc-ar ‘confondere’, cioè un ‘mescolare insieme’. Stupendo è l’abr. trab-ùcchë ‘tovagliolo’, un panno, un tessuto.  C’è anche l’ingl. trapp-ings ‘abito da cerimonia’ oltre all’ingl. trapp-ing ’arazzo, gualdrappa’.

   Abbastanza noto è il trabocco o trabucco, una struttura lignea ancorata alla riva per pescare il pesce che si avvicina alla costa, metodo usato in Abruzzo e Puglia. Ora, si dà il caso che anche la rete (un intreccio di fili, dunque) impiegata in questo caso si chiami trab-occo. La struttura viene anche denominata bilancia e in questo senso il termine va forse segmentato in tra-bocco, richiamando il traboccare della bilancia di cui ho trattato in altro articolo.  La radice, con la dentale iniziale sonorizzata, riappare nell’it. drapp-o da un tardo lat. drapp-u(m), trap-u(m), forse di origine gallica.

   Alla genealogia delle parole capita quello che succede ad ognuno di noi quando disegna il suo albero genealogico.  Man mano che risale nel tempo l’albero diventa talmente ramificato che gli antenati di ognuno finiscono con l’essere antenati anche di tante altre persone, fino ad abbracciarle tutte. Siamo in effetti tutti parenti. Anche le parole finiscono per esserlo se le seguiamo a ritroso.
  
  




[1] Cfr. Domenico Bielli, Vocabolario abruzzese, Adelmo Polla Editore, Cerchio-Aq, 2004.
[2] Cfr. F. de Saussure Corso di linguistica generale, pp. 103-4, nella traduzione di Tullio De Mauro, editori Laterza, Bari 1976.

giovedì 27 ottobre 2016

Giochi dei significati delle parole. Ancora grecismi nei nostri dialetti.

    
  Sono sicuro che nei nostri dialetti vivono ancora, più o meno camuffate, molte altre parole di origine greca, oltre a quelle numerose già scovate e spiegate qualche anno fa. 

  Pagliósa f., pagliùse m. (oppure pajjósa f., pajjùse m.) è un aggettivo che ricorre abbastanza spesso nei nostri dialetti marsicani col significato di ‘pericoloso, rischioso, grave, difficile’ come nel dialetto di Luco dei Marsi[1].  Ricorrente è l’ espressione: me la so vista pagliosa ‘me la sono vista brutta, ho passato un brutto momento’. 

  Ho pensato subito che la paglia (lat. pale-am) non poteva offrire una spiegazione etimologica e che invece il gr. pēl-ós, dorico pal-ós ‘fango, creta’, lat. pal-ud-e(m) ’palude’ potessero farlo.  Una strada fangosa può originare i significati collaterali di ‘difficile (da attraversare), disagevole, pericolosa’. Non per nulla in italiano esistono i verbi procomplementari sfangarla, sfangarsela, basati sull’idea di “fango”, che significano proprio ‘cavarsela, riuscire a superare difficoltà, pericoli’.  Ma non è tutto. Il vocabolario greco del Gemoll, sotto la voce pēl-ós riporta l’espressione oléthrios pēl-ós ‘rischio, pericolo’ (lett. ‘fango rovinoso’).  E così viene chiarita la stretta collateralità dell’idea di “melma, fango” e quella di “pericolo, rischio”.  Anche questa parola dialettale di origine greca, come la maggior parte di quelle analizzate qualche anno fa, presenta la forma dorica pal-ós: questo fenomeno dovrà pur avere un suo significato. Il dorico è più antico dell’attico-ionico. a nel vocabolario dialettale del Bielli, più sotto citato, si incontra l'aggettivo pell-ìne 'che significa, tra l'altro, 'di argilla', probabilmente proveniente dal gr. pél-in-os 'd'argilla' e non dalla forma dorica pal-in-os. 

  Altra voce dialettale caratteristica è calìcchia[2] che ha questi significati, registrati a Trasacco-Aq da Q. Lucarelli: ‘bietta, spinotto, cavicchio, chiodo’. In particolare la parola indicava un paletto di legno o metallo, con un fermo verso la metà, che si infilava nell’apposito buco del timone del carro o dell’aratro e che, a sua volta, era agganciato all’anello del giogo chiamato covéglië, covéjjë, cuvéjjë, cuvélla, ecc. a seconda delle parlate. L’etimo della parola rimanda, a mio parere, alla radice gr. khēl-, dor. khal- col significato di ‘tessere, intrecciare’.  A monte di questi significati bisogna porre quelli più generici di ‘unire, connettere’ indipendentemente da come il collegamento tra due o più oggetti avvenga, con un cavicchio, con uno spago o con un anello.  Ritorno ancora una volta sul ragionamento che una radice può assumere significati diversissimi nel corso della sua lunghissima storia, partendo da quello di ‘forza, spinta, ecc.” che è alla base di tutti.  Pertanto può accadere che una radice che abbia sviluppato il concetto di ‘unione’ e venga impiegata ad indicare un ‘cavicchio’, può aver sviluppato contemporaneamente o successivamente, nella stessa lingua o in lingue consorelle del remoto passato, anche il significato di ‘anello’, il quale può aver dato origine ad un concetto di ‘rotondità’ apparentemente del tutto indipendente da quello di ‘unione’, ma sta di fatto che solitamente un anello fa parte di una serie di altri anelli tutti concatenati insieme e quindi deve avere nascosto nel suo interno ancora l’originario significato di “unione”: non per nulla, ad esempio, anche l’anello in sé, e non una serie di essi, è il simbolo più ricorrente dell’unione e della fede matrimoniale.  Esso da solo basta a simboleggiarle perché la parola, che è antichissima, ed ha una ferrea memoria, ricorda per così dire i suoi significati più antichi, anche se nel frattempo ne ha acquisito altri, apparentemente irrelati.

   Così il dialettale coveglië, cuvèlla sopra citato, non è un caso che si ritrovi ad indicare cerchi, anelli e simili che svolgono però anche la funzione di collegamento e unione.  Infatti la cu(v)èlla ad Aielli-Aq, Cerchio-Aq e altrove è una sorta di ciambella ottenuta da rami di salice e olmo attaccata al basto (due per lato) attraverso cui passano cordicelle usate per tenere stretta al basto la soma.  Non è strano che in inglese il termine wheel < *(k)weel (cfr. a.fris. hwēll) indichi la ‘ruota’, sebbene slegata dal concetto di “collegamento”. Nel vocabolario abruzzese del Bielli[3] la voce cuvèllë designa “la parte del giogo che a guisa di collare cinge il collo dei buoi”.  Io che da ragazzo sono vissuto a contatto con due vacche maremmane, Cima e Bellina, dalle ampie corna lunate e ricordo bene la forma del giogo, so che in corrispondenza del collo dei due buoi esso presentava una rientranza ad arco di cerchio perché non piagasse il loro collo, e che una cordicella, scendendo dalle due estremità dell’arco, avvolgeva il collo perché il giogo non subisse eccessivi spostamenti durante l’aratura.  Siamo in presenza del duplice, anzi triplice, concetto di “collegamento, rotondità o cavità” che qui riguarda l’arco del giogo senza dar vita ad un cerchio completo od anello.  Così, nelle varie parlate, una stessa radice può indicare un cerchio, un anello, un arco, un nodo, una sfera o qualsiasi corpo grossolanamente rotondeggiante come in genere le pietre e i sassi. Seguendo il caso e le necessità via via incontrate l’uomo primitivo piega le radici, che hanno un comune significato generale, a designare questo o quel concetto specifico derivato da quello generico di fondo.

   L’etimologo che non si rende ben conto di questo gioco, crede che una radice sia nata più o meno con un significato ben determinato fin dall’origine e perciò non potrà, secondo me, darci una visione veritiera circa i significati delle parole: a me nessuno ha mai detto che una parola che indica ad esempio un ‘arco’ aveva tra le sue possibilità quella di indicare un ‘cerchio’ e viceversa, o qualsiasi altra rotondità o cavità: una curva, una palla, un sasso, un mucchio, un monte, la volta del cielo, il cielo stesso, ecc. Non è un caso che le radici delle parole poco sopra esaminate col significato fondamentale di ‘connessione, collegamento’ ma anche di ‘rotondità, anello’, sono cav- e cov- che si ritrovano nel lat. cav-u(m) ‘cavo, concavo, (anche) convesso’ e lat. arc. cov-u(m) dallo stesso significato.

   L’uomo dei primordi non aveva trovato nella sua caverna un abbecedario che lo guidasse nell’apprendimento delle parole.  Il presunto suo Creatore non lo aveva dotato di un linguaggio primordiale che venne a formarsi man mano solo dopo qualche milione di anni dalla sua supposta creazione, la quale in realtà avvenne nella forma di un lento distacco evolutivo da parte dell’animale che sarebbe stato poi chiamato uomo da ceppi apparentati di scimmie antropomorfe.  Aveva pochi suoni a disposizione (venti/trenta) con cui dar vita a quella che è stata la più fantasmagorica sua creazione rappresentata dalle migliaia di lingue e dialetti morti o ancora viventi. All’inizio dovette sviluppare un solo o pochi concetti collaterali abbinandoli a combinazioni di suoni, diverse le une dalle altre, ma con la sua somma capacità plasmatrice della natura e quindi anche delle parole, dovette accorgersi che quei concetti primordiali (forza,vita, spinta) potevano applicarsi a quasi tutte le forme della realtà. Un albero è una forza, come il vento che muove i rami e le foglie, una polla sorgiva è un’altra forza come un corso d’acqua che si muove verso il basso: tutto rientra in questo concetto, anche una montagna che è animata da una certa forza, quando l’animismo è, diciamo così, l’ideologia dominante come fu per l’uomo primitivo.  Basta indicarla con nomi diversi e, in certo senso, il più del gioco è fatto.

   Il nome lat. flu-men ‘fiume’ che originariamente doveva indicare  la forza in generale, passò ad indicare la forza che scorre e poi solo lo scorrere. Insomma il concetto di “scorrere”, che non faceva parte inizialmente del bagaglio lessicale dell’uomo, si è plasmato dal concetto di “forza”: essa infatti può concretizzarsi in un “movimento” sia quando qualcuno o qualcosa viene spinto da qualcos’altro sia quando, all’interno del corpo animale, essa ne mette in azione le membra.   Il lat. fla-men (notare la somiglianza della radice con quella di flu-men: infatti il verbo lat. flu-ere ‘fluire’ poteva essere usato anche nel significato di ‘spirare, soffiare’ proprio del lat. fla-re ‘spirare, soffiare’) dapprima dovette indicare solo la forza in generale o, meglio, l’azione di questa forza, poi quella del soffio del vento che spira e scorre nell’aria e infine anche semplicemente il vento. La parola lat. flat-u(m) ’soffio del vento, respiro, fiato’ passando all’italiano si è specializzata ancor di più indicando essa normalmente solo il respiro di un essere vivente, di un animale: parola quest’ultima che etimologicamente rimanda anch’essa al ‘soffio, respiro’ (cfr. il gr. ánemos ‘vento’): l’animale è l’essere che ‘respira, vive’: non per nulla in logudorese, dialetto sardo, esso viene indicato anche con la voce fiadu, etimologicamente solo ‘fiato’.  Il lat. mont-e(m) che originariamente indicava una forza che sporge passò ugualmente  ad indicare solo la sporgenza e quindi il monte. 

  Una volta dimenticato il valore originario, la lingua crea l’illusione che ogni parola, diversa dall’altra quanto al significante, cioè il suono esteriore, sia diversa anche per il significato e che essa sia nata ad indicare solo il suo referente e basta. Questa illusione era d’altronde assolutamente necessaria perché avvenisse una vera comunicazione anche se solo apparentemente varia e complessa, con l’uso di concetti in apparenza diversi gli uni dagli altri ma che in realtà, per sembrare tali, avevano dovuto lasciar cadere quel concetto unico uguale per tutti.  Il linguaggio, analizzato sotto questo punto di vista, appare veramente come una meraviglia. L’uomo aveva pochissimi strumenti a disposizione per elaborare un linguaggio decente (qualche concetto e 20/30 suoni diversi), eppure da essi riuscì a trarre come dal cappello di un illusionista la meraviglia di migliaia di lingue e milioni di parole tutte diverse (apparentemente) tra loro.  Questa è grande inventiva e creatività!

  Ora, tornando alla radice cav-, cov-, di cui abbiamo parlato più sopra, mi preme citare diversi termini dialettali che la contengono per trarne alcune considerazioni: ca(v)-icchia, cav-icchiale, cav-ola,it. cov-one. Il primo cav-icchia /cav-icchië significa, a seconda dei dialetti, ‘zipolo, tappo’ per chiudere il buco praticato nella botte o anche la cannella inseritavi (a volte indica la sola cannella) oppure il ‘cavicchio, l’asticciola’ che collega l’anello ( cov-éjjë/cov-églië) del giogo al timone dell’aratro.  Come si può osservare, la radice in questione può indicare contemporaneamente un ‘piolo’ o un ‘anello’. Come mai? La domanda non ci spaventa perché più sopra abbiamo spiegato come da una stessa radice che inizialmente indicava magari solo un ‘collegamento’ si potevano sviluppare altri significati. Le due parole infatti qui svolgono la stessa funzione di collegamento o unione.  La voce cav-icchi-alë, ampliamento della precedente, nel vocabolario del Bielli[4] significa ‘foro all’estremità di una trave, per legarla con la fune tirata dai bovi’: nella definizione ricorrono tutti i concetti di cui abbiamo parlato in relazione a questa radice, compreso quello di ‘cavità, buco’. La voce cav-ola indica ugualmente lo ‘zipolo’ sia che lo si intenda come ‘spinotto’ che come ‘cannella’. L’it. cov-one indica un insieme di steli di grano, insomma anche qui  una unione[5].

  Non abbiamo finito. Esiste una serie di voci dialettali affini alle precedenti. Esse sono: can-icchia, can-écchië, canà-ula. A Cerchio-Aq la voce can-icchia ha lo stesso valore, visto sopra, del marsicano cal-icchia ‘cavicchio, ecc.’. Sembrerebbe che queste varianti siano state generate da errori di pronuncia del parlante, ma bisogna scartare questa ipotesi perché abbiamo visto che esistono radici con significato affine per ciascuna di queste varianti.  Infatti anche la radice can- ha notevoli agganci con altri termini come l’it. cane, nel senso di ‘piolo, pernetto, martelletto’ che percuote l’innesco di arma da fuoco: fa parte di tutto il congegno che mette in collegamento il dito di chi eventualmente preme il grilletto facendo scattare appunto il cane che spinge il percussore sull’innesco. Oltre a ciò la parola mostra anche altri rivelatori significati come ‘strumento a forma di piastra dentata per tenere fermi i pezzi di legno durante la lavorazione’[6].  Si tratta quindi di attrezzo che come un cavicchio tiene saldi due o più elementi. E’ utile tenere presente anche il ted. Hahn che significa, oltre a ‘gallo’, anche ‘cane del fucile’ e ‘cannello, rubinetto’.  La voce abruzzese can-écchië conferma il concetto di “collegamento” col significato di ‘piccia di due panetti’, cioè una ‘coppia’ di essi.  Ma anche l’altro suo significato di ‘focaccia di crusca cotta per i cani pastori’ lo ribadisce in quanto ‘impasto di crusca’, cioè insieme dei vari pezzettini di crusca impastati con l’acqua. Il termine rivela di essersi incrociato con altri nel percorso di specializzazione: si è incrociato con cane (animale) e con l’abr. can-ìjjë ’crusca’[7], voce ricorrente anche in altri dialetti meridionali.

   Per spiegare l’etimo di can-écchië si pensa erroneamente al lat. cani-cula(m) ‘cagnolino’ da cui sarebbe derivato il verbo nganecchjà ’formare una piccia, accoppiarsi dei cani’. Ma che il cane non c’entra per l’etimo è dimostrato dal verbo del dialetto di Trasacco-Aq ncalicchià che significa ‘accoppiarsi dei cani’ magari rimanendo attaccati per via genitale. Esso formalmente però non rimanda al sostantivo canë ’cane (animale)’ ma alla voce calìcchia ‘cavicchio, ecc.’ sopra analizzata.

   Da ultimo la voce caná-ula[8], ricorrente con varianti in molti dialetti settentrionali, significa generalmente ‘collare di legno che si mette attorno al collo delle capre e delle vacche e a cui si attaccano i sonagli’.  Ma non mancano altri significati, tutti legati al concetto di “collegamento” come ‘ pastoie, anello del giogo, parte del giogo’. 





[1] Cfr. Giovanni Proia, La parlata di Luco dei Marsi, Grafiche Cellini, Avezzano-Aq, 2006.

[2] Cfr. Quirino Lucarelli, Biabbà A-E, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq, 2003.

[3] Domenico Bielli, Vocabolario Abruzzese, Adelmo Polla editore, Cerchio-Aq, 2004.

[4] Cfr. D. Bielli, cit.

[5]  Per una trattazione esaustiva della voce “covone” cfr. l’articolo Covone: etimologia presente nel mio blog del marzo 2016: pietromaccallini.blogspot.com   

[6] Cfr. Tullio De Mauro, Il dizionario della lingua italiana, Bruno Mondadori edit., Paravia 2000.

[7]Cfr. D. Bielli, cit.

[8] Cfr. M. Cortelazzo- C. Marcato, I dialetti italiani, UTET, Torino, 1998, sub voce canàbura.

giovedì 5 maggio 2016

I Rostri, la famosa tribuna del Foro romano. Etimo a sorpresa

                                  

Già da quando ero un appassionato studente ginnasiale mi fu insegnato che con il termine Rostra si soleva  indicare a Roma  la tribuna, il palco del Foro da cui parlavano, al popolo raccolto nella piazza del Comizio, i magistrati e i politici nelle varie occasioni della vita pubblica, e che quel nome derivava dall’uso di ornare quella struttura con i rostri[1] delle navi sottratte ai nemici vinti, anzi, si indicavano specificamente le navi degli abitanti di Anzio, gli Anziati (lat. Antiates), vinti nel 338 a.C. 

Ora, a parte la non completa affidabilità delle fonti relative alla battaglia di Anzio e a questo episodio delle prore delle navi i cui rostri sarebbero stati i primi di una serie destinata ad ornamento della tribuna degli oratori[2], e indipendentemente dall’uso dei rostri in genere con funzione ornamentale, certamente veritiero, esistono più che validi indizi linguistici a farci sospettare che in realtà, anche in questo caso, le cose siano andate in tutt’altro modo e che non furono i rostri delle navi a dare il nome all’antichissima tribuna calcata da grandi e piccoli personaggi della Roma repubblicana, di cui oggi non esiste più nulla tranne un basamento ad arco di cerchio tra l’altare del Lapis niger e la Curia Iulia.  Ma precedentemente, fin dai tempi più remoti della storia di Roma, un podio naturale per le autorità regie, in questo stesso luogo del Comizio, era offerto dalla rupe del Volcanale alla base del colle Capitolino. Forse non si è lontani dal vero se si immagina in questo posto, da cui Lucio Giunio Bruto avrebbe secondo tradizione arringato il popolo contro i Tarquini (509 a. C.), una prima tribuna in legno[3].

Ora, alcuni significati di termini che appaiono nei dialetti e che sono imparentati con it. rastrello e it. rostro, ci inducono a pensare, come spesso avviene, che gli etimi proposti dai linguisti per questi ultimi, riallacciati con assoluta sicurezza alle due radici simili di lat. rad-ere ‘radere, grattare, ecc.’ e di lat. rod-ere ‘rodere, consumare, ecc.’, rappresentino in verità semanticamente solo un limitato settore angolare rispetto ai significati che invece originariamente, nello stesso latino o contemporaneamente in altre lingue del mondo antico, le due radici potevano esprimere.  Questo ormai lo sappiamo è anche il motivo per cui le etimologie proposte dai linguisti, le quali rimandano spesso a significati particolari rispetto a quello più generico nascosto dietro di essi, lasciano a mio avviso spesso il tempo che trovano.  Dinanzi alla voce abruzzese  raštèllë ‘specie di cancello; greppia’[4] (che corrisponde formalmente al lat. ras-t-ellum ‘rastrello, sarchiello’ dimin. di lat. ras-tr-um o ras-ter rastrello’) non possiamo stare, in effetti, a lambiccarci il cervello cercando di derivarne il significato da quello di ‘radere’, senz’altro appropriato allo strumento chiamato ‘rastrello’ (e anche al sarchiello, che propriamente designa una specie di zappa) usato fino a ieri  nelle nostre campagne.  Esso serviva a raccogliere fieno falciato, smuovere la terra arata di fresco, ecc. ma di certo il suo nome non era adatto ad indicare un cancello, solitamente costituito da una struttura di stecche di ferro o di legno incrociate tra loro.  E allora come si spiega la coincidenza della denominazione? Si tratterebbe di semplice casualità? Niente affatto! Una cosa, però, è certa: non è il concetto di “radere” l’elemento semantico che immediatamente unifica i due arnesi ma, semmai, quello di “punta o (complesso) di punte”. Si pensi a come è fatto un rastrello: un lungo manico, in genere di legno, in una delle cui estremità è innestata trasversalmente una barra di legno in cui sono inseriti dei pioli, i rebbi, come denti aguzzi atti a raschiare e spianare un terreno morbido o ad accumulare e raccogliere erbe, foglie o altro.    Anche il concetto di “punta” è di per sé ambiguo, potendo esso prestarsi ad indicare la punta di un palo, ad esempio, ma anche l’intero palo, e non per sineddoche ma perché  sia la punta sia il palo sono due materializzazioni diverse dello stesso concetto di “spinta, protuberanza”: si pensi ad un palo piantato sul terreno: non è esso, anche senza essere appuntito, una protuberanza o punta rispetto al terreno stesso?  Il lat. rostr-u(m) ’becco, muso, sperone, rostro’, che può considerarsi variante di rastr-u(m), ci conferma l’assunto in quanto il termine poteva indicare non solo la punta (di un becco, di uno sperone, di un vomere ecc.) ma l’intero corpo dell’oggetto che la conteneva.  Il becco, poi, ricevette questo nome non perché esso era un organo (di uccello, in genere) atto a rodere e sminuzzare, ma perché era nient’altro che una punta simile a quella di uno sperone. Qualsiasi punta, comunque, si presta a raschiare: ecco quindi spiegato il motivo per cui questi concetti sono espressi da uno stesso termine, il quale però poteva coprire una serie di altri significati come stecca, palo, bastone, ramo, piuttosto lontani dall’altro.

Il gr. ém-bol-on che significa anche ‘rostro’ può darci l’idea concreta di quanto teorizzavo in precedenza, con gli altri suoi significati, riportati però erroneamente al concetto di “ciò che si introduce (cfr. gr. báll-ein ‘spingere, gettare’)” secondo i vocabolari: più precisamente, a mio avviso, il concetto originario era quello di “ciò che si protende”.  La preposiz. en ‘in, tra, dentro’ che inizialmente indicava il movimento verso alcunchè (o il movimento tout court) ha contribuito, con la sua specializzazione, a specializzare anche tutto il significato del termine. Infatti non si può assolutamente credere che il significato di ‘rostro’ discenda dal fatto che questo strumento era costruito per inserirsi nelle fiancate delle navi ed affondarle, come è spiegato in qualche vocabolario.  Ugualmente l’altro significato di ‘membro virile’ non può essere spiegato con lo stesso ragionamento, in quanto esso sarebbe destinato ad inserirsi nell’organo femminile! Roba da chiodi!  Nell’uno e nell’altro caso il significato di fondo è quello di ‘protuberanza’, indipendentemente dall’uso che se ne fa.  Altri significativi valori del termine sono: sbarra, paletto, cuneo, prominenza, lingua di terra, promontorio. Di questi anche i primi tre sono in effetti derivati del concetto autonomo di “protuberanza”, indipendente dal fatto che i rispettivi oggetti siano destinati ad inserirsi in qualcosa.

Da quanto detto finora può già balenare nella nostra mente la luminosa supposizione che con il termine Rostra gli antichissimi abitanti di Roma si riferissero direttamente alla ringhiera, parapetto e simili, di legno o di ferro, che dovevano pur esserci nella tribuna del Foro e che costituivano quindi una sorta di staccionata, inferriata, balconata alla quale gli oratori si appoggiavano nei loro più o meno ispirati e storici discorsi rivolti al popolo.  Oppure il termine poteva indicare, come vedremo, tutta la struttura della tribuna stessa.  La parola, con questi significati, dovette cadere successivamente in disuso, lasciando quindi tutto lo spazio al suo sosia specializzatosi ad indicare i rostri delle navi, la cui presenza nel luogo come trofeo di vittoria si rivela quindi un fatto del tutto ininfluente per l’etimologia del termine.  Si deve allora riconoscere che  anche l’abruzzese raštèllë ‘specie di cancello, greppia’ non può essere derivato direttamente dal classico rast-ell-u(m) ‘rastrello’ ma che esso è in rapporto con forme parallele più arcaiche, presenti nel latino parlato o anche in altre lingue italiche.  La teoria della Continuità Preistorica di Mario Alinei si rivela così sempre più veritiera[5].

Si dà il caso che in abruzzese esiste la voce rëštirë ‘ponte per murare o per dipingere in alto’, una vera e propria impalcatura, dunque, usata da muratori e imbianchini[6].  Nel dialetto avezzanese ricorre il diffusissimo ristiéra o rustèra ‘padella bucherellata, usata per arrostire castagne sulla brace’ ma anche ‘graticola, gratella’[7].  Questo secondo significato, che mi pare non appaia altrove, almeno nella Marsica, ci fa sorgere il salutare sospetto che l’etimo usuale di questo arnese (presente in ogni casa contadina di un tempo), sia in realtà menzognero, anche se nessuno, credo, lo ha messo mai in dubbio dato che esso sembra scritto a caratteri cubitali nel nome stesso: arrostitoio, attrezzo per arrostire, rostiera (la quale però in italiano indica una teglia da forno per cuocere carne) .  Il significato originario era in effetti quello di ‘graticola’, cosa che fa avvicinare il termine alla radice di lat. rostr-u(m) nel suo antichissimo valore di ‘inferriata’, come abbiamo visto[8].  La funzione di ‘arrostire’ non è necessariamente legata ad ogni grata, la quale aveva ed ha altre svariate funzioni.  Naturalmente c’è stato un incrocio tra i due termini per ‘graticola’ e ‘arrosto’, i quali vanno in realtà tenuti separati.   La radice rispunta a mio avviso nell’it. rosta, termine arcaico-letterario che ha il significato di ‘insieme di frasche disposte a ventaglio’ o di ‘intrigo di frasche che impediscono il passaggio’ e non ha bisogno di essere riallacciato ad un presunto longob. *hrausta ‘frasche, riparo’ che introdurrebbe altra radice con velare iniziale.  La radice di rosta è abbastanza attiva in germanico, con il ted. Rost ‘graticola, palafitta’, dan. rist ‘grata’, oland. rooster ‘graticola, lista’. Quest’ultimo significato riappare nell’ingl. roster ‘lista (dei turni), elenco, ruolo’. Una lista rientra nel concetto di “serie, successione, insieme”, ricorrente in questa parola.

La questione dei primi rostri che ornarono la tribuna di cui sopra, ha un po’ l’aria di una storiella  sviluppatasi dall’incrocio di termini ambigui.  Lo scrittore romano Celso (I sec.d.C.) e altri usano il termine di origine greca anti-ădes ‘tonsille’ che poteva circolare anche alcuni secoli prima a Roma, dove numerosa doveva essere la colonia greca. Sta di fatto che la città latino-volsca di Anti-u(m) ‘Anzio’ era posta su un promontorio roccioso espandentesi nel mare: una specie di sperone o rostro, dunque. L’etnico latino Anti-ates ‘Anziati’ andava a combaciare quasi esattamente con la pronuncia greca del greco anti-ádes ‘tonsille’[9] che faceva cadere l’accento sulla /a/ di –ádes, diversamente dal latino. Ora, il concetto di “tonsilla” deve rientrare in quello di “protuberanza”, il quale contiene anche l’altro di “punta”.  In effetti esisteva in latino anche il termine tonsilla(m) ‘palo aguzzo (fissato sulla spiaggia per l’acoraggio delle barche)’, oltre a tons-a(m) ‘remo’. Diveniva così possibile che il gr. anti-ádes ‘tonsille’ si incrociasse con qualche termine del latino volgare, simile ad es., al lat. antemn-a(m) ‘asta,antenna’ o che avesse un sosia con quel significato: allora potremmo sostenere con una certa sicurezza che esso, piuttosto che riferirsi ai rostri delle navi degli Anziati, era in realtà altro nome per ‘rostri’.  Nel lat. ant-es ‘filare’ ricompare il significato di ‘serie, successione’, presente anche nella radice di rostro[10] come nella voce dialettale lucana (di Gallicchio-Pz) andë ‘ponteggio per muratori’ dove rispunta propriamente il significato di ‘struttura, tavolato, impalcatura’[11]. La parola gallicchiese ha anche il significato di ‘fascia di terreno delimitata in alcuni lavori di campagna’ simile a quelli di Aielli e Trasacco nella Marsica indicati nella nota 10. Non sarà certamente un caso, infine, se l’it. anti-becco oppure  rostro è, in edilizia, un elemento della pila di un ponte, aggettante dalla pila stessa a monte e a valle, per agevolare il deflusso delle acque. I due componenti del termine hanno, va da sé, valore tautologico.
Arrivati a questo punto può sembrare eccessivo, ma non lo è, mettere in dubbio persino il nome del console che nel 338 a. C. avrebbe vinto gli Anziati, Caius Maenius, il cui terzo nome (in latino cognomen ‘cognome’) per taluni sarebbe Publius,per altri Antiaticus, forse in ricordo della vittoria su Anzio.  La colonna Menia di fronte ai Rostri nel Comizio, sarebbe stata eretta in suo onore.  Ma secondo altri nella stessa casa del console Menio nel Foro esisteva un’altra colonna Menia, il che potrebbe avvalorare la tesi che il nome in realtà anticamente valeva semplicemente ‘colonna’ o qualcosa di simile. Sta di fatto che il termine latino maeni-anu(m) indicava una balconata lignea sporgente da edifici del Foro (che permetteva un’ampia e comoda visione degli spettacoli che vi si svolgevano) o anche, secondo Plinio, la fila di gradinate negli anfiteatri.  Il nome, come al solito, viene riportato, anche dalle fonti antiche, al nostro Menio o ad un suo discendente del tempo di Catone il Censore (III-II sec. a.C.). Esso, comunque, è arrivato fino a noi nella voce centro-meridionale mignano, mignanu ‘balcone, pianerottolo’.  Il significato di ‘cavalcavia’ che essa assume nelle Marche[12] mi induce a pensare che il suo valore di fondo non dovesse essere quello di ‘balcone’ ma di ‘tavolato, steccato, ponteggio, struttura in genere’ (a Girifalco-Cz la ‘struttura’ si riduce ad un ‘corrimano’ e, altrove, ad una ‘cassetta di legno per piantine e fiori’!) e che la sua origine dovesse essere non necessariamente romana ma italica, con qualche riflesso in toponomastica come Mignano Monte Lungo, paese su uno sperone di roccia in prov. di Caserta.  Nella Vulgata si incontra un termine molto simile a maeni-anu(m), cioè moeni-anu(m) ‘muro’, ampliamento di lat. moenia ‘mura’.  Ci siamo!  In altri articoli abbiamo insistito sul concetto di “muro” equivalente a quello di “insieme, struttura”[13].  Altro che la falsa storia del console Gaio Menio!

Gli antichi, in mancanza di fonti storiche inoppugnabili, come in questo caso, cadevano purtroppo vittima dei diabolici giochi semantici che un termine vetustissimo ancorato ad un punto del Foro o altrove poteva innescare, cambiando attraverso i secoli di significato, come abbiamo visto per Rostra, o incrociandosi nel frattempo con altri.  I vari archivi di Roma, d’altronde, anche quando potevano chiarire qualche fatto, restavano purtroppo inaccessibili al privato cittadino, fosse pure un grande storico come Tito Livio.




[1] Il rostro era un vero e proprio sperone di bronzo di cui erano spesso munite le prore delle navi da guerra, con l’intento di perforare lo scafo delle navi nemiche e provocarne l’affondamento.  Il nome latino era appunto rostru(m) ‘becco, muso, rostro’.

[2] Gli storici latini successivi potevano registrare, in merito a questo episodio, solo quella che era una tradizione antica, probabilmente anche molto anteriore al 338 a.C., divenuta patrimonio di tutti per i motivi linguistici che dirò.

[3] E’ bene ricordare che l’it. tribuna sarà una forma parallela del lat. tribun-al ‘palco, tribuna,tribunale’.  La radice è molto interessante: ne parlerò in altra occasione.

[4] Cfr. D.Bielli, Vocabolario abruzzese, Adelmo Polla editore, Cerchio-Aq, 2004.  Anche l’it. rastrello indicava un tempo un ‘cancello’ che veniva calato la sera dinanzi alle porte della città.  In siciliano il termine rastrello vale ‘cancello’.
[5] Cfr. articolo Il rosmarino [] nel mio blog (dic. 2013), per più notizie sulla Teoria della Continuità.

[6] Cfr. D. Bielli, cit.  Veramente nel vocabolario del Bielli compare la forma reštïre, con la dieresi sulla /i/ che non avrebbe motivo di esserci. Due sono, a mio parere, le probabilità: o si tratta di refuso al posto della semplice /i/ o manca una /e/ accentata subito dopo la /i/. Ma nella sostanza il fatto non incide granchè sul nostro ragionamento.  Sia detto en passant: per me il lat. pont-e(m) non rimanda ad una radice per ‘via, strada’, come pensano i più, ma al concetto di “struttura, impalcatura, tavolato” e la punta di cui parlavo più sopra, potrebbe esserne una variante. 

[7]Cfr. U.Buzzelli-G.Pitoni, Vocabolario del dialetto avezzanese, Avezzano-Aq 2002.

[8] I nomi difficilmente cambiano nel corso dei secoli, anche quando gli oggetti che essi indicano cambiano forma, struttura, materiale.  Si pensi a quanta strada ha fatto l’originaria penna (d’oca) dal medioevo ad oggi!

[9] Il primo componente anti- va a mio parere confrontato con gr. antí-on ‘subbio dei tessitori’, una punta.

[10] Riflessi del lat. ant-es ‘filare’ sono i dialettali  anda ‘filare di fieno falciato e lasciato ad essiccare’(Aielli) e  and-ònë dallo stesso significato (Trasacco). 

[11] Cfr. sito web: www.dizionariogallic.altervista.org/lettera a 11 htm.   

[12] Cfr. M. Cortelazzo-C. Marcato,  I dialetti italiani, UTET, Torino, 1998 s. v. mignànu.

[13]  Cfr. gli articoli del mio blog  Il termine armento [] e Il “municipio” ovvero […] rispettivamente  del marzo e aprile 2014. Il mio blog: pietromaccallini@blogspot.it